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L’embrione e la ginestra

LIBERAL BIMESTRALE
di liberal
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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La Fondazione liberal considera giustificato e giusto l’atteggiamento di astensione nei prossimi referendum sulla procreazione assistita e invita tutti i suoi amici a condividere tale scelta: per ragioni di metodo, di principio e di merito.

Le ragioni di metodo
Noi riteniamo innanzitutto che sia assolutamente legittima la posizione di chi ritiene di sottrarsi alla chiamata referendaria. La Costituzione indica la durata della legislatura in cinque anni e postula la necessità di recarsi alle urne per rinnovare il mandato. È il capo dello Stato, custode della Carta, a sciogliere a tempo debito le Camere chiamando i cittadini a pronunciarsi. In questo caso votare coincide con un dovere democratico, rinnova il patto tra cittadini e istituzioni (fermo restando che non votare è comunque un diritto di libertà individuale). Nel caso dei referendum il discorso è tutt’altro. In tale circostanza, infatti, è un numero ristretto di cittadini che propone al popolo di pronunciarsi contro una legge dello Stato emanata dal Parlamento. Dunque la prima decisione del singolo cittadino, dopo la pronuncia della Consulta sull’ammissibilità formale, riguarda proprio il «se» votare. Il fatto che la Costituzione preveda che il pronunciamento referendario è effettivo solo se la maggioranza degli aventi diritto al voto si reca alle urne non è un bislacco corollario ma è la regola che consente alla maggioranza dei cittadini di rifiutare la «provocazione democratica» del referendum.

Tale questione generale ne richiama un’altra più prossima alla sensibilità comune e concreta. Molti cittadini, e noi con loro, siamo convinti di alcune cose insieme: a) che la legge 40 riguardi una materia assai delicata; b) che sempre, ma specialmente in campi delicati e di frontiera come quello dell’innovazione tecnologica, una legge, sufficientemente ponderata come quella presente, sia comunque meglio di nessuna legge, c) che in tutti i campi e specie in quelli delicati e «nuovi» legiferare è arduo e che perciò ogni legge è imperfetta e sempre migliorabile e che la via maestra per farlo non è in linea normale lo strappo referendario ma la tessitura riformista in Parlamento. Su questa base riteniamo ancora che: d) la legge 40 è intanto una legge dopo tanta mancanza di leggi in materia e che dunque bisogna guardarsi dall’abrogarla anche solo in parte perché potrebbe tornare a prevalere il nulla legislativo e in tal caso, prevedibilmente, per molto tempo. E il nulla sarebbe peggio dell’abbastanza e persino lo sarebbe del poco. Detto in parole povere: c’è una legge, è giovane, è stata lungamente discussa, non può essere presentata come l’imposizione di una metà sull’altra metà del Paese. Se tutto questo è vero, allora meglio, molto meglio lasciar funzionare la legge, vederne col tempo i difetti e intervenire per eliminarli.

La convinzione prima esposta della fallibilità e migliorabilità di ogni legge riposa su un altro convincimento: che la massima sapienza degli uomini è la consapevolezza di «non sapere» e della necessità di procedere per tentativi e correzioni, che tutto ciò è vero in genere e soprattutto riguardo alle questioni riguardanti le origini e il destino della nostra stessa vita. Su questo sappiamo pochissimo. Questa ignoranza, unita alla decisività del tema (la nostra vita) richiede un supplemento di moderazione e saggezza. Che non vuol dire malinconica rassegnazione ma al contrario volontà di cercare, di andare avanti con coraggio ma non con improvvisazione. Noi oggi assistiamo a un divario crescente tra i ritmi dell’innovazione tecnologica da un lato, la comunità scientifica dall’altro e i cittadini comuni che sono poi i destinatari del processo. Questo è vero in genere e massimamente in campo biologico, biotecnologico. Noi non ci schieriamo da una parte contro l’altra, dalla parte dei cittadini contro gli scienziati o dalla parte della tecnica contro i cittadini. Da liberali sappiamo bene che il progresso e la nostra civiltà si reggono sempre, e anche in questo caso, su poligoni di forze, e sul loro reciproco check and balance. Siamo ostili a un fondamentalismo umanistico contro la scienza così come al delirio di un’onnipotenza tecnocratica. Il sistema liberale nasce e si conserva proprio emarginando e neutralizzando tali posizioni estreme. Quel che realisticamente vediamo è che oggi quel poligono ha dei canali di comunicazione deboli al suo interno per cui ciò che studia la comunità scientifica, ciò che fanno i grandi gruppi biotecnologici non è oggetto di conoscenza e di discussione democratica sufficiente. Attivare e riequilibrare il circuito tra opinione pubblica strutturata, comunità scientifica, poteri biotecnologici è dunque quel che c’è da fare il che è esattamente l’opposto dell’imbarcarsi in uno scontro referendario che da un lato attiva le estreme fondamentaliste, dall’altro mira a dare carta bianca ad alcuni e basta.

