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Il granaio d’Europa tra Mosca e Varsavia

LIBERAL BIMESTRALE
di Ettore Cinnella
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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Il libro di Conquest ebbe il merito di rompere la congiura del silenzio sulla collettivizzazione e sulla carestia, silenzio che, per quanto strano ciò possa sembrare, ancora persisteva alla metà degli anni Ottanta del Novecento, al momento cioè dell’ascesa al potere di Gorbaciov. Il libro ebbe un violento impatto sulla comunità dei dotti, sia in Occidente, dove erano prevalenti le correnti storiografiche cosiddette revisionistiche (in parole povere, filosovietiche), sia nella stessa Urss, dove giornalisti e studiosi cominciavano a sollevare il velo sulle pagine buie della storia del loro Paese. Mancò allora, tranne rare eccezioni, una discussione seria e fruttuosa su un’opera che provava a fare luce sui fatti più raccapriccianti dell’intera storia dell’Urss. Il sasso nello stagno, comunque, era stato lanciato; e, dunque, non si poteva più far finta di niente. Nell’Unione Sovietica fu dolorosissima la scoperta delle atrocità commesse all’inizio degli anni Trenta contro la popolazione contadina, atrocità che superavano di gran lunga lo stesso Grande Terrore del ’36-’38. Poiché la collettivizzazione aveva segnato l’atto di nascita del sistema sovietico, i suoi terribili costi economico-sociali e umani gettavano una luce sinistra sul comunismo costruito nell’Urss. Di qui le resistenze - che venivano sì dall’alto, ma erano dettate anche dall’autocensura - a scoprire e a raccontare tutta la verità. In quegli anni le spinte dal basso, in primo luogo le lettere ai giornali dei testimoni della carestia, ebbero un ruolo non piccolo nell’orientare le ricerche degli storici e nel vincere i timori e i dubbi di quanti non volevano ancora credere alla realtà entità di quella tragedia storica, che pareva un’invenzione della propaganda anticomunista. Da allora, specie a partire dall’inizio degli anni Novanta, sono stati compiuti progressi giganteschi negli studi. Le innumerevoli opere apparse negli ultimi quindici anni - studi di carattere generale, monografie locali, raccolte di documenti e testimonianze - hanno consentito di fare luce sulla collettivizzazione e sulla carestia. Non per questo si sono sopite le polemiche e le controversie: talune utili e quasi inevitabili, data l’enormità dei fatti e le questioni ancora aperte, molte altre grette e meschine perché dettate dal disperato tentativo di negare l’evidenza. Nella postfazione a Raccolto di dolore ho cercato di mostrare per quali vie la verità sia affiorata dopo l’uscita del libro di Conquest e l’inizio della perestrojka nell’Urss. Ho anche provato a ricostruire la genesi e le atroci vicende della carestia in Ucraina e in altre regioni dell’Urss, sulla base del materiale di cui oggi disponiamo. Molti sono ormai i punti fermi, che possono considerarsi accertati in maniera definitiva; ma restano altresì alcune domande, alle quali non sappiamo ancora dare risposte sicure. Proviamo a esaminare brevemente gli uni e le altre, i fatti certi e le questioni ancora aperte. Che la collettivizzazione sia stata una gigantesca e barbara avventura, intrapresa sulla base d’un preciso progetto economico, non dovrebbero esservi dubbi. La collettivizzazione fu, altresì, una terribile guerra sociale condotta dallo Stato bolscevico contro la grande maggioranza della popolazione contadina. I costi economici sociali e umani della cosiddetta deculachizzazione (raskulakivanie), cioè dell’eliminazione dello strato più attivo e intraprendente del mondo rurale, non potevano non essere elevati. E non poteva non suscitare una fiera e accanita resistenza la pretesa d’imporre, da un giorno all’altro, un nuovo modo di produrre a milioni di agricoltori, privati con la violenza dei loro strumenti di lavoro e della loro terra. Tutto ciò era stato riconosciuto, da molti, assai prima che emergessero i raccapriccianti dettagli sulla grande fame. Il modo in cui era stata attuata la collettivizzazione aveva, già da tempo, suscitato aspre critiche anche da parte di chi la considerava una misura utile e, prima o poi, necessaria.
