
In Francia è stato liquidato come un cattivo frutto di quella malapianta della storiografia anglosassone che scrive con spirito di vendetta. Ché risente ancora delle umiliazioni subite dal Regno Unito a opera di Bonaparte. Altri l’hanno collocato, con sufficienza, nella pamphlettistica divulgativa e sensazionale, senza solide basi storiche. Eppure Paul Johnson, autore dell’ultima brillante monografia su Napoleone, è un autorevole storico inglese, illustre collaboratore di molti prestigiosi giornali, inglesi e americani. Enemies of Society, uno dei suoi libri più conosciuti, è un’argomentata critica di quella che lui definisce la «sinistra fascista». È stato tra i primi a sostenere che sui totalitarismi del Ventesimo secolo non si potevano fare distinzioni: da una parte quelli di destra, il Male assoluto, e dall’altra quelli di sinistra, degenerati ma mossi da un ideale positivo. Il suo saggio su Napoleone (Fazi editore, 163 pagine, 15 euro) s’inscrive in questa lunga ricerca nella storia dei «nemici della libertà». Nel suo libro ha ripercorso con stile icastico tutta la vita di Bonaparte e ne ha demolito il mito pagina dopo pagina.
Professor Johnson, un giornale italiano, La Stampa, nel recensire il suo libro ha ritenuto vi fosse un implicito attacco al presidente americano George W. Bush e alla sua politica in Iraq. Pensa sia un riferimento giusto?
Davvero!? Qualcuno ha potuto pensare che fosse un libro contro Bush? Mi domando su quali basi abbiano potuto crederlo. Non potrebbe esserci maggiore differenza tra la politica di conquista caratteristica delle campagne di Napoleone e il modo di agire in Iraq del presidente americano George W. Bush. Napoleone occupava i territori per ricavarne denaro, per trarne bottino e truppe di coscritti. Solo in questo modo riuscì a disporre di un esercito di mezzo milione di uomini e a finanziare le sue dispendiose campagne belliche. Peraltro, al contrario di quel che è stato scritto da molti, tutto questo avveniva senza la minima intenzione di esportare la democrazia. Nel caso di Bush e della missione in Iraq gli americani stanno pagando tutto con il loro denaro. Non solo le ingenti spese militari ma anche quelle, enormi, necessarie per le infrastrutture e per i servizi primari del Paese. E, cosa fondamentale, non c’è nessun intento di razziare l’Iraq. I musei americani, per intenderci, non si riempiranno di reperti archeologici iracheni Al contrario si sta cercando di evitare la dispersione del patrimonio culturale. Al di là di alcuni episodi limitati, i soldati Usa, in collaborazione con gli altri eserciti della Coalizione, stanno facendo del loro meglio - malgrado le oggettive ed enormi difficoltà nelle quali operano - per instaurare una democrazia. E, appena conclusa la loro missione, tornarsene a casa il prima possibile. Direi che la differenza tra i due modi di agire, di Napoleone e di Bush, non potrebbe essere più grande. Il vero problema è che Bush, pur portando avanti un’incessante lotta al terrorismo, continua a ragionare con categorie del secolo scorso. Parla ancora, per quanto con sempre maggiore difficoltà, il linguaggio dell’anti-imperialismo. La ricerca americana della sicurezza contro il terrorismo e gli Stati canaglia va di pari passo con la liberazione dei loro popoli oppressi. Dall’impero del male all’impero per la libertà è un passo da gigante, un contrasto altrettanto grande di quello tra le spaventose immagini del desolato e morente Ventesimo secolo e la luminosa alba del Ventunesimo. Ma l’America ha i muscoli e la forza di volontà per fare passi da gigante, come ha già dimostrato in passato. Spero di aver chiarito quale sia il mio pensiero e quanto sia grande la differenza tra Bush e Napoleone.
Nel suo libro tra le righe si avverte un certo «orgoglio inglese». È giusto definirlo così?
Non lo definirei orgoglio ma piuttosto self respect.
Non le sembra eccessivo ricondurre solo a Napoleone tutta la responsabilità di aver ispirato i regimi totalitari del Ventesimo secolo?
«Ispirato» mi sembra un termine troppo forte. Direi che Napoleone ha agevolato e incoraggiato tutti quei personaggi negativi e ambiziosi, che avrebbero comunque creato dittature nei loro Paesi. Questi tiranni sono stati rafforzati e stimolati nel loro disegno, non solo dall’esempio di Napoleone, ma anche e soprattutto dal modo in cui i francesi ne hanno onorato la memoria.
Quindi la distorsione della memoria nasce dal culto della personalità postumo?
Vede, come ho cercato di spiegare nel mio libro, io penso che il problema non è esclusivamente in quello che Napoleone ha fatto durante il suo dominio. Ancor più grave è stato ciò che è successo dopo la sua morte. Dopo la sconfitta di Waterloo Bonaparte fu giustamente punito con l’esilio, per aver messo a ferro e fuoco l’Europa e, una volta scomparso, fu sepolto in modo anonimo a Sant’Elena, lontano dalla Francia. Successivamente fu riesumato e portato a Parigi agli Invalides, con i più straordinari onori, paragonabili a quelli tributati a un imperatore romano e con il più impressionante fasto mai riservato a un uomo nell’Europa moderna. Da quel momento in poi è stato considerato dalla maggioranza dei francesi come un grande eroe della storia e ancora oggi se ne alimenta il mito. Ecco, questo è il punto: se un uomo così, che, al di là dell’agiografia, ha fatto quel che ha fatto, riceve un tributo tale dal suo popolo, non deve stupire che dittatori come Hitler, Stalin e Mussolini siano stati spinti a emularne l’esempio.
