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La riforma delle pensioni

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuliano Cazzola
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004
 

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Era una tiepida sera di primo autunno a Kiev. All’«Accademia mohyliana», l’università della capitale, si concludeva una tavola rotonda dedicata al postmodernismo. Uno dei partecipanti, parlando del rapporto dell’Ucraina con la modernità, disse che la società ucraina, a sua insaputa, continuava a vivere ai margini di un enorme cimitero, retaggio della Grande Fame. E che proprio il silenzio di quello sterminato cimitero, senza una lapide, e ancor più il silenzio sull’esistenza stessa di quel cimitero sarebbe stato determinante per il futuro dell’intero Paese, per il suo rapporto con la democrazia. Tornai a casa. Da lontano una televisione, accesa a un volume insolitamente alto, diffondeva la prima immagine delle Torri Gemelle che crollavano. Il mio primo pensiero fu: «È iniziata la terza querra mondiale». Era appunto l’11 settembre del 2001. Cosa poteva collegare il silenzioso e anonimo cimitero del genocidio ucraino con il vivo e urlante orrore delle Torri in fiamme? Un collegamento invece c’è, ed è diretto. Cito le parole di Alain Besançon, dal suo discorso parigino dedicato allo Holodomor nel novembre del 2003: «Je tiens que l’attentat du 11 septembre 2001 contre les Tours de Manhattan a été pour l’Ukraine une plus grande catastrophe que pour les Etats-Unis». Mi si consenta anzi di citare un altro storico, Norman Davies, che nel suo Europe ricorre al termine: The Allied Scheme of History. Questa laconica formula suggella bene l’abisso in cui è sprofondata la storia ucraina del Novecento, motivandone nel contempo le ragioni. Chiariamo subito un punto nodale: The Allied Scheme of History non riguarda soltanto l’alleanza antinazista di allora, pur sempre una delle ragioni che hanno sotteso il silenzio sui crimini dello stalinismo. Oggigiorno si va riproponendo lo stesso meccanismo di allora, con l’Ucraina che si ritrova a essere merce di scambio sulla scacchiera mondiale. Per questo parlerò del legame tra «silenzi di ieri» e «silenzi di oggi» come presagio di drammi futuri. E la questione non si limita all’Ucraina e allo spazio postsovietico. La questione coinvolge il futuro dell’Europa tutta.
In effetti, negli anni Trenta-Quaranta si poteva nutrire ancora qualche dubbio circa la reale conoscenza da parte dell’Occidente della situazione nell’Unione Sovietica. Oggi, invece, l’Occidente è perfettamente consapevole che in Russia non si vada consolidando una democrazia, ma si stia edificando un regime autocratico che ha sempre meno da spartire con uno Stato di diritto. E però, questo non impedisce la riedizione di una nuova entente cordiale tra Occidente e Russia all’insegna di una «comune lotta» contro il terrorismo. E dunque, questo nuovo Allied Scheme of History sorvola sul problema dei valori democratici in Russia e sposa una Realpolitik dal fiato decisamente corto. In effetti, la chiamata a raccolta di tutte le forze del mondo libero e democratico per reggere all’attacco del fondamentalismo del terrore non può che poggiare sulla difesa dei valori della democrazia, appunto. C’è in effetti qualcosa che non torna nella strategia di un mondo occidentale che accetta di compattarsi con la Russia ignorando la «questione cecena». E questo dovrebbe ovviamente valere per tutte le questioni dolorosamente aperte: da quella «curda» a quella «kosovara», per non citarne che alcune, in un mondo che ogni giorno ripropone tensioni sopite ma mai spente. Che dire, ad esempio, della situazione giorgiana, in cui già si avvertono le prime avvisaglie di non lontane esplosioni. Il rinnovato ricorso all’uso strumentale dell’Allied Scheme of History riveste oggi enorme importanza nello spazio postcomunista. Riflettiamo solo per un attimo sull’evoluzione in moderna democrazia della Germania. Questo è stato possibile grazie a una catartica quanto drammatica resa dei conti col proprio passato. Filosofi quali Jürgen Habermas o Jacques Derrida, muovendosi nel solco già tracciato da Hannah Arendt, hanno definito a chiare lettere un coerente percorso «post-Olocausto». Habermas parlò senza mezzi termini della necessità della Germania di aprire un confronto con la parte nera del suo passato proprio al fine di scongiurare una nuova Auschwitz. L’accettazione passiva della propria storia non può che riproporre «il passato che non passa». Occorre dunque una rivisitazione, anzi un’«acquisizione» critica del proprio passato se si vuole veramente imboccare una strada nuova scevra dagli errori già commessi in precedenza. Solo in tal caso si può aver ragione dell’Unmasterable Past, il che è anche l’unico modo di strappare la società al caos morale per consegnarla a una vita etica e responsabile.
