
Genio militare universalmente riconosciuto, anche se ha concluso con la sconfitta - per una molteplicità di circostanze e condizioni politiche e istituzionali, interne e internazionali - la sua avventura europea, Napoleone Bonaparte è per il resto personaggio ampiamente controverso, nel corso della sua esistenza e fino ai nostri giorni. Adesso un saggio di Paul Johnson, Napoleone, integra la molteplicità delle interpretazioni sul generale corso proponendone una immagine di precursore, antesignano e per certi aspetti primo realizzatore di quelle esperienze totalitarie che avrebbero trovato nel Ventesimo secolo le loro esplicite e più incisive manifestazioni. Che Napoleone sia stato percepito nel suo tempo come un usurpatore da tutte le corti d’Europa e dal mondo monarchico francese, pure decimato e almeno temporaneamente piegato dalla Rivoluzione, è un dato di realtà inconfutabile. Sotto tale profilo, Bonaparte è visto come il continuatore della tempesta rivoluzionaria, che ha voluto uccidere non il re come persona ma il principio della legittimità di diritto divino. L’antico pensiero greco definiva l’usurpatore come colui che si arroga il potere senza averne titolo, anche se poi può governare secondo le leggi. Nell’ottica di quello che sarà detto il legittimismo, e nella ispirazione che guiderà il Congresso di Vienna per il recupero e la riaffermazione del principio di legittimità, non vi è dubbio che Napoleone va coerentemente considerato un usurpatore. Ma lo si può definire un usurpatore anche sotto un secondo profilo. Politicamente figlio della Rivoluzione, la quale proclamava la sua giustificazione nella lotta senza quartiere alla monarchia e alla nobiltà, entrambe fondate sul «privilegio» della nascita e della ereditarietà, ad appena un quindicennio dal 1789, data di avvio del moto rivoluzionario, Bonaparte si fa proclamare imperatore con diritto ereditario, e con il titolo di Napoleone I, mentre l’Europa si viene riempendo di regni sui cui effimeri troni sono collocati parenti e sodali del militare corso. Dunque, non soltanto viene vulnerata la legittimità di diritto divino corroborata da secoli di storia continentale, ma viene altresì battuta in breccia la nascente legittimità repubblicana, veicolata dalla rivoluzione, nel nome di una rivendicazione ereditaria che è puramente e semplicemente il risultato di una successione di colpi di forza.
Ciò premesso, il problema che Johnson pone è quello del nesso tra Napoleone e totalitarismo. E qui bisogna intendersi. Il potere di Bonaparte ha il suo fondamento nella guerra, che il militare corso porta e distribuisce per l’intera Europa, e anche oltre, con implacabile, ricorrente insistenza. Non soltanto, dunque, quella napoleonica è sostanzialmente una dittatura militare in Francia, ma essa inoltre è pervasa da un militarismo aggressivo oltre i confini nazionali: e ciò la distingue da altre esperienze di dittatura militare presentatesi nel Ventesimo secolo, di impianto sostanzialmente autoritario ma non aggressive verso Paesi terzi. Se si considera che la guerra come fenomeno interno ed esterno, dunque come lotta continua, dunque anche come rivoluzione permanente, è uno dei caratteri profondi del totalitarismo, si può convenire che questo è certamente un legame significativo tra l’esperienza napoleonica e quella che sarà la dinamica totalitaria del Ventesimo secolo. Portando la guerra per ogni dove, Bonaparte sovverte non soltanto l’ordine costituito di molte nazioni e regni, ma altera e anzi dà un colpo definitivo a un quadro di relazioni internazionali a lungo fondato, nonostante discordie e scontri, su reciproci riconoscimenti incardinati in una visione condivisa di diritto pubblico europeo. Del resto, pur se molte rivoluzioni finiscono per concludersi con l’instaurazione di un qualche ordinamento politico-giuridico, in ogni rivoluzione c’è la tentazione a perpetuare se stessa, a mantenere la società in ebollizione magmatica. Anche per questo Edmund Burke, nelle sue Riflessioni sulla Rivoluzione francese, contrappone alla rivoluzione l’idea e la pratica della riforma, procedura suscettibile di gradualismo, autocorrezione, senso del limite, dunque capace di conseguire i vantaggi del mutamento senza pagare gli immensi costi umani, istituzionali, sociali, morali della rivoluzione. Artefice della guerra permanente - con tutto ciò che inevitabilmente ne consegue in termini di restrizioni delle libertà individuali e sociali, di accentramento potestativo e decisionale, di inconsistente attenzione per il controllo politico esercitato da istituzioni rappresentative, di enfasi propagandistiche, di gravami fiscali, di prevaricazioni verso i vinti e i dissenzienti - Napoleone può dunque alimentare un sospetto di totalitarismo. Tuttavia mancano poi molti fattori, strutturali e culturali (come lo stesso Johnson riconosce soprattutto con riferimento ad alcuni di essi) per potere esprimere un giudizio di complessiva approssimazione al fenomeno totalitario. Per cominciare, nella vicenda napoleonica è assente il partito, non soltanto come referente organizzativo ma anche come ispiratore ideologico. Bonaparte ha un suo sistema di potere, ampiamente fondato sull’armata di terra (anche se non manca un apparato poliziesco), ma in coerenza sia con il criterio militare sia con il presupposto giacobino guarda piuttosto allo Stato, non si pone il problema della costruzione e presenza del partito. E il partito unico, che prevale sullo Stato, è fondamentale nella sindrome totalitaria: il partito è la cellula germinale della nuova società, esprime perciò i nuovi valori da imporre alla comunità. Certo, anche nell’esperienza totalitaria cinese - per citare un caso importante - l’armata conta, ma il partito vi è ben presente e semmai opera in dinamica simbiosi con l’armata. Nulla di ciò si riscontra nel caso napoleonico.
