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Kaganovich, il diavolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Mauro Martini
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Diciannove anni di ritardo nella pubblicazione di un libro, e in particolare nella possibilità di leggere in italiano il testo di Robert Conquest, Raccolto di dolore, sono indubbiamente molti e costituiscono una colpa. Del resto, la dice lunga il fatto che occorra firmare una petizione perché venga applicato il termine di «genocidio» alla carestia in Ucraina del 1932-33. Vale a dire a un evento incardinato nel cuore di un secolo in cui, accanto ai genocidi in senso stretto, è stato fatto un uso smodato e a volte improprio del termine stesso, come se si fosse tentato di diluirlo per renderlo inutilizzabile. Diciannove anni sono senz’altro un grave ritardo per fare luce su un altro capitolo della storia dell’inadeguatezza intellettuale del Ventesimo secolo, per mettere a nudo il modo in cui gli intellettuali hanno consumato un’altra delle loro molte forme di tradimento. Credo però che anche dai ritardi si possa trarre qualche vantaggio, qualche elemento di utilità. Un elemento di utilità in questo caso sta nel rendersi conto che leggere oggi la storia del genocidio in Ucraina significa anche rivedere completamente la nostra visione della storia dell’Urss. La vicenda storica dell’Unione Sovietica, per come noi l’abbiamo interiorizzata nel corso degli ultimi decenni, va sicuramente rivista perché questo genocidio dell’inizio degli anni Trenta fa assumere un significato diverso anche a tutto ciò che abbiamo sempre saputo e che noi abbiamo sistemato in una gerarchia ben precisa. Si prendano le grandi purghe e le repressioni che fino all’altro ieri ci sono sembrate il momento cruciale del totalitarismo sovietico. Non cambiano certo di peso e di natura se le sistemiamo opportunamente dopo il genocidio ucraino, ma sicuramente, nel mentre le commisuriamo con un evento molto più serio che ha provocato un numero di vittime estremamente importante, esse si inseriscono in un ciclo storico per così dire «allungato». Un ciclo storico che in qualche modo esce scoordinato nel suo andamento, considerato che dalla collettivizzazione forzata dell’inizio di quel tragico decennio non passiamo direttamente al caso Kirov e all’organizzazione del violento ricambio nella nomenklatura e nella società, ma attraversiamo i milioni di morti del Holodomor, percorriamo cioè un biennio in cui il regime sovietico si attrezza a superare le tragiche conseguenze di una carestia la cui natura politica è indubbia. Ripensiamo al modo in cui per anni, per esempio, abbiamo letto sulle pagine del Novyj mir degli anni 1953-’54 quei réportages tra il giornalistico e il letterario sul mondo delle campagne, quei lunghi resoconti che segnavano l’inizio del disgelo chruscioviano e che apparivano agli occhi degli sprovveduti lettori occidentali semplicemente come una sorta di risarcimento per un mondo che era stato distrutto dalla collettivizzazione. In realtà quegli articoli si delineano oggi più chiaramente non come un mero risarcimento a distanza di due decenni dagli eventi ma piuttosto come timidissimi tentativi - una sorta di segnale - per far trapelare quello che era stato, tentativi che in Occidente non ci è stato possibile cogliere, nascosti com’erano tra le righe. Quei testi lasciavano filtrare quel che la storia ufficiale dell’Urss non contemplava ma che ogni famiglia conosceva per esperienza diretta o indiretta. Nemmeno il disgelo poteva consentire che il genocidio fosse chiamato con il suo nome e descritto nella sua dirompente crudeltà, ma la letteratura si sentiva in dovere di evocare attraverso le macerie materiali e spirituali delle campagne degli anni Cinquanta quel biennio che aveva spezzato l’esistenza di almeno un paio di generazioni, in Ucraina e altrove in Unione Sovietica. Si potrebbe ripercorrere allo stesso modo la vicenda della letteratura e della cinematografia contadina degli anni Sessanta e Settanta. Si dovrebbe indagare su alcune figure cruciali della cultura russo-sovietica del secondo dopoguerra, in primo luogo quel Vasilij Shukshin di cui ricorre il trentesimo anniversario della prematura scomparsa.
