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Fu il primo grande comunicatore

LIBERAL BIMESTRALE
di Antonio Spinosa
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Napoleone! Ancora ci chiediamo chi sia stato davvero. Ed ecco in libreria una nuova e interessante biografia su questo complesso personaggio. Ne è autore lo storico britannico Paul Johnson, acclamato saggista e autorevole collaboratore del Wall Street Journal e del New York Times. Il suo breve, ma succoso volume si intitola semplicemente Napoleone ed è stato recentemente pubblicato in Italia dalla Fazi editrice. Il lettore potrà giustamente osservare che di biografie su Bonaparte ne esistono a migliaia, e difatti si dice che ammontino a centosettantamila i titoli a lui dedicati nel mondo. Molte sono certamente più approfondite e corpose di questa che abbiamo oggi fra le mani: verissimo, ma quest’ultimo lavoro non soltanto offre un’immagine sferzante e negativa del «piccolo caporale» di Corsica, ma si inserisce altresì in un acceso dibattito storiografico legato in particolare alle attuali tendenze della politica estera della Casa Bianca. In realtà Johnson non accenna mai in maniera esplicita a Bush, tuttavia, nonostante le smentite strumentali dllo storico inglese, i riferimenti al presidente americano si palesano con chiarezza fra le righe del libro. Il tema è scottante. Il volume enumera con sagacia e freddezza gli atti e le scelte che il leader di uno Stato egemone non dovrebbe mai compiere. Ma perché scomodare il passato per dare consigli al Gotha della superpotenza americana? Ebbene basta leggere i giornali per apprendere che le basi teoriche dell’intellighenzia repubblicana statunitense si alimentano proprio al pensiero di alcuni grandi intellettuali e protagonisti della storia. L’opinionista del Weekly Standard, Irving Kristol, ha di recente scritto che il testo preferito dai neoconservatori di Washington è La guerra del Peloponneso di Tucidide, e l’ex consigliere di Ronald Regan, il professor Michael Ledeen, non ha esitato a esaltare sia le idee politiche di Machiavelli sia il pensiero di un filosofo conservatore come il tedesco Leo Strauss. Ancora Ledeen ha osservato causticamente come faccia scalpore che in America si citino Machiavelli o Strauss soltanto perché in «Europa il dibattito intellettuale è morto». Ma se i succitati modelli sono quelli, positivi, cui la Foreign Policy di Bush dovrebbe ispirarsi, Johnson ne indica uno che non si dovrebbe imitare mai, e cioè Napoleone Bonaparte. Drasticamente egli lo pone alla stregua di un Hitler o di uno Stalin giudicandolo artefice di una politica scellerata, colpevole della carneficina di milioni di persone. Per cui se il còrso avesse agito «all’inizio del nostro secolo, senza dubbio sarebbe stato giudicato da un tribunale di guerra e condannato all’ergastolo o a morte». Johnson imputa al còrso la nascita del nazionalismo germanico, l’idea hegeliana dello Stato onnipotente e gli stessi idealismi totalitari e marxisti. Né risparmia di sferzare anche Mussolini, definito un «dittatore ciarlatano» che, sull’esempio di Bonaparte, incoraggiò il culto della personalità e dell’antica Roma dei Cesari.