Le ragioni di principio
Tutto quanto detto sinora introduce al tema dei principi. Essi illuminano una profonda distanza tra la nostra posizione e quella della sinistra laicista. Il nucleo di tale visione culturale non è come per noi liberali il poligono di forze che devono comunque bilanciarsi in un processo di graduale progresso sempre da verificare, reversibile e intimamente fragile. Al contrario: la sinistra laicista vede la dialettica storica in modo assai più semplificato: esistono forze malvagie che sono quelle del passato ed esistono le forze del futuro che sono buone. La scienza e la tecnologia in quanto costruiscono l’orizzonte futuro sono comunque buone, la religione, in quanto residuo superstizioso del passato è malvagia. Non è un caso che il laicismo definisca questa legge come medievale: con un’inquietante incomprensione sia della legge sia del Medioevo. Noi pensiamo che questo modo di ragionare paghi ancora un significativo pegno all’ideologia dei totalitarismi novecenteschi. Abbiamo purtroppo già visto e subìto alcuni atti di questa messa in scena: il passato come male, il futuro come bene, la scissione di ogni tradizione e di ogni legame tra passato e futuro. Il razionalismo radicale e la riduzione a superstizione di ogni sguardo trascendentale, come quello delle religioni ma anche della stessa filosofia metafisica. L’esaltazione acritica e futuristica della tecnologia. La riduzione degli individui, specie dei più deboli (nel caso presente le donne e gli embrioni), a materia disponibile e sacrificabile al dominio di una classe di uomini socialmente (per la sinistra) oppure razzialmente (per la destra) superiori. L’uso della tecnica a fini di distruzione e sterminio. Tutto ciò fa parte di un doloroso passato che nessuno di noi vuole più rivivere.

Il mondo libero è nato dal sacrificio di milioni di persone che hanno combattuto contro i totalitarismi e contro l’uso che quei regimi prevedevano di fare della tecnologia, bellica e non. Già qui vi è una prima differenza sostanziale tra liberali e laicisti. Questi ultimi hanno un approccio mitico alla tecnica. Alcuni di loro la condannano in toto e, se sono coerenti, dovrebbero condannare anche la procreazione tecnicamente assistita (ma non è detto lo facciano perché non è detto che siano coerenti). Il femminismo, ad esempio, in ampi settori lo ha fatto, avendo preso atto dell’invasività della tecnica sul corpo della donna ma ancora non ha trovato la costellazione ideale e politica al cui interno esprimere questa criticità. Altri sembrano al contrario divinizzare la tecnologia. La gran parte di loro distinguono in modo ingenuo la tecnologia buona e quella cattiva. Cattiva è sempre e comunque quella bellica, anche quando serve a liberare popolazioni da tiranni oppressivi e sterminatori, buona è quella civile: ma quale? Quella delle biotecnologie in agricoltura? Chissà. Quella del nucleare civile? Probabilmente no. Quella delle biotecnologie applicate all’uomo? Sembrerebbe di sì.