Di contro, l’Occidente non è stato altrettanto intransigente in questo senso con il passato totalitario comunista. Ha tracciato una linea divisoria tra il «mondo europeo» propriamente detto e quell’«Altro mondo», come lo chiama Milan Kundera, che includeva la Russia e i Paesi satelliti. E però, l’Occidente non ha messo mai quest’«Altro mondo» di fronte a un aut-aut come aveva fatto con la Germania. Anzi, in Occidente la visione del passato totalitario dell’Est europeo è tuttora inficiata dal suddetto Allied Scheme of History. Del resto, fino a poco tempo fa un qualche raffronto tra i due totalitarismi sapeva di revisionismo sospetto e, comunque, improponibile. E si dimenticava forse che una delle prime a tracciare la parabola di questo necessario confronto fu proprio la Arendt, simbolo di lucida resistenza al totalitarismo nazista. La Arendt ha in effetti sollevato il problema dell’affinità del «terrore totale» nei campi di sterminio nazisti e nei gulag staliniani come «essenza stessa del totalitarismo», un sistema che unisce «una coercizione inedita e serializzata a un’ideologia secolare totalizzante». E non parliamo poi della vergognosa conta delle vittime (non venti milioni, tutt’al più quattro...) della sinistra europea che ha ostacolato non poco la volontà di prendere veramente di petto le colpe del sistema. Negli ultimi anni le cose sono fortunatamente cambiate. E la storiografia occidentale più recente sta colmando la lacuna. Però, i ritardi di una più compiuta analisi della storiografia occidentale, uniti a una marcata (e non disinteressata) indifferenza della politica occidentale stessa trovano precisi riscontri in una mancanza e/o debolezza di resa dei conti del mondo postcomunista, con risultati affatto incoraggianti. Sembra che qui i conti con la propria storia nessuno voglia veramente farli, e fino in fondo. La recente chiusura di gran parte degli archivi in Russia completa un quadro ben poco rassicurante. Di fatto, in Russia e nei Paesi all’ombra della Russia, a tutt’oggi, criteri e valori che l’Occidente democratico dà per scontati qui non trovano ancora sicuro asilo. Un esempio emblematico. Quando in Polonia si volle costruire un supermercato nei pressi di Auschwitz, tutta l’Europa si ribellò invocando lo spettro del neonazismo. Di contro, l’Occidente ha accolto con divertita curiosità la notizia che in Russia si era lanciata l’idea di trasformare i gulag in centri di «turismo adrenalinico». Anzi, in Lettonia il progetto è già stato realizzato. A Liepaja, antica località baltica, con la modica somma di 100 dollari si può passare una notte in cella, con tanto di tenuta carceraria a strisce, sorvegliati dal relativo guardiano, con stella rossa e Kalashnikov. La tesserina del «gulag-luna park» attesta la condanna a 10 anni di reclusione come «nemico del popolo». E se una eventuale impresa «SS spa» poteva suscitare sdegno e proteste, la ditta in questione, intitolata per l’appunto «Kgb spa», incassa indisturbata 20 mila dollari la settimana, per la gioia degli ospiti-«detenuti» occidentali e russi. E dov’è il limite ultimo di questo cinismo dilagante del mondo in cui il «turismo adrenalinico» è capace di soppiantare la memoria storica? Perché allora non costruire cliniche dimagranti nelle campagne ucraine devastate dalla fame negli anni Trenta? E così, all’interno di questo Murder, Inc. che trasformò uno sterminato Paese in un gigantesco lager, i nuovi ricchi popolano oggi le dacie dell’élite nei pressi di Mosca, costruite dai prigionieri dello Stroilag, lager al centro della stessa Mosca. E questo alla faccia di una qualche giornalista polacco-americana che finalmente studierà la questione (è importantissimo il recente libro di Anne Applebaum che documentò con dovizia di dettagli gli orrori nei lager sovietici), e alla faccia dello stesso «Memorial» russo che, a differenza dei tempi della perestrojka, è ormai relegato ai margini della coscienza civica della società. Assistiamo quindi non tanto a una «archiviazione» dell’evento (il che perlomeno lascerebbe una seppur tenue speranza in una qualche rivisitazione futura), bensì alla rimozione dell’evento, facilitata da un relativismo postmodernista che «desacralizza» tutto, trasformando la tragedia in una farsa, in un indistinto caleidoscopio globalizzato. L’interrogativo, posto brutalmente, è dunque il seguente: perché è impensabile che l’Olocausto venga proposto come una qualche aberrante Disneyland e il Gulag staliniano sì? La risposta mi sembra drammaticamente ovvia: il