Il punto centrale del dibattito rimane allora la consapevolezza del genocidio. È diventato più che mai urgente, una volta accertata la dinamica degli eventi, capire in che misura il genocidio sia stato una «semplice» conseguenza della fame e in che misura invece la carestia sia stata ricercata, voluta dal potere sovietico. Tutto si consuma nell’estate del 1932: giugno, luglio, agosto sono i mesi in cui si delinea una decisione, si inizia a pensare alla possibilità di sfruttare politicamente un’imminente carestia, di cui già in primavera, come risulta da molte testimonianze, si hanno le prime avvisaglie, risultando evidente anche agli osservatori meno esperti che, a fronte di due fragili raccolti successivi, la campagna di «dekulakizzazione» del mondo rurale sta conducendo alla fame, perché vincolata a quote di ammassi sempre più gravose, sicuramente insostenibili per chi non trova alcuna convenienza a cedere spontaneamente allo Stato parte del raccolto. Agli inizi di giugno Petrovskij, presidente del Comitato centrale esecutivo panucraino, e Chubar’, presidente del sovnarkom ucraino, prendono l’iniziativa di scrivere separatamente a Mosca per segnalare l’insostenibilità della situazione, la necessità di rivedere le quote di ammasso e l’urgenza di un sostegno alimentare. A ricevere le missive è Lazar’ Kaganovich che a Mosca, in assenza di Stalin, autorizzato dal politbjuro a un periodo di vacanza per motivi di salute a Sochi, sul Mar Nero, sicuramente per problemi di salute, condivide con Vjaceslav Molotov, ufficialmente presidente del politbjuro medesimo, il lavoro organizzativo quotidiano. Spetta quindi a Lazar’ Moiseevich girare le lettere ucraine a Stalin e a esprimere su di esse un primo giudizio, contenuto in una lunga corrispondenza del 12 giugno, in cui imposta una prima linea di condotta da tenere nella risposta. E tale linea contempla due punti: un sì all’aiuto alimentare, anche se resta da definirne la dimensione, e un no alla richiesta di rivedere le quote di ammasso. In modo particolare Kaganovich si sofferma sulla lettera di Petrovskij che, pur mantenendo le forme di un corretto rapporto tra comunisti, suggerisce che le decisioni del centro in materia di politica agricola siano state prese senza una effettiva conoscenza delle realtà locali e invita quindi a un ripensamento, sostenendo che si rischia un deterioramento delle relazioni tra popolazione e partito nel caso non si ponga fine alle evidenti sopraffazioni. Lazar’ Moiseevich è abilissimo nel suo riassunto a presentare come improbabili, se non proprio come incredibili, le tesi di Petrovskij e rimarca con cura il fatto che V. Kosior, il segretario del partito ucraino, non ha scritto nulla in proposito (quel «nulla» è opportunamente sottolineato nell’originale). Si è persa purtroppo la risposta di Stalin e si conosce soltanto il telegramma cifrato con cui il 17 giugno Kaganovich si dichiara perfettamente concorde con il giudizio pervenuto da Sochi in merito alle due lettere ucraine. Ma il senso di quel giudizio è facilmente desumibile dalle decisioni prese dal politbjuro il 16 giugno in una seduta in cui viene presa in considerazione soltanto la richiesta di Chubar’ di un sostegno alimentare per le province in maggior difficoltà, mentre non vi è traccia di discussione delle tesi di Petrovskij. E la corrispondenza tra Char’kov e Mosca nei giorni successivi, con la richiesta ucraina di un’ulteriore assegnazione alimentare e la replica che al rifiuto accompagna l’ordine di rispettare le quote prefissate, conferma il fatto che a spuntarla è stato Lazar’ Moiseevich, il quale, a differenza di Stalin, conosce perfettamente le relazioni che provengono dalla provincia e ha quindi il polso della situazione: ispira la linea che il dittatore georgiano rende esplicita in una sua lettera del 18 giugno e che rovescia la responsabilità del cattivo andamento della politica di requisizione sulle spalle delle organizzazioni locali, accusate di spontaneismo e di pessima organizzazione, ma non si spinge mai a sostenere la reticenza staliniana nell’ammettere che il raccolto del 1931 non è stato dei migliori. Per Kaganovich la situazione è chiara: va esercitato il massimo della pressione sul partito comunista ucraino affinché non apra una crepa nella politica agraria sovietica, mentre un’accurata amministrazione dell’aiuto alimentare, ovviamente al ribasso, può tenere la popolazione sotto scacco, tenendo alto lo spettro della fame e sfiancando ogni tentativo di ribellione. Lazar’ Moiseevich gioca nei confronti di Stalin le carte della sua esperienza: la buona conoscenza della situazione ucraina, unita agli ammassi del 1928, suo ultimo anno alla testa del partito di Char’kov, e soprattutto la spregiudicatezza nello spingere lo stato di crisi fino alla carestia vera e propria, considerando quest’ultima, sull’esempio del Turkestan, una carta politica decisiva.