Da un punto di vista più prettamente storico appare con chiarezza come le tesi di Johnson si inseriscano fra le pieghe della «leggenda nera» - da sempre alimentata dalla pubblicistica inglese - che dipinge l’Empereur come un tiranno sanguinario, un nemico della religione e dell’umanità, un personaggio reo di aver tradito la rivoluzione del 1789 e le aspirazioni dei popoli alla libertà e all’indipendenza. Ecco allora delinearsi fra le pagine di questo Napoleone la figura di un guerriero efferato, il quale tenne sotto scacco gran parte dell’Europa del primo Ottocento con invasioni, saccheggi e inganni. E anche, come scrisse il reazionario visconte René de Chateaubriand, Bonaparte apparve sì «un genio militare - le premier capitain du monde - ma rimase politicamente uno sciocco». Nel senso che «vinse cento battaglie, ma lasciò la Francia con un pugno di polvere». Chi si nascondeva dunque dietro la maschera tragica e titanica di quell’uom fatale che il poeta Byron non esitò a definire un «eroe imperfetto»? Ce lo dice proprio Johnson nei sette capitoli di questo suo libro, sebbene esso presenti qualche lacuna e molte forzature sugli aspetti pur negativi del personaggio. La caratteristica principale dei saggi johnsoniani consiste nel dissacrare, e la figura di Napoleone si presta quanto mai allo scopo. L’autore lancia strali che tuttavia, come ha sostenuto Paolo Mieli sul Corriere della Sera, «non meritano di essere ricondotti al giochetto del pro o contro l’imperatore». Allora, quanto sono credibili le sue affermazioni? Discorrendo sulla nascita del personaggio l’autore la inserisce in un particolareggiato esame del contesto storico in cui essa avvenne. Egli prende per buona la data canonica del 15 agosto 1769, e tralascia di riportare la pur malevola ipotesi di Chateaubriand il quale nei Mémoires d’outre-tombe sosteneva invece che Bonaparte comparve al mondo un po’ prima, il 5 febbraio del 1768, cioè quando la Corsica apparteneva ancora alla repubblica di Genova. E difatti soltanto nell’anno successivo l’isola fu venduta al re di Franca Luigi XV, per cui Bonaparte nasceva cittadino ligure. Appropriate appaiono le informazioni sulla preparazione culturale del giovane còrso, dotato, sotto un fisico gracilino, di una mente razionale nutrita soprattutto dalla lettura dei philosophes illuministi, come Voltaire e Rousseau. Altrettanto precisa è la sottolineatura del ruolo che il patriota còrso Pasquale Paoli, descritto come «l’archetipo del supremo legislatore e governante illuminato», svolse nella formazione di Bonaparte, avendo egli dimostrato che vincere una battaglia o una guerra non era il fine, ma un’occasione per imporre un nuovo ordine e scalzare l’arrugginito sistema dell’Ancien Régime.
Nel suo racconto Johnson ricostruisce con lucidità il cursus honorum seguito dal caporale di Ajaccio mettendo in rilievo come egli abbia saputo sfruttare a proprio vantaggio la situazione di generale anarchia che si era diffusa dopo la Rivoluzione francese e la soppressione dei sovrani Luigi e Maria Antonietta nel sanguinoso 1793. È altresì corretto mettere in evidenza il termine «opportunismo» come una delle più significative parole nel vocabolario mentale di Bonaparte, il quale credeva più nella forza delle idee rivoluzionarie che non nella Rivoluzione stessa. Appare tuttavia eccessiva l’ipotesi che egli volesse «tradurre in termini francesi il giacobinismo còrso». Certo, non confidava più nel vecchio regime monarchico, ma ciò soltanto perché il bolso Luigi XVI non era stato in grado, a suo avviso, di ricondurre le masse alla ragione con l’uso delle armi. Stimolante risulta al riguardo l’ampia disquisizione che lo storico inglese dedica all’uso che Bonaparte seppe fare dell’artillerie nouvelle, e in particolare dei cannoni utilizzati contro gli oppositori della République al porto di Tolone e sul sagrato di Saint-Roche a Parigi. Con acume Johnson evidenzia come non fu soltanto la barbarica e terroristica eliminazione di centinaia di realisti a procurare al còrso l’insperato grado di generale di brigata, ma soprattutto le opportunistiche amicizie che seppe stringere in quel periodo tormentato con Augustin Robespierre, il fratello del dittatore Maximilienne, e con Paul Barras, un nobile che si era rifatto un volto dimenticando i propri trascorsi monarchici. Nel libro si riscontra una nuova lacuna quando Johnson trascura di riconoscere in Joséphine de Beauharnais il ruolo di primo piano che essa ebbe nell’ascesa di Bonaparte, per cui è semplicemente ritratta come una donna sofisticata e désabusée, una di quelle donne, insomma, che pur «non si incontrano di frequente». Eppure non dovrebbe sfuggire il fatto che le lenzuola della bella vedova Tascher de la Pagerie - legata sentimentalmente al corpulento presidente del Direttorio Barras, le Roi de la République – siano state proprio loro a procurare al còrso la nomina a comandante in capo dell’Armée d’Italie. Johnson non esita a definire la prima campagna militare in Italia «una spedizione di saccheggio» il cui unico scopo era di fare bottini e di trasformare i territori occupati in colonie della Repubblica francese. In questo quadro Bonaparte seppe imporre al Direttorio una politica che, pur andando incontro al desiderio di libertà che animava i patrioti italiani, più concretamente mirava ad aggiogare gli Stati della penisola per creare a suo vantaggio una sicura piattaforma di potere.