Noi siamo invece convinti che la tecnologia sia sempre uno strumento straordinario in possesso dell’uomo, frutto del suo lavoro e della sua inventiva e creatività, ciò che infine distingue l’uomo dal resto del creato ma che in tutte le tecnologie si debba procedere responsabilmente stabilendo vincoli e limiti sulla base della saggezza e dell’esperienza. Questo dovunque: in campo pacifico e bellico, in campo fisico e biologico, dovunque l’uomo può trarre benefici enormi e produrre danni incalcolabili dalla tecnica. Tutto dipende dalla sua responsabilità e dalla sua capacità di prevedere costi e benefici. È l’uomo, la sua coscienza, la sua anima la misura. Noi consideriamo pietra miliare della nostra civiltà la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. E su questa base valutiamo anche le opportunità fornite dalla tecnica rispetto ai diritti dell’uomo. 1) Tali diritti appartengono a ogni persona umana per il solo fatto di essere al mondo. 2) Il fondamento dei diritti è l’amore perché è solo grazie all’amore che una persona è al mondo. 3) L’embrione umano frutto dell’amore tra uomo e donna è dunque soggetto dei diritti umani. Il primo dei quali è quello alla vita. 4) La famiglia è l’istituzione fondamentale dell’amore ed è dunque la prima cellula della società umana essendo responsabile e tutrice dei diritti dell’individuo sino a quando egli non è in grado di essere pienamente responsabile delle sue scelte. Questo dice del resto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del’48, concependo addirittura la società mondiale come un’unica grande famiglia.

Le ragioni di merito
Sulla base di questi principi semplici, oltreché delle questioni di metodo sopra dette, noi consideriamo non ricevibili i quattro quesiti referendari. Soprattutto perché essi sono stati proposti come motivi di uno scontro sulla dignità dell’uomo e della persona, pretesto di un tentativo di modificare i principii della nostra civiltà, non solo giuridica ma antropologica. È questa la posta in gioco e va resa il più possibile chiara. Apprezziamo la posizione di quanti come Angelo Panebianco hanno tentato e tentano di affrontare i quesiti referendari secondo una logica pragmatica e razionale di analisi concreta di ogni singolo aspetto giuridico e scientifico, rifiutandosi alla logica dello «scontro di civiltà», ma non si può d’altra parte ignorare che ogni decisione su argomenti di questo tipo chiama inevitabilmente in causa la risorsa ultima di ciò in cui si crede: dei principi e delle visioni del mondo. Farne a meno sarebbe davvero impossibile. Ciò che si deduce anche da una lettura di merito degli stessi quesiti.

Il primo quesito, se viene a esso data risposta positiva, elimina ogni limite alla produzione di embrioni in vitro. È evidente, da questo punto di vista, la differenza rispetto alla possibilità che oggi la donna ha di abortire un feto malformato. Si può discutere della liceità e in molti Paesi, ad esempio negli Stati Uniti, lo si fa animatamente. Resta che è assai differente decidere di non essere in grado di condurre un percorso di gravidanza con un feto malformato e dall’altra decidere quale essere umano deve proseguire la sua corsa nella vita e quale no. Un conto è rinunciare un altro scegliere. In questo secondo caso è aperta la porta all’eugenetica. Inoltre la produzione in soprannumero consente di fare scorta di embrioni che possono essere trattati come materia tecnologica dalla ricerca scientifica e successivamente dall’industria. Quest’ultima riflessione acquista ancora maggiore peso se si considera che nel mondo scientifico è aperta la discussione sull’uso, ai medesimi fini terapeutici, delle cellule staminali adulte e sulla possibilità di non ricorrere alla ricerca sugli embrioni per curare gravi malattie.

lIl secondo quesito, se approvato, cancellerebbe le parti della legge che riconoscono diritti a tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito. È questa la condizione necessaria per procedere al trattamento di ciò che, comunque, non è semplice vita umana come può esserlo un lembo di carne ma essere umano individuato sia pure appena abbozzato, come materia. In materie delicate come questa la stella polare dovrebbe essere quella del «dubbio». In assenza di certezze, il solo dubbio che l’embrione possa essere già una vita dovrebbe consigliare di astenersi da interventi invasivi. In dubbio, veritas.