Sulla carestia, o meglio sulla sua paurosa e quasi incredibile entità, invece, si era sempre saputo e parlato poco. Entro certi limiti, anch’essa pareva l’inevitabile conseguenza della collettivizzazione forzata e del generale dissesto produttivo causato dalla forsennata politica agraria del regime bolscevico. Ma quando emersero le probabili cifre della catastrofe demografica, le cose cambiarono. Non sto adesso a descrivere il balletto dei numeri, che ora crescevano ora diminuivano (aggirantisi, comunque, intorno non a centinaia di migliaia ma a milioni). L’oggettiva difficoltà d’accertare il numero dei morti per fame spiega, da un lato, le cifre esagerate che ancora oggi saltano fuori irragionevolmente nella pubblicistica e nella storiografia (10-15 milioni) e, dall’altro, i furbeschi tentativi di giocare al ribasso (a lungo si è ripetuto che le vittime della carestia ammontavano a 3-4 milioni). Oggi possiamo dire, con ragionevole approssimazione (ma si tratta pur sempre d’approssimazione, ché la verità forse non la sapremo mai), possiamo dire che nel 1932-1933 in tutta l’Urss perirono di malnutrizione e di stenti almeno sei milioni di persone: sotto tale cifra non si può scendere, è lecito magari aumentarla un po’, ma la cifra meno lontana dal vero è sei milioni. Una cifra enorme che, tra l’altro, ricorda sinistramente (e simbolicamente) il numero delle vittime dell’Olocausto. Si tratta, beninteso, d’una tragica e fortuita coincidenza, che però c’induce a sollevare il problema (sul quale non posso ora soffermarmi) della comparazione storica fra i due eventi. Sei milioni di morti sono davvero troppi; e dobbiamo alla criminosa bravura del regime comunista, coadiuvata dagli «amici dell’Urss1 in Occidente, se la tragedia poté essere occultata per tanti decenni. Ma quei morti innocenti esigono non solo che li si ricordi e li si onori con umana pietà, ma altresì che si dia una particolareggiata ricostruzione e spiegazione dell’accaduto. Insomma, la grande fame fu un colossale incidente di percorso della collettivizzazione, non previsto e non voluto (è questa, ancora oggi, la tesi di taluni storici), oppure venne organizzata dall’alto per domare la resistenza contadina (come già all’epoca pensarono gli affamati e come tanti, oramai, oggi riconoscono)? È indubbio, a mio avviso, il carattere artificioso della grande fame. In che senso? Non nel senso che il regime provocò ad arte il calo della produzione agricola per affamare la popolazione contadina, ma nel senso che i capi bolscevichi decisero di utilizzare la scarsità di derrate alimentari per infliggere una memorabile lezione ai contadini recalcitranti. Non ripercorro adesso nei dettagli la sequenza degli eventi che portarono nell’autunno 1932 all’esplosione della grande fame. Ricordo solo alcuni fatti inoppugnabili: non solo non si prestò nessuna forma di soccorso alle zone disastrate, ma vennero addirittura chiuse le frontiere interne in Ucraina e nel Caucaso settentrionale (dove maggiormente infuriava la carestia), per impedire che i contadini affamati di queste regioni cercassero scampo in altri territori dell’Urss. L’Ucraina, in particolare, fu trasformata in uno sconfinato ghetto della morte, dove perirono fra atroci sofferenze milioni di abitanti dei villaggi (uomini, donne, vecchi, bambini). Dei sei milioni di vittime della grande fame (atteniamoci a questa cifra approssimativa), all’incirca i due terzi morirono proprio in Ucraina. Quanti siano stati i decessi per fame in Ucraina nel 1932-’33, è questione anch’essa controversa. Nella pubblicistica s’ncontra anche, talvolta, la cifra di 10 milioni o anche più. A me sembrano sensati e ragionevoli i calcoli, scrupolosissimi e recentissimi, di Stanislav V. Kulcickij (uno dei massimi esperti di storia economico-sociale dell’Ucraina), secondo il quale le vittime in Ucraina furono da 3 a 4,5 milioni (non meno di 3 milioni e non più di 4 milioni e mezzo).