Molotov, che ricopre sul piano formale la seconda carica del partito, è ovviamente parte in causa, e difatti firma con Stalin il telegramma del 21 giugno al comitato centrale del partito bolscevico ucraino in cui si impone il rispetto a ogni costo delle quote degli ammassi per il periodo luglio-settembre, ma non è l’interlocutore diretto di Sochi, come sembra confermare la lettera di Stalin del 19 giugno in cui al «caro Vjaceslav» la faccenda «di Chubar’ e degli altri» viene segnalata come già risolta con Kaganovich, il quale non deve essere estraneo all’improvviso irrigidimento del suo capo nei confronti della dirigenza del partito ucraino. Il partito ucraino ha in programma la sua III conferenza per i giorni 6-9 luglio e l’ordine da Sochi, moderato da un retorico «se non m’inganno», è per Kaganovich e Molotov quello di partecipare entrambi all’appuntamento e opporsi a ogni tentativo di mediazione. Il 3 luglio il politbjuro fa proprio l’invito di Stalin alla trasferta ucraina dei suoi massimi dirigenti e il 6 inizia lo scontro con il politbjuro repubblicano, dove tutti, con grande stupore di Lazar’ Moiseevich che ne riferisce a Sochi in un telegramma cifrato, si pronunciano per una revisione del piano. E la conferenza, che si apre con una relazione di Kosior, si attesta sulla linea del pieno rispetto del piano agricolo solo perché i due rappresentanti del centro intervengono duramente contro lo «spirito di demoralizzazione, di capitolazione». In realtà la conferenza non si traduce in una sconfessione della volontà di Mosca soltanto perché il vertice del partito ucraino viene risparmiato e tutta la critica viene riversata sui quadri rurali. In quell’estate, allarmatissimo, Stalin non riesce a elaborare una linea coerente sull’Ucraina di cui coglie la pericolosità. Il 25 luglio, a seguito di un telegramma in cifra, si dimostra propenso a fare delle concessioni a quei distretti che hanno maggiormente sofferto, non soltanto per equità, ma anche e soprattutto in considerazione della particolare posizione della repubblica, del suo confine con la Polonia di Józef Pilsudski. Il politbjuro impiega però quasi un mese per accogliere la proposta e soltanto il 17 agosto forma una commissione, con Kosior e Kaganovich tra i membri, destinata a individuare i distretti maggiormente colpiti dall’insufficienza alimentare. Un periodo più che sufficiente perché a Sochi arrivi notizia del fatto che una cinquantina di comitati distrettuali di partito si sono espressi contro le quote assegnate, definite irrealistiche, circostanza che scatena Stalin contro i comunisti ucraini. La lettera dell’11 agosto da Sochi a Kaganovich deve aver risollevato l’umore di Lazar’ Moiseevich: Stalin vi rimarca, esaltandole, tutte le convinzioni di «Lazar’ di ferro» sulla durezza bolscevica e sull’impossibilità di essere autentici bolscevichi quando non si ha il coraggio di andare, se necessario, contro la volontà e gli umori della base. Il giudizio sul partito ucraino, di cui viene ridicolizzato perfino il numero di iscritti (500 mila), è sprezzante, dal momento che viene dipinto come un’accolita di corrotti, di sostenitori, consci o inconsci, di Petljura e di agenti di Pilsudski. L’allarme di Stalin, che propone anche una serie di misure concrete, è serio: «possiamo perdere l’Ucraina». Il 16 Kaganovich risponde diffusamente sulla questione, riconoscendo a Stalin piena ragione su tutto il fronte. Gli elementi interessanti della lettera sono: da un lato la conferma del ruolo negativo svolto, con le loro dichiarazioni avverse al piano, dagli stessi attivisti preposti all’ammasso del grano e dall’altro un giudizio complessivamente negativo sul conto della popolazione ucraina, liquidata come «un po’ peggiore» rispetto alla fine degli anni Venti a causa di un’amministrazione troppo accomodante, basata sul principio del «non colpire nessuno». Tale