Non è possibile rendere giustizia ai milioni di vittime della tragedia della grande carestia in Ucraina nel 1933, si può soltanto onorarle con il nostro rispetto e cercare di fare luce, nella verità, sui fatti e sulle responsabilità dell’epoca: è questo che si propone di fare il libro di Robert Conquest Raccolta di dolore, accessibile adesso anche nella traduzione italiana. Vorrei aggiungere a questa riflessione anche la voce della Chiesa greco-cattolica ucraina di rito bizantino, conosciuta anche con il nome di «Chiesa uniata», recentemente al centro della polemica sul Patriarcato della Chiesa greco-cattolica contro il quale si sono espressi i patriarcati ortodossi: è questa stessa Chiesa. È situata nell’Ucraina occidentale, che all’epoca della grande carestia era sotto la Repubblica di Polonia. La Chiesa allora cercò di sostenere le vittime e nello stesso tempo di farsi sentire dall’opinione mondiale, denunciando ciò che stava accadendo. Sotto la guida del metropolita Andrea Szeptycki i vescovi ucraini dichiararono in una lettera pastorale: «L’Ucraina è nell’agonia, la popolazione sta morendo di fame. Il sistema cannibalesco del capitalismo statale, attraverso l’ingiustizia, l’inganno, l’ateismo e la depravazione, ha condotto il Paese, ricco fino a poco tempo fa, alla rovina totale». La causa principale della carestia è stata il bolscevismo, contro il quale Pio XI protestò energicamente denunciando le conseguenze disastrose di tale ideologia. Anche i vescovi greco-cattolici si unirono a queste denunce per mettere in luce l’inganno del sistema comunista che allora era al potere da quindici anni. Le conseguenze disastrose di cui parlava Pio XI furono ben individuate. «Davanti a tutto il mondo di nuovo eleviamo una protesta contro la persecuzione dei piccoli, dei poveri, dei deboli e degli innocenti» affermavano i vescovi greco-cattolici; «Chiediamo a tutti i cristiani del mondo di unirsi a questa voce di protesta e di dolore e di diffonderla nei Paesi più lontani del mondo». La loro voce non era isolata, esisteva già un comitato ucraino di soccorso, sostenuto dalla stessa Chiesa greco-cattolica, che tentava di far pervenire aiuti alimentari alla popolazione ucraina sovietica (quella dell’Ucraina orientale), ma purtroppo tutte le spedizioni furono fermate alla frontiera dell’Urss con un secco rifiuto: «Da noi non c’è fame». In occasione del settantesimo anniversario di quella tragedia, si è alzata anche la voce di Giovanni Paolo II che in una lettera indirizzata ai cardinali Husar e Jaworsky ha espresso il suo pensiero in modo netto: «Mentre mi sento vicino a quanti hanno patito per le conseguenze del triste dramma del 1933 - ha scritto il Pontefice - desidero riaffermare la necessità di far memoria di quei fatti per poter ripetere insieme ancora una volta: “mai più”. La consapevolezza delle abberrazioni passate si traduce in un costante stimolo a costruire un avvenire più a misura dell’uomo, contrastando ogni ideologia che profani la vita, la dignità, le giuste aspirazioni della persona». La bibliografia di questo genocidio viene ora arricchita dall’edizione italiana del libro di Conquest, per la quale vorrei ringraziare oltre all’autore, i curatori, i traduttori e la Fondazione liberal che lo ha edito. Più di dieci anni dopo le Lettere da Kharkov, quelle cioè del Regio Viceconsole Sergio Gradenigo che scriveva all’ambasciatore italiano a Mosca, raccontando tutti quegli avvenimenti, Raccolto di dolore ha potuto finalmente vedere la luce, ed è un prezioso contributo per l’opinione pubblica italiana, nonché un ammonimento per le generazioni future. Negli ultimi mesi sono stati organizzati anche convegni di alto livello scientifico e culturale e sono apparsi articoli che traggono quegli eventi tragici dall’ombra del silenzio e li mettono in risalto, onorando in tal modo le vittime, biasimando i carnefici e rendendo giustizia alla memoria storica di un popolo situato nel cuore dell’Europa che ancora oggi è poco conosciuto. A tutti un sentito ringraziamento da parte della Chiesa greco-cattolica ucraina.