Tale enorme cifra (che non occorre aumentare ulteriormente) giustifica il termine genocidio oggi usato in Ucraina. Fu un vero e proprio «sterminio per fame» (Holodomor, che vuol dire appunto moria o sterminio per fame), che gli ucraini considerano a ragione la pagina più nera della loro storia nazionale e per questo chiamano anche «olocausto ucraino». Io ho usato il termine «Golgota», perché ritengo che la parola «olocausto» debba essere impiegata, secondo una tradizione ormai consolidata, per indicare l’annientamento degli ebrei per opera della Germania nazista. Ogni grande crimine storico è unico e irripetibile e, proprio per questo, deve avere il suo nome: non è quindi giusto sottrarre agli ebrei il termine che rievoca il loro terribile martirio; per il calvario del popolo ucraino negli anni Trenta possiamo adoperare altre espressioni (Golgota ucraino, sterminio per fame, genocidio per fame). Se l’entità della tragedia giustifica l’uso del termine genocidio, resta comunque da capire di che natura esso fu. È oggi diffusa, in Ucraina e tra la diaspora, l’idea che si sia trattato di un genocidio nazionale, che cioè la grande carestia sia stato lo strumento usato da Stalin per annientare l’Ucraina in quanto nazione. Proviamo a esaminare la questione più da vicino, vedendo anzitutto come si giunse a organizzare lo sterminio per fame dei contadini. Partiamo dagli avvenimenti dell’estate 1932. Allora né Stalin né gli altri gerarchi bolscevichi pensavano di affamare i contadini, ma anzi, in un primo momento, cercarono di far fronte alle difficoltà degli approvvigionamenti. Ricordo almeno un documento: la lettera di Stalin a Kaganovich e a Molotov del 18 giugno 1932, nella quale il padrone del Cremlino osservava come in Ucraina una serie di distretti si trovasse «in una situazione di rovina e di fame». Nell’estate ’32 Stalin fiutò la gravità della situazione e, sulle prime, cercò di porvi rimedio con misure che, in ogni caso, non ribaltassero la politica economica seguita fino allora. Il 26 giugno egli propose di ridurre le esportazioni cerealicole nel terzo trimestre dell’anno. Il 24 luglio si disse favorevole a ridurre l’entità degli ammassi fissata dal piano nazionale per l’Ucraina: «Ciò è necessario non solo per un senso di giustizia» (Stalin dice proprio così, «per un senso di giustizia»). Si tratta d’una lettera importante e anche controversa, che è stata variamente interpretata. Cosa intendeva Stalin per «senso di giustizia» parlando dell’Ucraina? Forse - sembra questa la spiegazione più plausibile - egli ammetteva che quella repubblica, essendo stata spremuta al massimo, non poteva dare di più. Bisognava quindi concedere uno sconto agli ucraini, pareva dire il capo supremo. Restano però gli altri motivi addotti da Stalin, ancor più sibillini: la frontiera comune con la Polonia e altri ancora. Essi furono chiariti nella lettera dell’11 agosto, quando Stalin spiegò a Kaganovich che in Ucraina lo stesso partito comunista era titubante, infido, marcio, pieno di elementi controrivoluzionari. A ciò s’aggiungeva, a detta di Stalin, una concreta minaccia esterna: «Tenete presente che Pilsudski non dorme e che i suoi agenti in Ucraina sono forti». Questo è, secondo me, un punto essenziale sul quale gli storici finora non si sono soffermati. So che la ricercatrice polacca Ewa Rybalt sta studiando questo argomento. Io ne ho fatto cenno nell’intervento al convegno sulla carestia, organizzato a Vicenza nell’ottobre 2003 da Gabriele De Rosa e Sante Graciotti. Dai documenti emerge con chiarezza la paura di Pilsudski e d’un possibile intervento polacco. Ciò non è irrilevante per capire la dinamica e la cronologia della grande fame, per stabilire cioè perché la carestia sia esplosa e sia andata infuriando dopo l’autunno 1932.