passato russo-sovietico, sia per la Russia e i suoi ex satelliti, ma anche per l’Occidente stesso, non è stato ancora passato al vaglio della coscienza critica della società civile. Così la moderna società postsovietica sfreccia allegramente nelle sue Ferrari e ignora, o vuole ignorare, che il sottosuolo è di fatto un enorme cimitero. In questo caso, è quella stessa società che rischia di risultare moralmente morta, di trasformarsi in un «allegro cimitero», come definì l’Urss il poeta ucraino Vasyl’ Stus, morto nel lager sovietico giusto alla vigilia della perestrojka gorbacioviana. Di più, una civiltà in cui la vita umana non aveva valore alcuno, non avendo saputo sondare a fondo le ragioni di tanto orrore, finirà prima o poi per entrare nuovamente in rotta di collisione con una civiltà occidentale che fa della vita umana uno dei suoi capisaldi ineludibili. Ovviamente, anche al di là di quella che una volta era la Cortina di Ferro, si sono fatti passi importanti. E però anche qui si riscontrano differenze culturali emblematiche. In Polonia, nella Repubblica Ceca, in Ungheria, questa questione è stata affrontata, toccando anche i nodi più dolorosi (ricordiamo il caso di Jedwabne). Nei Balcani, come si vede, le cose sono andate diversamente. Se poi riducessimo lo spazio postcomunista all’area postsovietica, e più precisamente all’area postsovietica ortodossa, scopriremmo che qui i conti con la propria storia procedono, se procedono, con lentezza esasperante e con pericolosi ritorni. Insomma, oggi è ancora difficile, se non impossibile fare i conti con il mondo all’ombra della Russia, sia da parte dell’Occidente, sia all’interno di questo stesso mondo. In Belarus’ una rilettura critica del passato è stata soffocata alla radice. In Ucraina, l’opposizione procede di buona lena, ma deve vedersela con un governo tutt’altro che «revisionista». In Russia, poi, l’epicentro del regime, questo processo, iniziato con Gorbaciov e continuato con Eltsyn, si è bloccato del tutto con Putin. Anzi, è proprio il «triangolo» slavo-orientale a porre gli interrogativi più inquietanti, in quanto certe «affinità elettive» proprie delle «strutture profonde» della cultura si fanno ancora sentire.
In estrema sintesi, si potrebbe dire che nell’area dei Paesi ex sovietici della cerchia slavo-bizantina si è andato creando uno «zoccolo duro» che ha visto fondersi una profonda russificazione con una radicata sovietizzazione, dando origine a un complesso meccanismo di rapporto tra individuo e potere, cementato di recente da un integralismo ortodosso indomito e battagliero. Non avendo modo in questa sede di entrare nei dettagli, basti richiamare un esempio peraltro sotto occhi di tutti, quello offerto dalla Belarus’: completamente russificata prima e sovietizzata poi, rappresenta a tutt’oggi, nel nuovo millennio, un grottesco esempio di dittatura rétro di stampo irriducibilmente sovietico. E si tratta di un grottesco che non dovrebbe far affatto ridere. Il solo parlare bielorusso a Minsk, la capitale, può costare l’arresto, in quanto inequivocabile segno di opposizione al regime. Come non ricordare, a questo proposito, un Occidente che alzava l’indice accusatore nei confronti dei Paesi baltici («nazionalisti» e «prevaricatori» nei confronti della «minoranza» russa!), che, in casa propria dopo decenni di russificazione forzata, pretendevano in fondo solo che i russi si degnassero di imparare le lingue dei rispettivi Paesi ospitanti (del resto, non è stato introdotto l’esame di tedesco in Germania per gli immigrati?!). Per tornare alla Belarus’, non sembra che le democrazie occidentali prestassero molta attenzione alla violazione dei diritti civili in questo Paese, né agissero a sostegno dell’opposizione bielorussa. L’Ucraina è un caso molto particolare. Per un verso, è un Paese dalla marcata tradizione multiculturale, il che gli ha permesso di sviluppare una certa cultura di dialogo, di tolleranza, di accettazione dell’altro, del diverso. Dall’altro canto, è un Paese che ha lottato per secoli nel tentativo di difendere la propria identità culturale. La combinazione di questi due tratti basilari della civiltà ucraina la rende un caso unico nell’universo slavo-ortodosso. È praticamente l’unico Paese slavo-orientale che sta faticosamente aprendosi la via verso un orizzonte europeo, e questo nel cuore stesso della Slavia ortodossa profonda. Ovviamente il fatto è decisamente destabilizzante per il monolito slavo-orientale, tanto caro, del resto, anche a un ferreo oppositore del