Il terzo quesito si propone di espungere ogni divieto alla sperimentazione sugli embrioni. È dunque il punto di arrivo del trittico, organicamente connesso e anzi causa finale dei primi due.

Vi è infine il quesito sull’eterologa, cioè la possibilità di produrre embrioni grazie al seme di donatori esterni alla coppia e anonimi. Se prevalessero i sì, ci assumeremmo la responsabilità come comunità nazionale di acconsentire alla nascita di figli senza padre biologico riconosciuto. Anche sulla base delle odierne ricerche sul Dna, sappiamo quante forme di predisposizione alla malattia ma anche e soprattutto quante caratteristiche psicologiche vengono dal padre. Ebbene si vorrebbe rendere normale che un numero imprecisato di individui possa nascere senza sapere di chi è figlio, chi gli ha donato la vita e, comunque, senza poter avere un rapporto con una persona essenziale per la sua sicurezza, la sua crescita, la sua entrata nella vita. Dopotutto, se posta in essere, questa possibilità costituirebbe dal punto di vista del principio un colpo micidiale alla famiglia e soprattutto alla famiglia come luogo dell’amore, all’amore come fondamento dei diritti umani e quindi infine ai diritti umani nel loro fondamento.

Conclusioni
Non è irrilevante, infine, sottolineare come non sia affatto certo che il «desiderio di avere un figlio» possa e debba considerarsi un diritto. Così come (ormai è chiaro anche a larghi settori del mondo femminista) anche l’aborto non è esattamente un diritto. Si tratta infatti di una tragica necessità che la legge può e deve consentire alla donna richiamandosi alla logica della «legittima difesa» o, detto in altri termini, alla logica del male minore. Anche la legge sulla fecondazione assistita, in fondo, si richiama a tale logica. Essa non considera la tecnologia un’arma congrua nel campo della riproduzione ma ammette che nell’ambito di una coppia familiare l’uso della tecnica per corrispondere al desiderio di un figlio sia appunto un «male minore» rispetto a quello di doverci rinunciare. Ma nel caso dell’eterologa il male per il nascituro sarebbe maggiore di quello sofferto dalla donna nel rinunciare a una discutibile procreazione che potrebbe essere più facilmente sostituita da un’adozione. A questo proposito ci sentiamo di aggiungere che molte delle polemiche suscitate da questa legge sarebbero senz’altro superate se in Italia esistesse una legge che rendesse più semplici e immediate le adozioni.

Inoltre: dato che di diritti umani stiamo parlando non si può non denunciare come sia ancora troppo bassa l’attenzione verso sequestri, assassinii, traffico d’organi dei bambini. Bassa è la soglia di attenzione verso il traffico di ovuli. La deregulation sulla produzione e l’uso di embrioni umani sarebbe un drammatico passaggio verso la considerazione che non esistono diritti umani sacri e inviolabili ma solo diritti negoziabili in cui naturalmente vince il più forte. Questa, al fondo, è la proposta della sinistra laicista, quella della riduzione del diritto umano a qualcosa di convenzionale e di cinicamente contrattabile, con una nichilistica indifferenza verso i diritti dei più deboli in nome della società superiore. Non inganni il richiamo ai diritti delle donne. Da questo punto di vista la sinistra laicista sostituisce oggi la vecchia classe operaia con le donne ma tratta queste ultime, le donne in carne e ossa, come quella marxista e stalinista fece con gli operai in carne e ossa: materia infinitamente manipolabile in vista di una indefinibile società futura.