giudizio non deve essere estraneo alla sorte delle proposte operative prospettate da Stalin, di cui una soltanto fu gradualmente applicata, vale a dire il trasferimento in Ucraina nel novembre del 1932, in qualità di rappresentante speciale dell’Ogpu, di V. A. Barlickij, il quale solo nel febbraio successivo diventerà presidente del Gpu repubblicano, sostituendo S. F. Barlickij, chiamato nella regione di Mosca. La decisione di procedere soltanto al rafforzamento con un fedelissimo degli organi di repressione e di lasciar momentaneamente perdere ogni ipotesi di ricambio al vertice del partito corrisponde in pieno alla visione di Kaganovich che considera ostile l’intera Ucraina ed è consapevole dell’imminenza di una resa dei conti non foss’altro con quell’atteggiamento che vede negli ucraini delle vittime innocenti cui è dovuto un risarcimento. Alla fine dell’estate del 1932 il centro moscovita, con Stalin nuovamente al lavoro al Cremlino, è quindi pronto, grazie al lavoro di Lazar’ Moiseevich, ad affrontare uno scontro con l’Ucraina. E tutti i mezzi sono stati messi in campo: l’«abbandono» politico della dirigenza del partito considerata collusa con la ribellione popolare o comunque incapace di intervenire, il potenziamento degli organismi di repressione, l’incombente carestia cui la commissione del politbjuro non saprà porre un freno, in parte perché tardivamente impegnata in una riduzione delle quote del piano e in parte perché sospettosa nei confronti dei quadri rurali ucraini impegnati in una dura battaglia politica per tagli sempre più sostanziosi degli obiettivi prefissati dal centro. «Lazar’ di ferro» entrava nel suo quarantesimo anno di età dando prova non tanto di essere un mero esecutore quanto di saper elaborare risposte politiche complesse, cui la fanatica coerenza ideologica offriva una vasta gamma di risorse non sottoposte a vincolo morale alcuno, genocidio incluso.
Anche in questo l’esperienza ucraina ci può aiutare a riconsiderare la storia dell’Urss. Lazar’ Moiseevich è figura estremamente contraddittoria. Nel corso degli anni Novanta del secolo scorso non si sono moltiplicati i lavori di ricerca storiografica sul conto del capo bolscevico, ma nel 2003 Kaganovich è diventato il protagonista di un romanzo di Vladimir Sharov, La resurrezione di Lazzaro, in cui il personaggio storico viene messo al servizio di un dramma fantasmagorico teso all’apocalittica riproposizione di un «secolo d’oro» conteso tra la Russia prerivoluzionaria e l’Urss delle repressioni staliniane. Fenomeno tutto letterario ma sicuramente indicativo dell’interesse che ancora suscita «Lazar’ di ferro», diviso tra la denigrazione assoluta da un lato e una sorta di tacita simpatia da riservare ai vinti dall’altro, pur trattandosi nel caso specifico di un «vinto» sui generis, espulso dal Pcus nel 1962 con la colpa di essere un membro di quel gruppo antipartito condannato dal congresso dell’anno precedente, sconfitto per di più da quello stesso Nikita Chrusciov che un trentennio prima era stato suo fedele, anche se non lealissimo, esecutore. Senza contare ovviamente le molte polemiche legate alla nazionalità ebraica e alla conservazione del cognome di evidente ascendenza, in un contesto, come quello bolscevico, in cui le esigenze della lotta clandestina nei primi decenni del Novecento spingevano a trasformazioni e a mimetizzazioni nel mare magnum dei nomi slavi. Per quel che concerne Kaganovich, è necessario liberarsi di due pregiudizi. Il primo è quello di derivazione chruscioviana, ampiamente diffuso, come si è visto, da Roj Medvedev che lo ha trapiantato nella sovietologia liberal statunitense, secondo cui lo stalinismo, proprio in quanto tradimento del leninismo delle origini, è applicato da un personale umano men che mediocre. In Tutti gli uomini di Stalin Medvedev si consente di avanzare il sospetto che Lenin