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La verità sul made in Italy

LIBERAL BIMESTRALE
di Gianfranco Blasi
Liberal Numero 24 - Giugno/Luglio 2004
 

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Negli ultimi anni in Italia molti di noi, e non solo gli analisti e gli esperti economici, hanno insistito su alcune parole chiave, come per esempio: competitività, qualità, made in Italy; e sul fronte finanziario: bond difensivi, espansivi, diversificazione, concentrazione, etc, etc... È emersa sempre di più un’idea estetica della nostra economia. Una sorta di «chirurgia plastica» che ha consentito non di reggere, ma di tamponare, l’urto del mercato globale e, soprattutto, di una concorrenza sui beni prodotti sempre più aggressiva, spietata e purtroppo, come è a noi tutti noto, con forti punti di squilibrio a danno del nostro Paese sia sui tempi che sui costi di produzione. Siamo consapevoli che l’economia reale, la presenza industriale, il peso dei beni prodotti, nella scala di misura del nostro sistema, è nettamente diminuito. Non reggono più, non solo le grandi (ormai pochissime) aziende, ma anche le medio-piccole vivono un processo involutivo particolarmente allarmante. Se, dunque, probabilmente, ci avviciniamo a una crisi strutturale, e appunto di sistema, comunque più europea che solo italiana, vanno individuate contromisure meno blande della chirurgia estetica e terapie più intensive. Non basta solo proteggere (mi chiedo, peraltro, fino a che punto sia oggi possibile…) e promuovere i nostri prodotti.
Bisogna ancor prima verificare:
a) come si può rilanciare l’economia reale riposizionando le principali aziende italiane e i distretti produttivi più significativi (in questo senso proprio i distretti meritano una discussione più ampia e propositiva, rappresentandosi come elementi originali dell’economia italiana più virtuosa);
b) come si può incentivare la costruzione di un modello di intervento pubblico-privato, una sorta di «nuova alleanza» fra Stato, mercato e società, capace di giungere, sussidiariamente, a favorire la ripresa dello sviluppo;
c) come può il Sud proporre una propria soggettualità economico-produttiva senza snaturare il rapporto irrinunciabile tra risorse e sviluppo.
Ancora più specificatamente varrà la pena verificare come sia possibile realizzare un progetto condiviso entro il quale reciprocità e sussidiarietà, sostengano una nuova configurazione del sistema creditizio italiano, promuovano idee per un progetto industriale con contenuti di incentivazione e di flessibilità (non solo nelle politiche salariali e nei tempi di lavoro) e soprattutto con il pieno coinvolgimento dei lavoratori, grazie anche a forti legami con il territorio e le comunità locali. In ultima analisi bisogna offrire una disponibilità intellettuale aperta, sapendo che persino la politica sarà chiamata nei prossimi anni a nuovi approdi e si ridisegnerà proprio sui bisogni vitali e sulle modifiche strutturali della società europea e della nostra comunità nazionale. Va in ogni caso specificato che lo sviluppo non si finanzia solo con i soldi, che peraltro meritano finalizzazioni serie. Le vocazioni antropologiche, territoriali, culturali, le motivazioni, la disponibilità, la conoscenza, la ricerca, l’innovazione rappresentano un giacimento altrettanto fondamentale per lo sviluppo. Sarà che i momenti di difficoltà chiedono il coraggio delle idee, sarà che è indispensabile oggi misurarsi in spazi di competizione più qualificati e selettivi, ma nell’uno e nell’altro caso resta indispensabile promuovere nuovi percorsi, stimolare un diverso approccio alle politiche di sviluppo. Da qui la necessità di ripiegarsi ulteriormente alla ricerca di una soluzione che ci piace definire «meno estetica» e più incisiva.
Analizziamo ora i tre punti prima solo enunciati. Prima questione: come si può rilanciare l’economia reale? L’Italia potrebbe scegliere di trasformarsi in una sorta di unico grande museo all’aperto, in uno spazio geografico dedicato solo al turismo ambientale piuttosto che storico. Crediamo che questa scelta non debba essere sviluppata in senso assoluto. Pensiamo invece che nel mentre sarà indispensabile spingere il motore dell’economia in questa direzione, resterà prioritario, per un grande Paese come il nostro, sviluppare strutturalmente politiche industriali, recuperare competitività in alcuni settori strategici. Ecco perché i distretti produttivi, nati negli ultimi vent’anni in Italia, meritano rispetto e considerazione. Attraverso quella via bisognerà produrre modelli organizzativi, assecondando le vocazioni produttive dei diversi territori. Peraltro il distretto può divenire anche distretto di finanza e dunque un insieme di piccole e medie aziende su un territorio potrà considerarsi un sistema unico, ove esercitare politiche di incentivazione e politiche del credito. Così questa sinergia determinerà una maggiore coerenza economica e la definizione (attraverso i distretti) di grandi nuclei industriali.