I saccheggi furono una costante linea nell’azione bonapartista. Persino la tragica spedizione in terra d’Egitto, pur così meritevole da un punto di vista culturale, fu finanziata attraverso un furto generalizzato del tesoro del Vaticano, delle riserve auree di Berna e del denaro dei mercanti olandesi. E come dimenticare le celebri razzie compiute ai danni di Venezia che perse il Bucintoro, dato alle fiamme, e i quattro cavalli bronzei di San Marco traslocati a Parigi e issati sull’arco del Carousel? Sarebbe bastato citare al riguardo una pagina di Jules Michelet. «L’eroico Bonaparte» scriveva il grande storico «frugava dovunque. Taglieggiava e lasciava che anche i soldati taglieggiassero, pur fingendo di minacciare severissime pene. Spediva al Direttorio e alle Armate di Francia milioni e milioni che egli sottraeva all’Italia. Per di più arricchiva Parigi di quadri, di statue, di arazzi, di tesori artistici che egli prendeva dall’Italia con certi suoi “ordini speciali”». Nella capitale francese Dominique Vivant-Denon provvedeva ad accumulare quegli oggetti di inestimabile valore nei saloni del Palais du Louvre che il còrso volle chiamare Musée Napoléon. L’arrivo delle armate napoleoniche in Italia sortì tuttavia anche effetti benefici. Le esperienze della Repubblica Cisalpina - il cui vessillo divenne il tricolore - e della Repubblica napoletana servirono a gettare il seme di quel desiderio di indipendenza dallo straniero e dal dispotismo di stampo feudale i cui effetti si sarebbero manifestati in tutto l’Ottocento, fino al conseguimento dell’unità nazionale italiana nel 1860 e oltre. Alti furono i costi umani che Bonaparte impose un po’ dovunque per soddisfare la sua sconfinata ambizione. Morirono in suo nome milioni di uomini su molti di campi di battaglia, fra le infuocate sabbie dell’Egitto e fra le gelide steppe della Russia. Johnson insiste sul comportamento oltremodo vigliacco e irresponsabile dell’Empereur che in più di un’occasione - Egitto, Spagna, Russia - abbandonò il proprio esercito in rotta, e «se ne tornava a Parigi per mettere al sicuro se stesso e la sua posizione politica». Un impero, quello napoleonico, tanto vasto quanto fragile e imperfetto. Già l’ascesa al soglio avvenne in modo troppo eclatante e soprattutto sanguinoso con la proditoria esecuzione di Enrico di Borbone, il duca d’Enghien. Inoltre Bonaparte fu il primo dittatore a servirsi dei brogli elettorali per ascendere alle alte sfere del potere, e difatti le cifre del plebiscito indetto per ratificare la sua incoronazione erano palesemente truccate. Ma dove stava il punto di forza di tutto questo potere, oltre che nella furia sterminatrice delle armi? Ebbene Johnson la individua nella cultura, nei mass-media dell’epoca. Napoleone seppe mostrarsi come l’incarnazione dell’eroe rivoluzionario, dell’apostolo della libertà dei popoli, l’unico homo novus in grado di far trionfare i valori e gli insegnamenti del Grande Siècle dei Lumi. A lui si ispirarono gli intellettuali romantici, da Goethe a Foscolo, da Stendhal a Byron, da Hegel a Keats. Essi erano caduti «nella trappola della propaganda amplificata dai quadri storici di Gros, David e di altri pittori: una squadra ben affiatata nel celebrare il grande dittatore».
