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Non è un boogey-man

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Lo scorso marzo sono cominciate a Parigi le celebrazioni per il secondo centenario del codice civile, meglio noto negli anni seguenti come il Code Napoléon. Fu promulgato nel marzo del 1804, si compone di 2281 articoli e venne redatto dal Consiglio di Stato nel corso di 87 sedute. Per i francesi è una gloria nazionale, un testo comparabile, per la sua importanza storica, alle Pandette di Giustiniano. Per gli ammiratori di Napoleone è la prova dello straordinario talento organizzativo di cui l’imperatore dei francesi dette prova nelle sue diverse incarnazioni. Per molti Paesi del continente è una pietra miliare della tradizione giuridica europea. Ma Paul Johnson, nel suo saggio su Napoleone, apparso recentemente anche in italiano presso Fazi, non sembra condividere questi entusiasmi. È vero, riconosce che il codice ebbe il merito di seppellire ciò che ancora restava in Francia del vecchio diritto feudale e di affermare il principio della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ma i governi rivoluzionari, dopo il 1789, avevano già fatto gran parte del lavoro necessario (circa 15 mila leggi) e Napoleone partecipò soltanto a 36 delle 87 sedute del Consiglio di Stato. Fu davvero rivoluzionario e modernizzatore? Johnson ricorda che il Parlamento inglese aveva abolito il sistema feudale centocinquant’anni prima, negli anni Quaranta del Seicento. Fu davvero egualitario? Johnson sostiene che il codice riflette il paternalismo e il maschilismo di Napoleone: priva le donne della parità conquistata negli anni precedenti, autorizza la schiavitù nelle Indie Occidentali, rafforza i poteri pubblici a scapito del cittadino. Forse il solo grande merito dell’imperatore (venne insignito della dignità imperiale nel maggio del 1804 e incoronato nel dicembre dello stesso anno) fu quello di pretendere che il codice venisse redatto e promulgato «a passo di carica». Jonhson gli riconosce straordinarie capacità organizzative e ammira le sue fulminanti intuizioni, soprattutto sul campo di battaglia, ma si affretta a ricordare al lettore che fu collerico, sprezzante, volgare, arbitrario, imperioso e spregiudicatamente «familista».
Questo non è che un esempio del modo in cui l’autore affronta nel suo breve saggio il personaggio di Napoleone Bonaparte. Inglese, cattolico, autore di grandi sintesi storiche e saggista di successo (un suo pamphlet sugli intellettuali fece molto rumore anche in Italia negli anni Ottanta), Johnson non ama Napoleone. Il protagonista del suo libro è un piccolo nobile provinciale, opportunista, amorale, sfrenatamente ambizioso, brutale e, all’occorrenza, violento. Sposò Josephine de Beuharnais perché il suo protettore, Barras, voleva sbarazzarsi dell’amante. Terrorizzò Maria Walewska e la violentò mentre giaceva svenuta sul letto della stanza in cui l’aveva convocata. Distribuì i regni d’Europa, come beni personali, ai membri della sua famiglia. Esortò i suoi generali a depredare i territori conquistati. Svuotò l’Italia delle sue ricchezze per costruire, con il Louvre, un monumento alla propria grandezza. Ma questi, nel libro, sono soltanto vizi, intemperanze caratteriali, rughe sul volto del protagonista. Le vere colpe sono altre. Napoleone lasciò in eredità all’Europa e al mondo, secondo Johnson, la maggior parte dei mali di cui abbiamo sofferto, soprattutto nel corso del Novecento: la guerra totale, il coinvolgimento dei popoli nei conflitti tra gli Stati, le dittature ideologiche, l’uso della polizia segreta e della propaganda. Quasi tutti i dittatori del Ventesimo secolo - da Lenin a Gheddafi, da Mussolini a Peron, da Stalin a Hitler - hanno tratti napoleonici. Vi è in questa tesi una parte di verità. Molti leader autoritari hanno ereditato da Napoleone, tra l’altro, il culto dell’edilizia monumentale, il gusto per i grandi disegni mondiali, il ricorso alla forza come argomento decisivo della storia umana. Molti lo hanno imitato e citato. Quando Francesco Crispi ricorda al generale Barattieri che gli eserciti debbono nutrirsi a spese del territorio occupato, le sue parole riecheggiano quelle di una lettera di Napoleone al maresciallo Murat. Quando Mussolini dice a Emil Ludwig che il suo lavoro, nel corso della giornata, è metaforicamente suddiviso in una serie di cassetti, da aprire e chiudere con metodo, uno dopo l’altro, le sue parole ricordano una confidenza di Napoleone a Pierre-Louis Roederer: «I diversi argomenti e affari sono immagazzinati nel mio cervello come in un cassettone. Quando voglio affrontare un problema, chiudo un cassetto e ne apro un altro».
Eppure vi sono nel libro di Johnson almeno due difetti. Il primo è l’inevitabile conseguenza del «saggio a tesi», vale a dire del libro in cui l’autore conosce la conclusione ancora prima di iniziarne la scrittura ed elimina sistematicamente tutto ciò che può indebolire i suoi argomenti. La tesi secondo cui Napoleone sarebbe responsabile dei maggiori mali del Novecento è seducente. Ma non tiene alcun conto di altri fattori che ebbero sul corso della storia una influenza decisiva. È strano che Johnson, autore di un bel libro apparso qualche anno fa presso Corbaccio (La nascita del moderno 1815-1830), non ricordi in questo saggio la rivoluzione industriale, il marxismo, la crisi degli Stati parlamentari, l’ascesa delle masse nelle società nazionali. Il secondo difetto è inglese. Anche quando coglie perfettamente i vizi del suo protagonista, Johnson è del tutto insensibile a ciò che Napoleone ha rappresentato per la storia del continente europeo. Guarda il personaggio da un’isola a nord della Manica e non sembra rendersi conto che la storia di Bonaparte è indissolubilmente legata a quella dei nostri Stati nazionali. Le sue spedizioni militari, le sue battaglie, i suoi progetti legislativi e costituzionali, le uniformi dei suoi soldati, le medaglie dei suoi combattenti, i nomi dei suoi generali, sono nel bene e nel male una parte della nostra storia. Persino la Spagna e la Germania (i Paesi in cui la rivolta antifrancese fu più fortemente nazionale) appartengono come l’Italia, la Svizzera, la Svezia e la Polonia a una grande storia napoleonica dell’Europa continentale. Noi italiani possiamo rimproverargli il sequestro delle nostre opere d’arte, ma non possiamo dimenticare (è soltanto un esempio) che il museo di Brera e la Scuola Normale sono creazioni napoleoniche. Che un inglese non possa avere questi sentimenti e queste sensibilità è comprensibile. Tutto ciò che ebbe per noi una doppia valenza, negativa e positiva, fu percepito in Inghilterra come una minaccia o, tutt’al più, come una stravaganza. L’uomo che sedusse molti giovani europei e li persuase a militare sotto le sue bandiere è sempre stato, al di là della Manica il boogey-man, lo spauracchio di cui le mamme e le nannies si servivano per indurre i bambini all’ubbidienza. Forse il libro di Johnson ha il merito di dimostrare indirettamente perché sia così difficile associare la Gran Bretagna a qualsiasi progetto politico ed economico veramente europeo.