Seconda questione: si può incentivare la costruzione di un modello di intervento pubblico privato, a metà strada fra liberismo puro e statalismo? Siamo convinti di sì. Anzi crediamo fermamente in una nuova alleanza fra Stato, mercato e società. Pensiamo che il principio di sussidiarietà si rappresenti come un’occasione storica irrinunciabile. Infatti attraverso la sua applicazione lo Stato riesce a svolgere una funzione equilibratrice, mai egemone, ma non rinuncia a testimoniare la sua presenza nella valorizzazione dei corpi sociali e, fra questi, quelli economici. La società, a sua volta, si inserisce nel rapporto fra Stato e mercato, e tende a rendere identificabile l’azione economica, in qualche modo la certifica. Entro questo contesto nasce evidentemente una nuova forma di democrazia sociale e forse, finalmente, quella terza via politica, non solo allo sviluppo economico, si rende visibile culturalmente. Un’attenzione ideologica fra mercato e Stato continuerebbe a produrre contrapposizioni troppo forti e a isolare l’una e l’altra visione. Il principio di sussidiarietà, la mediazione sociale consentono di recuperare rispetto alla tradizionale e vecchia radicalità degli approcci.
Terza questione: come può il Sud proporre una propria soggettualità economico-produttiva? Che il Sud abbia bisogno di produrre uno sforzo complessivo di autocoscienza è fatto prioritario. Nel senso che molto del cambiamento necessario deve partire da un’assunzione di responsabilità interna. Essere costruttori del proprio futuro è molto meglio che subire le scelte di altri o restare in attesa di interventi esterni. Il modello patologico dell’assistenza-dipendenza deve essere definitivamente superato. Per questo la via di un federalismo equo, sembra oggettivamente la migliore. Perché, in un certo senso, rende obbligatoria la direzione di un impegno diretto, di una responsabilità tangibile, senza possibilità di rifugiarsi in vecchie consuetudini. Nel Mezzogiorno il dibattito su questi temi è oggi molto caldo e non scevro da alcune preoccupazioni. Vi sono eccellenti economisti e non pochi meridionalisti che continuano a sottolineare i rischi dei cambiamenti istituzionali in atto. Per esempio, Gianfranco Viesti giudica la devoluzione «un inganno», vede all’orizzonte un disegno contro il Sud, teme la riduzione della presenza pubblica nazionale, legge nello spostamento di alcune ulteriori competenze alle regioni il pericolo di dover far fronte a esse con finanziamenti diretti, secondo le disponibilità locali, prevedendo - è questo il suo punto di vista - l’assenza di uno schema perequativo nella distribuzione delle risorse indotte dalla fiscalità generale.
Noi ci permettiamo di dissentire. Il federalismo che ispira la riforma della Costituzione promuove invece il protagonismo delle comunità meridionali, fa assumere ruolo e responsabilità nel mentre distribuisce nuove funzioni e qualifica autorevolmente le competenze regionali e locali. Allo Stato resterà il compito irrinunciabile di essere punto di equilibrio nel processo di decentramento in atto e soprattutto luogo di sintesi irrinunciabile dell’unità del Paese. Cogliamo in molte delle preoccupazioni espresse in questa fase due paure che finiscono per nascondere due cattive abitudini del Sud. La prima si riferisce alla presenza pubblica nazionale come momento di distribuzione automatica di risorse aggiuntive. Quasi che il Sud abbia bisogno sempre di una mammella statalista da cui attingere latte assistenziale. La seconda, frutto di una visione classica del meridionalismo, è la preoccupazione di non farcela da soli, è una dichiarazione di incapacità storica alla quale ci sottraiamo senza alcun indugio. Il federalismo fiscale quando e se sarà realizzato conterrà sempre e comunque gli elementi di perequazione necessari alla conservazione dei servizi pubblici essenziali su tutto il territorio nazionale. In ogni caso non è questo il tema prevalente della devoluzione e non lo sarà mai. Altra cosa è invece attrezzarsi, munirsi della necessaria consapevolezza per essere protagonisti, finalmente e definitivamente del proprio futuro!
 

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