ignorasse l’esistenza stessa di Kaganovich, circostanza che lo stesso Lazar’ Moiseevich si premura di smentire nelle sue memorie raccontando di un suo lungo incontro con il leader bolscevico nel 1920 per riferire sul suo operato nella regione di Voronezh. Probabilmente il colloquio è presentato con una dovizia di particolari destinati ad ammantarlo di un’importanza che nella realtà non ebbe, ma non funziona nemmeno il tentativo di sgravare Lenin della responsabilità di aver coltivato una leva di dirigenti che si distingueva già allora per fanatismo e per crudeltà nell’esecuzione delle direttive che l’organizzazione centrale emanava. Il calzolaio Kaganovich amava forse più il fare che il discutere e il ragionare, ma è certo che negli anni della guerra civile ha contribuito autonomamente e originalmente a creare e a imporre un ben determinato modello di quadro comunista. Il secondo pregiudizio è quello che invece postula l’onnipotenza di Kaganovich, dipinto come un’autentica «quinta colonna», secondo il più trito cliché antisemita, cui si dovrebbe la distruzione di Mosca nel corso degli anni Trenta in qualità di capo del partito della capitale sovietica. Versione che si spinge, nelle più fantasiose variazioni, ad attestare l’esistenza nel sottosuolo moscovita di una serie di stazioni fantasma della metropolitana disposte a comporre una stella di David, oppure a identificare in Lazar’ Moiseevich il consapevole ultimo capo della tredicesima tribù ebraica, quella scomparsa dei chazari, il kagan protagonista con Stalin di un patto per il completo dominio della Russia. Fantasie esoteriche che tuttavia gravano sul personaggio storico e impediscono una riflessione che ne individui le precise responsabilità che sono molte e di ordine criminale, ma che non possono essere sottaciute a vantaggio di un’interpretazione dello stalinismo come degenerazione oligarchica che ancora sopravvive nel subconscio di alcuni ricercatori, soprattutto quando lo scarno materiale documentario a disposizione impedisce di vedere il modo in cui il sistema è stato costruito e chi ha fornito un sostanziale apporto a tale costruzione e al suo consolidamento. Kaganovich certamente non era uno statista, né un grande leader, ma di certo era capace di intuizioni politiche come quella di usare la carestia come arma. Lazar’ Moiseevich nel 1920 aveva trascorso due anni in Turkestan, arrivando a Tashkent in una situazione in cui tutto il contenzioso degli anni tra il 1916 e il 1920 - lo scoppio della rivoluzione e la guerra civile - era stato risolto utilizzando politicamente una carestia. Anche in quel caso si era trattato di una carestia scoppiata non per volontà della nuova dirigenza filobolscevica ma per condizioni obbiettive, condizioni però sapientemente sfruttate per isolare i ribelli islamici praticamente rinchiusi nella valle di Fergana e impossibilitati a rientrare in città dove si era costituito un potere vicino ai bolscevichi di Pietrogrado. Una carestia che era costata al Turkestan due milioni di morti. Da quell’episodio, riscontrato di persona, Kaganovich aveva probabilmente tratto una incancellabile lezione sulla forza politica della carestia. L’impressione è che Lazar’ Moiseevich, avendo anche una buona conoscenza dell’Ucraina di cui era stato responsabile politico tra il 1925 e il ’28, capisca immediatamente nel 1932 come si sarebbe potuto sfruttare la situazione e suggerisca a Stalin, attraverso i suoi rapporti, la possibilità di usare la carestia come arma politica. Ecco dunque la consapevolezza del sistema sovietico e non isolatamente dello stalinismo, perché nel sistema sovietico l’uso della carestia come arma politica è previsto ed è presente sin dalla fine degli anni Dieci, dalla guerra civile. Con lo Holodomor arriva alla sua massima e purtroppo tragica esplosione.

 

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