Secondo lei perché dopo il Congresso di Vienna, con la Restaurazione, quasi tutti i regni d’Europa adottarono il Code Napoleon, preferendolo al modello istituzionale inglese?
Lei lo può definire Codice Napoleone se desidera, e questo è certamente ciò che avrebbe voluto Bonaparte.
Così viene definito convenzionalmente…
Sì, ma anche prima della Rivoluzione francese molte monarchie avevano avviato un processo di riforme. Gradualmente queste riforme si stavano attuando in tutta Europa. Erano praticamente completate in Danimarca e stavano per essere varate in Inghilterra. E in alcuni Paesi, come per esempio l’Austria che aveva avuto dei «despoti illuminati» nei decenni precedenti, erano in avanzato stato di sviluppo. In Francia un gran numero di funzionari statali avevano studiato e predisposto molti cambiamenti dell’ordinamento, soprattutto dei codici, penale e civile. La Rivoluzione francese si trovò questo lavoro legislativo già pronto nei ministeri. Si limitò a ereditarlo e a metterlo in pratica. È assolutamente vero, e ciò va a merito di Napoleone, che se non fosse arrivato un uomo capace di coniugare una formidabile forza di volontà al suo potere politico, forse altri non sarebbero riusciti a introdurre il nuovo codice penale e civile. Fu l’ostinata determinazione di Bonaparte a renderlo possibile. Ma il codice non era farina del suo sacco. Come ho detto era già pronto. Non è giusto dunque dargli il merito intellettuale di averlo concepito. Forza di volontà sì, ma non creazione intellettuale. Quindi i moltissimi meriti e le qualità di quel codice non sono di Napoleone. Inquadrata in questo modo l’adozione di quel modello da parte di molti Paesi - non riusciti fino ad allora a riformare efficacemente i loro sistemi istituzionali - risulta meno sorprendente, ed è più correttamente ricondotta nella graduale evoluzione di tutti i regimi continentali. Per gli inglesi la situazione è diversa. Noi abbiamo sempre avuto un codice costituzionale organico, in graduale e costante evoluzione.
Proiettando il ragionamento ai giorni nostri, non la stupisce che l’Unione europea abbia perpetuato il modello del civil law d’ispirazione napoleonica, invece di seguire l’esempio anglosassone, basandosi sull’esperienza degli Stati Uniti d’America?
La mia principale obiezione ai governanti d’Europa è proprio di non aver voluto seguire il modello statunitense. Da quarant’anni, ogni volta che ne ho avuto occasione, ho cercato di stimolare i governanti europei, per esempio Jacques Delors, a studiare e a ispirarsi agli Stati Uniti d’America. Mi sono sempre scontrato con un atteggiamento sprezzante e con un radicato complesso di superiorità. Dicevano di non voler prendere lezioni da quello Stato giovane e rozzo, pieno di volgari texani. Curiosamente un uomo che non aveva analoghi pregiudizi fu uno dei padri dell’Europa unita, Jean Monnet, che conoscevo bene. Lui aveva grande familiarità con l’America e la ammirava sinceramente. Questo lo spinse a seguirne l’esempio il più possibile nel definire le prime istituzioni europee, la Ceca e il Mec. Ma la successiva generazione di «euroburocrati» ha agito in modo completamente diverso. Questo secondo me è alla radice dei grandi errori commessi e spiega perché la struttura di Bruxelles sia così poco democratica. Dopo il mio breve libro su Napoleone ne ho pubblicato un altro analogo su George Washington, nel quale ne ho ricostruito l’attività di liberatore, di padre della Costituzione americana e di presidente. Il contrasto fra le due figure non potrebbe essere più evidente. Washington non ha sbagliato nulla, mentre Napoleone ha sbagliato tutto. E questa è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti ancora oggi sono la più ricca e potente nazione del mondo. Proprio perché ancora oggi Washington costituisce un esempio splendido, mentre la figura di Napoleone ha finito per indebolire la Francia. Nel fondare gli Usa Washington ha posto le premesse per un governo stabile e democratico. Ciò che risulta più sorprendente, se pensiamo che ha agito tra il 1760 e 1790 e proveniva da una condizione di agiato proprietario terriero, è la sua sensibilità democratica. A pensarci bene sono passati quasi due secoli e mezzo. Sì certo, gli Usa sono uno Stato giovane, ma pur sempre la democrazia più antica ed efficiente. Al contrario, nella classe dirigente che ha guidato l’Unione europea l’atmosfera dominante è stata e continua a essere burocratica, centralista, non democratica, in estrema sintesi élitaria. Però credo che ciò non potrà durare a lungo, perché nell’Unione allargata risulterà impossibile eludere la democrazia, pena il fallimento totale. Purtroppo si saranno sprecati decenni inutilmente e finora questo è stato il modo di agire delle classi dirigenti europee. Purtroppo credo che la suggestione esercitata dal mito napoleonico continui ad avere non poche responsabilità.