sistema sovietico come Solgenitsyn, per intenderci. E quindi il conflitto tra establishment «conservatore» e opposizione «liberale» ed europeista è senza esclusione di colpi. La complessa realtà ucraina oggi, però, è a un bivio. Il Paese può avviarsi sulla strada di una democrazia di stampo europeo, o può contribuire al rafforzamento di una nomenklatura di vecchio stampo totalitario, il che non dovrebbe essere indifferente per una Europa che allarga i suoi confini verso Est. Ovviamente, l’intellighenzia «liberale», nel tentativo di porre le fondamenta di uno Stato democratico, ha saputo e voluto fare i conti con i crimini del regime, e lo ha fatto con molta coerenza e coraggio, senza fermarsi di fronte a specifiche responsabilità della società ucraina stessa, spesso connivente con il potere centrale. Di contro, l’establishment ucraino continua il suo ambiguo gioco di ammiccamenti col Cremlino, e, lungi dal portare avanti la necessaria rivisitazione critica del passato, tenta in ogni modo di imporre modelli fin troppo scopertamente «sovietici» (si veda una commissione storica ad hoc chiamata a produrre manuali scolastici che presentino un passato di idilliaca convivenza tra «popoli fratelli»).
Va tra l’altro sottolineato che non si tratta dei soliti irriducibili veterocomunisti. La cosa è anche più squallida. L’Occidente abusa spesso di vecchi termini quali «destra» e «sinistra» quando parla di questi Paesi. In effetti, l’establishment da queste parti ha come unico connotato quello di attaccamento al potere tout court. Si tratta di un’operazione di tragico riciclaggio che ricompatta sull’asse Kiev-Mosca una nomenklatura fatta di interessi economici molto forti, ma senza alcuna connotazione ideologica. Quello che conta è l’indiscriminato depredamento delle risorse ucraine per mero tornaconto personale, con a corollario una proliferazione esiziale di cosche mafiose delle più varie matrici. Questo spiega anche tratti caratteristici che accomunano Russia e Ucraina per quanto concerne il soffocamento del dissenso, si tratti di opposizione politica organizzata o di mass media atti a diffondere una libera informazione. Ma - non lo si dimentichi mai! - il tutto procede nella cornice di un «progetto eurasiatico» che mira alla ricostruzione di una Grande Russia, che vede come il fumo negli occhi un allargamento dell’Ue ad Est, perché questo può intaccare territori da sempre assoggettati. Nella Russia di Putin la reinstaurazione del vecchio potere autocratico è ormai inarrestabile. Quello che è molto preoccupante è però nel contempo il revival dei vecchi miti sovietici a supporto di una strategia sostanzialmente imperialistica. In Russia è rinato il mito di Stalin e molti vagheggiano l’intramontabile mito di una Grande Russia. E, come si sa, i miti sono per definizione incorrotti. Non ci si sogna nemmeno di vederne eventuali «peccati originali». Dovrebbe poi far riflettere il fatto che il vero potere in Russia sia sempre più incondizionatamente nelle mani dei servizi segreti, attenti a togliere di mezzo chiunque possa avanzare riserve o la pensi comunque in altro modo. Emblematico, ad esempio, il fatto che a Mosca, se vuoi sapere il numero telefonico di qualcuno non in elenco, basta rivolgersi direttamente alla polizia (sic!). La continuità del totalitarismo sovietico è dunque pervasiva, e si fa semmai più sofisticata e ingannevole. Il Paese del «realismo socialista» è diventato d’un tratto il Paese del «realismo capitalista», dove in un ristorante pietroburghese ti si offre un volume di Lenin per mostrare in effetti un gustoso menù. Ma gli orrori del comunismo continuano a essere visti come un «incidente di percorso». E il messianesimo russo rende mistica anche la figura del carnefice. Stalin stesso, anche se pochi a parole negano le sue responsabilità, è in primis e comunque in buona sostanza pur sempre il «Salvatore della Patria». C’è di fatto continuità di potere tra Stalin e Putin, e un potere «finalmente» forte è quanto il popolo russo agogna. E questo, a sua volta, assolve Putin da qualsivoglia errore e/o crimine politico (ostaggi morti nel teatro di Dubrovka). Laddove insomma viene rinnegata la forza del diritto, subentra il diritto della forza. Ecco perché i pronipoti degli aguzzini di Stalin e i figli degli assassini in Afghanistan diventano massacratori di civili in Cecenia. Tutto questo è il risultato di una Unfinished Revolution, di crimini mai «metabolizzati» fino in fondo, mai capiti e vissuti catarticamente. E il riconoscimento