Altro fattore mancante è l’universo concentrazionario. L’assassinio politico non manca nella stagione napoleonica, ma il ricorso a esso è modesto, così come il ricorso alla violenza gratuita. Certo, nel 1795 il giovane Bonaparte non esita a usare la mitraglia in nome della repubblica per domare il malcontento popolare, laddove sei anni prima il re Luigi XVI si era rifiutato di ascoltare il consiglio di qualche suo generale che lo sollecitava ad autorizzare lo stesso mezzo per sedare i disordini. Con tutto ciò, i tantissimi morti che insanguinano il continente riguardano essenzialmente le battaglie tra eserciti, e per avvicinare Napoleone al successivo concetto di «guerra totale» Johnson è costretto a dare di quest’ultima una definizione piuttosto parziale (guerra che non coinvolgerà più solo eserciti professionali ma interi popoli, ove per interi popoli si intende in sostanza l’insieme delle truppe di leva), laddove per guerra totale deve viceversa intendersi quella che investe indiscriminatamente non solo e non tanto i teatri di battaglia ove si confrontano gli eserciti, professionali o coscritti, quanto soprattutto le città e le comunità con donne, vecchi e bambini, come nei bombardamenti aerei a tappeto, nello sgancio di ordigni atomici, anche nell’uso della propaganda con carattere infiltrante. E tutto ciò rinvia al Ventesimo secolo. Ampiamente a quest’ultimo secolo rimanda altresì un ulteriore carattere che non è presente nella stagione napoleonica: la società di massa. La massificazione della società, che presuppone un processo di destrutturazione sociale, è cruciale nella realtà totalitaria. Al contrario, come sottolinea correttamente Johnson, il potere di Bonaparte «poggiava sul mantenimento dell’equilibrio tra giacobini, realisti e altri gruppi», senza dimenticare la politica verso la Chiesa cattolica, di cui «l’uomo secolare» Napoleone riconosce tuttavia il ruolo sociale e di ordine civile. Orbene, tutto ciò - in una logica che l’odierna politologia definirebbe di convivenza con il «pluralismo sociale» - è lontano dalla prassi totalitaria e assimilabile invece al comportamento di un altro eminente militare, lo spagnolo Francisco Franco, con il suo regime autoritario. Per concludere. Usurpatore, Bonaparte innalza il grande edificio del Code Civil, che «pur con tutti i suoi difetti fu il vero monumento dell’impero napoleonico»: e dunque, riprendendo la suggestione dell’antico pensiero greco, anche un usurpatore può, quantomeno con riferimento a qualche ambito della vita individuale e collettiva, governare secondo legge, o comunque aspirare a ciò. Saccheggiatore degli altrui tesori d’arte, il generale corso si fa tuttavia promotore di cultura in vari campi, e pure tale aspetto non può essere sottovalutato. Politicamente, più che il totalitarismo la sua dittatura militare anticipa una delle varie versioni dell’autoritarismo, categoria concettuale che entra nel bagaglio tipologico della scienza politica sul finire del secolo decimonono, a partire dalla goffa avventura del generale Georges Boulanger. Ma in Bonaparte e nel suo regime militare lo spirito animatore è viceversa una incontenibile idea di grandeur, alimentata da una ferrea e impaziente volontà di mutamento non tanto ideologicamente profilato quanto monoliticamente (e semplicisticamente) «razionalizzatore». Tuttavia è nelle cose che l’eccesso di astrattezza «razionale» debba finire per offuscare il realismo delle scelte, che sono sempre articolate e multiformi, dunque complesse. E Napoleone, uomo della modernità che fonda lo sviluppo della società essenzialmente sull’egemonia delle armi, delle proprie armi e armate, non fa eccezione. La politica è sempre una difficile impresa a più dimensioni. L’armata serve, ma non basta.