Impertinenti appaiono i paralleli con alcuni intellettuali del Ventesimo secolo, arbitrariamente definiti come servitori di dittature. Paragonare Stendhal o Byron a uno Shaw o a un Webb significa voler mettere sullo stesso piano eventi e situazioni fra loro diversi per cui si offre un’immagine deformata di taluni personaggi moderni, sui quali manca ancora una compiuta analisi storiografica. Vero è che la propaganda fu un’arma di grande rilievo per la politica napoleonica che però non mancò di trovare anche fieri oppositori al regime, e fra loro si ricorderà la De Staël, Chateaubriand, Coleridge, Wordsworth, per non parlare dei giornalisti i quali, più di altri, pagarono a caro prezzo l’opposizione al potere costituito. Ma quali furono i punti deboli, gli errori, che resero «imperfetto» l’impero francese? Una prima violenza commessa dal còrso fu di trasformare i Paesi soggetti alla Francia in Stati satelliti, sui cui troni egli installò i componenti della sua casata o annessi: Luigi in Olanda, Eugenio in Italia, Girolamo in Vestfalia. E poi Giuseppe in Spagna e Murat a Napoli, oltre ai territori affidati alle principesse Paolina ed Elisa. Così facendo egli si alienò le simpatie degli uomini politici di quei luoghi che si videro sottrarre il potere e le proprietà dai rapaci funzionari francesi. È da ricordare in proposito una fondamentale affermazione che Bonaparte faceva a Giuseppe quando questi era re di Napoli: «È necessario condurre nel vostro Regno alcune famiglie francesi per affidar loro i feudi. Sono sicuro che la vostra corona non avrà alcuna forza se non sarà circondata da un centinaio di generali, di colonnelli e di grandi proprietari. È la stessa direttiva che io seguo per il Piemonte e per Parma. È necessario che a Napoli si crei la fortuna di tre o quattrocento ufficiali francesi dotati di proprietà da tramandare ai loro discendenti». A Johnson appare come un colossale errore di Napoleone quello di crearsi un impero - illegittimo - in una vecchia Europa in cui erano da sempre esistiti soltanto regni sostenuti da secoli di legittimità dinastica. Vano fu il suo tentativo di procurarsi un erede al trono con il ripudio dell’ormai sterile Giuseppina e unendosi alla diciannovenne arciduchessa austriaca Maria Luisa. Ella - pur generandogli un figlio, il Re di Roma - non provò mai per lui un sincero amore tanto che, crollato l’impero, non esitò a riprendere la strada di Vienna obliando per sempre il parvenu còrso.
La politica economica perseguita da Bonaparte apparve ampiamente fallimentare. La supremazia inglese nel Mediterraneo e nell’Atlantico si era da sempre manifestata in tutta la sua forza tanto che sia ad Abukir sia a Trafalgar la flotta francese era sempre uscita perdente dal confronto militare. Napoleone cercò di porvi rimedio con l’istituzione del Blocco Continentale che tuttavia si rivelò un’arma a doppio taglio. L’economia europea subì in breve un tracollo per l’impoverirsi dei territori francesi in cui più non arrivarono gli indispensabili prodotti coloniali. Floridi mercati, come quello belga e quello olandese, furono ridotti al fallimento, e così avvenne anche per le industrie tessili della Lombardia. Migliaia di persone si trovarono sul lastrico, le frontiere si infestarono di loschi contrabbandieri e le grandi città si trasformarono in un ricettacolo di straccioni e di sbandati. Colossale fu l’errore di vendere la Louisiana agli Stati Uniti. Quell’immenso territorio - 2 milioni e 120 mila Kmq che fu poi suddiviso in tredici Stati americani - fu ceduto per soli quattro centesimi l’acro al fine di finanziare le folli spese belliche in Europa. Se Bonaparte avesse fatto valere i suoi diritti su quella terra, avrebbe sicuramente reso un grande servigio alla sua nazione, arricchendola invece di impoverirla. Certo, egli ridusse la Francia in un cumulo di macerie, ma come non sottolineare il valore epocale che ebbe il Concordato sottoscritto con la Santa Sede, rimasto in vigore fino al 1905? E che cosa dire dell’emanazione del Codice Civile, quello che ancora oggi i francesi chiamano con orgoglio il Code Napoléon? Johnson si mostra interessato a mettere in evidenza i grandi mali provocati da Napoleone, l’unica sua vera eredità. Mali drasticamente denunciati: «L’esaltazione della guerra e della forza, lo Stato centralizzato e onnipotente, l’uso della propaganda culturale per portare l’autocrate all’apoteosi, l’assoggettamento di interi popoli per conseguire il potere personale e ideologico». Johnson introduce continui parallelismi fra Napoleone e Hitler, Stalin, Mao, Castro, Gheddafi. E persino con Saddam Hussein. Ciò suscita in lui un sorriso malizioso. Ma è al lettore che spetta giudicare sui pro e sui contra di una rilettura del Bonaparte che ne fa il flagello d’Europa, anche se l’autore lancia un monito su cui riflettere: «Ogni forma di grandezza, militare e amministrativa, fondatrice di nazioni e di imperi, è nulla - e se portata agli estremi, perfino pericolosa - senza un cuore umile e contrito». Non poteva esserci ulteriore e più drastica condanna. Del resto non ci si poteva aspettare nulla di diverso da un inglese, anche a distanza di anni.
 

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