Durante l’estate Stalin era ansioso di concludere un trattato di non aggressione con la Polonia, che liberasse l’Urss dalla temuta minaccia di un’ingerenza e di un intervento del potente vicino occidentale. Egli era talmente ossessionato da tale pericolo (più presunto che reale) da mettere in guardia i suoi più fidi collaboratori contro la presenza in Ucraina di agenti della Polonia e di seguaci di Petljura (il nazionalista ucraino assassinato nel 1926), ch’egli vedeva infiltrati tra gli stessi comunisti dell’infida repubblica. La conclusione di Stalin, ripetuta per ben due volte, era fosca: «Possiamo perdere l’Ucraina». La salvezza poteva avvenire, oltre che dall’opera di pulizia all’interno del partito, dal miglioramento della situazione economica nella turbolenta repubblica, che andava trasformata in una «autentica fortezza dell’Urss» e in una «repubblica modello». Queste frasi sono state talvolta interpretate dagli storici ucraini come la riprova che Stalin progettava un solenne castigo per l’Ucraina. Non mi pare una lettura fondata e aderente al testo. Al contrario, la paura di Pilsudski, il timore cioè che l’antisovietico maresciallo polacco potesse profittare della crisi interna ucraina per intervenire nell’Urss, indusse Stalin a carezzare l’idea d’un miglioramento della situazione economica in Ucraina. Qualcosa di simile sarebbe accaduto in Cecoslovacchia dopo il 1968, quando il Cremlino, nel tentativo di smorzare il malcontento nel Paese occupato dall’Armata Rossa, avrebbe cercato di rifornire i negozi di Praga un po’ meglio di quelli moscoviti. All’inizio, dunque, Stalin parve propenso a fare concessioni ai contadini ucraini, anche per timore di Pilsudski. Nello stesso tempo, egli si mostrò inflessibile nel portare avanti il programma di collettivizzazione e nell’esigere la scrupolosa esecuzione del piano nazionale degli ammassi. Infatti il 7 agosto 1932, per iniziativa di Stalin, fu promulgata la famigerata «legge delle cinque spighe» - una delle più odiose e infami nella storia dell’Urss - che comminava la fucilazione o lunghe pene detentive a quanti fossero stati sorpresi a rubare beni appartenenti ai colcos (le fattorie agricole collettive). Furono i contadini a ribattezzarla «legge delle cinque spighe», perché bastava rubare un mucchietto di spighe (tanti lo facevano per fame) per finire in carcere o addirittura davanti al plotone d’esecuzione. Tale politica contraddittoria, fatta di concessioni accompagnate dall’inasprimento delle repressioni, andò avanti per qualche settimana. Poi si ebbe una brusca svolta. Mentre verso la fine dell’estate Stalin (anzitutto, ma non solo, per paura d’un intervento polacco nella crisi sovietica) sembrava incline a concessioni all’Ucraina, all’inizio dell’autunno le cose cambiarono. Perché? Occorrerebbe indagare sul miglioramento nei rapporti tra Urss e Polonia dopo il trattato di non aggressione del 25 luglio 1932. Questo è, ripeto, un aspetto della grande fame che meriterebbe l’attenzione che finora è mancata. Forse non è infondato supporre che, in autunno, sentendosi più sicuro sul fronte occidentale, Stalin abbia deciso di risolvere in modo drastico la crisi interna. Il preoccupante ritardo nelle consegne del grano, dovuto al carattere assurdo e irreale dei piani previsti, scatenò il cieco furore del duce comunista e degli oligarchi del Cremlino. Forse Stalin aveva creduto davvero che, concedendo loro qualche sconto, gli agricoltori ucraini avrebbero portato volentieri all’ammasso quanto stabilito. Essi, in realtà, non erano in grado di soddisfare le esose richieste del potere centrale, che li avrebbero costretti alla fame. Dinanzi alla massiccia disobbedienza passiva, i capi comunisti fecero ancora una volta ricorso alla loro morbosa ideologia sociale (che vedeva il mondo contadino scisso in classi antagonistiche e dominato dai fantomatici kulaki), e alla manichea concezione politica, secondo la quale i sabotatori e i traditori erano sempre all’opera per minare le fondamenta del regime sovietico. Se il grano non era portato all’ammasso nelle quantità programmate, la colpa doveva ricadere sui kulaki e sui loro fiancheggiatori, nonché sulla criminosa negligenza dei funzionari comunisti. Stalin intraprese allora una implacabile guerra contro gli inadempienti e i disobbedienti, inviando in Ucraina e nel Caucaso settentrionale i suoi più fedeli e capaci collaboratori: Molotov e Kaganovich. Fu allora che cominciò la grande fame.