da parte dell’Occidente dell’alleanza con la Russia nella lotta contro il terrorismo permette ai federali di legare nelle campagne cecene donne e bambini e vecchi tutti insieme per farli meglio saltare in aria con le granate. Lo possono fare perché non sono mai stati condannati i piloti degli elicotteri che nel dopoguerra irrompevano di notte nelle campagne caucasiche e siberiane, nei Carpazi ucraini, e rastrellavano gente inerme radunata in piazza. Perché non sono mai stati puniti né le famigerate trojke, né i capi dei campi dove si organizzavano gare di tiro a segno su bersagli umani, con premi che andavano al vincitore e a chi si fosse classificato al secondo posto. Perché Lazar’ Kaganovich, fautore del Holodomor ucraino, morì da tranquillo pensionato oltranovantenne nella sua lussuosa dacia nei pressi di Mosca...
Quando le truppe sovietiche abbandonavano l’Afghanistan, a un giornalista ocidentale un pò ingenuo che faceva domande su eventuali crimini di guerra, un generale russo rispondeva rassicurante: «Ma tant’è… Tra qualche anno sarà tutto dimenticato!». In effetti, l’Occidente ha «dimenticato». L’Occidente dimentica spesso. Non può certo permettersi di far incattivire l’Orso Russo per «quattro ceceni», come diceva un altro giornalista occidentale all’inizio del conflitto caucasico. E che siano poi decine di migliaia, che differenza farà mai? Il punto sta invece proprio qua. Ritornando ai già citati filosofi, ricordiamo che, secondo Derrida, uno dei princìpi costitutivi dello spirito europeo sta proprio nella «responsabilità verso la memoria». Di più, sia Derrida che Habermas sostenevano che la colpa e la responsabilità per gli orrori del Novecento non possono essere ristrette a chi in quegli orrori venne direttamente coinvolto. Siamo tutti responsabili. Così, se le società ex sovietiche stentano ad «acquisire criticamente il proprio passato», lo stesso vale sostanzialmente anche per l’Occidente, quando questo non fa tutto quello che è in suo potere di fare per sconfiggere i meccanismi del totalitarismo e contribuire a rafforzare quelli della democrazia. Il nodo principale del mio discorso è proprio questo: il silenzio storico colpisce non solo le vittime di questo silenzio, ma anche i suoi artefici. «Perdonando» alla Russia qualsivoglia violazione dei princìpi democratici, si spinge sempre di più questo Paese a perseverare su un percorso che finirà per causare prima o poi altri drammi, ai Russi, in primis, ma non solo. Le voci in Russia e in Occidente che si spendono per cercare di salvare l’incipiente democrazia in quelle plaghe sono drammaticamente poche. Quando lo storico russo Jurij Afanas’jev scrisse il suo La Russia pericolosa. Tradizioni dell’autocrazia oggi, e lo storico italiano Vittorio Strada recensì il libro e intervistò il suo autore, facendo così da portavoce in Occidente per le tesi controcorrente del russo, la democrazia tutta se ne giovò. In Europa chi ha denunciato senza risparmiarsi l’orrore del genocidio ceceno è stato André Glucksmann, che seppe, col suo lungimirante Dostoevskij a Manhattan, analizzare la matrice russa ottocentesca di certo terrorismo odierno, denunciando i federali in Cecenia come «terroristi in divisa», e chiamando Putin «pompiere piromane» dell’incendio caucasico. Da sottolineare che il filosofo francese si è occupato a fondo del fenomeno del terrorismo, concludendo che il mondo civile deve impegnarsi senza risparmio contro il nuovo male. Glucksmann ha scritto anche la prefazione al libro Cecenia. Il disonore russo di Anna Politkovskaja, nota giornalista russa, che è andata più di quaranta volte in Cecenia, a rischio della vita. E il filosofo francese ha appunto denunciato anche il silenzio europeo: «Assistendo impavidi e indifferenti a questo massacro senza fine, favoriamo, nel nostro grande vicino dell’Est, la nascita di un’autocrazia postideologica senza fede né legge [...], una società né comunista né liberale, ma sempre più mostruosa». E il primo capitolo di questo libro si chiama Noi. Qui l’autrice si chiede: «Chi siamo noi, cittadini russi dell’inizio del Ventunesimo secolo?». E risponde: «L’odio è la nostra preghiera». E Glucksmann aggiunge: «Anna salva “una certa idea” della Russia. Quella che Puskin, Tolstoj, Dostoevskij e Cechov ci hanno lasciato in eredità, quella parte insostituibile di umanità senza la quale la nostra civiltà sarebbe mutilata e orfana». Ecco, la giornalista russa e il filosofo francese: un esempio di sintonia, salvifica per la Russia e per l’Occidente tutto.