Non c’è dunque nella nostra posizione alcun atteggiamento antiscientifico. Viceversa amiamo la ricerca e la sua progressiva evoluzione nella straordinaria avventura, umana e tecnologica, dell’uomo. La amiamo perché sappiamo che essa è naturalmente votata a migliorare la vita o anche semplicemente a rendere possibile la vita degli uomini. Pensiamo allo splendore della ricerca di vita nello spazio, ma anche a quanto di buono le biotecnologie possono fare, se regolate, per accrescere le possibilità di nutrimento di tutti gli abitanti del globo, compresi quelli che arriveranno. Siamo ottimisti non pessimisti sul futuro dell’uomo. Non coltiviamo alcun sentimento nostalgico, siamo aperti alla speranza non chiusi in atteggiamento fosco verso il mondo. Per questo amiamo la scienza. Non la amiamo invece, e abbiamo il dovere di controllarla, quando essa mira alla manipolazione dell’uomo, alla selezione tra gli uomini, infine al dominio sugli uomini. Il senso del limite è il migliore angelo custode dell’uomo nella sua infinita avventura terrena.
l Perciò pensiamo che il nichilismo della sinistra laicista vada respinto con determinazione. Uno dei suoi cavalli di battaglia è: potete avere anche ragione, ma non vedete che altrove si fa come diciamo noi? La vostra è una battaglia contro i mulini a vento. Falso. Negli Usa la legislazione è molto restrittiva. In Germania c’è una legge che limita la procreazione alle coppie sposate, vieta il congelamento degli embrioni e la selezione nel reimpianto. In Svezia e Norvegia la più recente legislazione è più restrittiva della prima. In genere cresce l’idea che in questo campo occorra una maggiore attenzione e assunzione di responsabilità, regole meditate, limiti fissati. E in ogni caso: si può abbandonare una battaglia che si considera giusta sol perché altrove ha vinto l’ingiustizia?

Infine, combattendo questa battaglia per l’astensione ai referendum, noi intendiamo ribadire alcune nostre convinzioni di fondo che, nei dieci anni della nostra attività, abbiamo cercato di discutere e di diffondere. L’individualismo personalista è, secondo noi, il massimo frutto della civiltà occidentale. Esso è la traduzione secolarizzata della concezione cristiana della persona come ente singolare e irriproducibile cui Dio conferisce dignità assoluta. In tutte le altre culture la collettività ha la preponderanza e l’individuo è subordinato all’interesse della etnìa o della specie. Noi, viceversa, siamo sicuri che la creatività civile, economica, scientifica del nostro mondo nasce dal primato della persona. Anche le biotecnologie sono frutto di questo. E però sappiamo anche che esse possono essere usate contro questo straordinario prodotto che, come dicevano i nostri Giacomo Leopardi e Benedetto Croce, è quella straordinaria ginestra così tenace e però così inesorabilmente fragile.

Due sono state e sono le armi dei nemici della ginestra: l’uso delle tecnologie e delle scienze per far prevalere gli interessi della collettività, della «specie» sull’individuo. E questa è la strada usata ad esempio dal comunismo. O quella opposta. Far dimenticare all’individuo che egli è persona e cioè singolo dentro un tessuto comunitario: la famiglia prima, la comunità sociale poi. Oggi i nostri avversari attaccano su quest’ultimo punto, mirando a ridurre l’individuo a monade infinitamente flessibile e manipolabile. L’attacco non va sottovalutato. Esso, come abbiamo visto mira a colpire la famiglia, e a creare le condizioni per le quali l’individuo sia un prodotto, non figlio dell’amore, non proveniente da una famiglia, materia manipolabile assai più che un soggetto dotato dalla creatività che solo un solido retroterra umano può dare. L’esito di tale offensiva sarebbe l’alterazione irrimediabile di quel prezioso equilibrio tra individualità e comunità che è l’unico a poter garantire la tenuta etica delle nostre democrazie. Ma noi siamo convinti che prevarranno invece le ragioni dell’amore e della libertà. La libertà resa universale dall’Occidente non è mai stata libertà di fare ciò che si vuole (persino uccidere) ma libertà fondata su una semplice verità: il primato della persona e della sua dignità.