LIBERAL BIMESTRALE di Gianni Baget Bozzo Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004
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Il libro di Paul Johnson su Napoleone è troppo modesto per demitizzare Napoleone: è vero che il proverbio attribuisce sia a Dio che al demonio di lasciare le loro impronte nei dettagli della storia, ma questo non obbliga a scrivere la storia dei dettagli. Napoleone ha determinato la storia d’Europa più di ogni altro uomo politico moderno, il suo spazio non è stata la Francia ma l’Europa tutta. E non soltanto come oggetto di dominio territoriale ma come cambiamento dei popoli della Cristianità nel popolo europeo. Ha pensato tutti i confini d’Europa come provvisori, tutte le corone e le legittimità che le fondavano come spurie, ha ritenuto che il pensiero illuminista fosse la nuova religione a cui convincere, con modesto supporto armato, destinata a convertire l’Europa dall’Atlantico agli Urali. Pensò anche al mondo islamico e predicò agli sceicchi egiziani, liberati dalla dinastia albanese militare dei Mammalucchi, che il deismo francese era la stessa cosa del Corano, poiché né l’uno né l’altro conoscevano clero, culto e sacrifici. Poté agire con tanta presunzione solo perché ignorava il corpo fisico dell’Europa, aveva imparato l’Europa come il concetto realizzato della civiltà della ragione. La grandezza di Napoleone si fonda sull’ignoranza della geografia e della storia: e furono la geografia e la storia a sconfiggerlo. Il creatore dell’Europa delle nazioni fu distrutto dalla memoria dei popoli. Bastò la sconfitta in Russia per fare emergere la sollevazione dei popoli contro la civiltà della rivoluzione. Egli aveva conquistato le dinastie, sposato una Asburgo. Il re di Prussia ordinò alle sue truppe di aiutare l’armata di Russia in ritirata, ma i generali prussiani disubbidirono al re e combatterono l’imperatore sconfitto. Eppure, trent’anni dopo, nel 1848, le nazioni europee, figlie di Napoleone, iniziarono a mutare i regimi monarchici e a introdurre in forma liberale i concetti laici di popolo, di nazione e di Stato che Napoleone aveva voluto introdurre con la forza delle baionette francesi. Sconfitto sul piano delle armi, Napoleone aveva vinto sul piano delle idee. Ma la sua prima vittoria era stato il golpe militare contro il giacobinismo, l’aver sconfitto la rivoluzione del terrore e della congiura degli eguali, battuto l’alleanza tra violenza assoluta e utopia assoluta che era stato il sogno realizzato di Robespierre. Separando la rivoluzione dal giacobinismo, Napoleone divenne un costruttore della società liberale. Il suo Codice civile ne diviene, più che il manifesto, la forma giuridica. Il modello liberale continentale avrà in tutta Europa, salvo che in Inghilterra, forma napoleonica. Infine egli ha segnato la via liberale come via media tra la restaurazione monarchica e l’utopia terrorista. Per questo il libro di Johnson non convince descrivendoci i particolari privati di una figura così altamente pubblica. Sarebbe invece giusto che si riconoscessero i meriti di Napoleone e non i suoi demeriti. Siamo figli di Napoleone più che di ogni altra figura del Settecento e dell’Ottocento. Fu un genio creativo e non può essere certo considerato lui, figlio dell’illuminismo, un precursore del totalitarismo, che in nessuna forma di destra e di sinistra si è mai a lui riferito. Avendo avuto un successo così grande, nessuno lo riconosce come padre, forse soltanto la Corsica lo onora veramente come suo figlio. Alla Francia ne è rimasta l’ossessione, il dettaglio della grandeur.
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