E veniamo a Robert Conquest. La storia dei suoi libri, sullo sfondo della Realpolitik occidentale, è emblematica per capire il ruolo degli intellettuali oggi. Kolyma (1978), The Harvest of Sorrow (1986), The Great Terror (1990) sono stati scritti quando dominava la politica della distensione e della collaborazione con l’Urss. A differenza di molti «liberali», propensi a credere che decine di milioni di vittime dello stalinismo fossero solo «eccessi del regime», Conquest, come prima di lui la Arendt, era invece convinto che questi «eccessi» fossero espressione autentica della natura del sistema - una gigantesca macchina di sterminio dell’uomo - e come tale andava denunciata senza reticenze. Conquest capiva anche che il sistema, se non veniva stigmatizzato, avrebbe continuato a far danni, a espandersi: dal soffocamento della Primavera di Praga all’invasione sovietica dell’Afghanistan, un pericolo che molti occidentali tendevano a minimizzare, nella convinzione che tanto l’Urss non sarebbe andato oltre la sua «zona d’influenza». Nel 1979 Conquest ebbe a criticare l’eurocomunismo, perché alle accuse contro l’America non faceva seguire una eguale critica all’imperialismo sovietico. E soprattutto è stato uno dei pochi, invero pochissimi sovietologi, a non confondere Russia con Unione Sovietica, ben consapevole che l’Urss era un coacervo in continua ebollizione di diverse realtà conflittuali. E non a caso è stato proprio Conquest a sollevare la questione sulla Grande Fame, accantonata da tutti proprio per non turbare il quieto vivere con l’Orso russo. Da questo punto di vista, assume primaria importanza cogliere il legame che Conquest sottolinea tra genocidio ucraino e sorti della democrazia. In poche parole, Conquest accusò l’Occidente di collusione con la tirannide sovietica, una collusione mascherata da Realpolitik, capace però di corrompere e/o deviare in primis i meccanismi della democrazia occidentale stessa. Per questo - e altro ancora - l’eredità di Conquest è basilare: nei suoi risvolti scientifici, politici, ma forse etici. L’autore del Secolo delle idee assassine, ha mostrato il coraggio dell’intellettuale di andare contro corrente con coerenza, denunciando lucidamente la violenza e l’arbitrio, quando troppi chierici si schieravano con i maître à penser di turno. In questo senso con Conquest siamo nell’alveo maestro di un Albert Camus. E proprio grazie a Conquest, a diciott’anni dall’uscita del suo libro sul genocidio ucraino, possiamo oggi dare voce a milioni di vittime che non avranno mai nome. E in qualche misura a dare voce al futuro dell’Europa stessa, un futuro pieno di incognite. Per dirla con Derrida, noi diamo il nostro piccolo contributo per «salvare l’onore della ragione». Non in un’astratta dimensione atemporale. In effetti, il passato acquista la dimensione di «essere stato» e «di non essere più» soltanto in relazione con il futuro, come dice Paul Ricoeur. Per questo, occupandoci della terapia della «memoria ferita», dobbiamo anteporre il rapporto del presente con il futuro a quello del presente con il passato. Ricordando che il «passato che torna» è sempre dietro l’angolo, e che il vero ostacolo che vi si frappone è proprio quello dell’onestà intellettuale. E del coraggio di averla.

 

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