Non possiamo dire se i tre massimi artefici della carestia (Stalin, Molotov e Kaganovich) credessero sul serio all’esistenza di un vasto complotto controrivoluzionario, ordito dai kulaki e dai loro fiancheggiatori con il colpevole concorso di alcuni settori del partito, e ravvisassero in tale presunto complotto la causa fondamentale della crisi degli ammassi. Sta di fatto che un’ondata di repressione (arresti, deportazioni, fucilazioni, espulsioni dal partito) s’abbattè sul Caucaso settentrionale, sulla regione della Volga e soprattutto sull’Ucraina; in quest’ultima repubblica, il 24 novembre, Stalin inviò addirittura il vice presidente dell’Ogpu (la polizia politica) Balickij, con l’incarico d’assumere il controllo del locale apparato di repressione. Si cominciò a estorcere il grano e gli altri prodotti agricoli con ogni mezzo: gli attivisti del partito e i poliziotti, come segugi, perlustrarono a tappeto i villaggi, razziando tutte le derrate alimentari. Ai contadini dell’Ucraina, del Caucaso settentrionale e di alcune zone della Volga non rimase più nulla da mangiare. Ebbe così inizio la grande fame. I gerarchi comunisti, credessero o no al complotto controrivoluzionario, decisero di sottrarre ai contadini dell’Ucraina e di altre regioni dell’Urss tutti i loro prodotti agricoli, pur sapendo che la fame già mieteva vittime nelle campagne. È probabile che, fino a ottobre o a novembre, i signori del Cremlino fossero ancora persuasi che molti colcosiani e piccoli agricoltori, sobillati dai kulaki e dagli agitatori controrivoluzionari, nascondessero il grano per non consegnarlo allo Stato. A dicembre, tuttavia, fu chiarissimo che gli abitanti delle campagne non avevano cibo sufficiente, come tra l’altro dimostravano le caotiche migrazioni di contadini in fuga dai loro villaggi. La risposta fu di natura poliziesca e terroristica: la legge sui passaporti interni del 27 dicembre 1932, infatti, era rivolta sopratutto contro i contadini; e la successiva creazione di posti di blocco in Ucraina e nel Caucaso settentrionale mirava a impedire che gli abitanti delle zone disastrate trovassero scampo in altre regioni. Nella guerra contro il mondo contadino, restio a perdere i propri beni e la propria identità, il regime comunista usò ogni mezzo che potesse assicurargli la vittoria finale. Non bastando più le deportazioni in massa e le altre forme di violenza, alla fine i capi bolscevichi decisero di affamare le campagne ribelli. Le riserve statali di grano, pur non essendo copiose, erano sufficienti a evitare la moria di massa che ebbe luogo in Ucraina, nel Caucaso settentrionale e in altre zone. Tuttavia, il regime preferì usarle per altri scopi, destinandole in primo luogo all’esportazione; fu altresì impedita qualsiasi forma di soccorso, talché le regioni colpite dalla carestia si trasformarono in sconfinati ghetti della morte. Su molti aspetti di questa apocalittica tragedia si dovrà seguitare a indagare, a discutere, a polemizzare. Non è però lecito dubitare del carattere artificioso e procurato della grande fame, alla quale le massime autorità del Paese non tentarono di porre alcun rimedio facendo, anzi, di tutto per acuirla.
Val la pena precisare che, quando si parla di «carestia» artificiale e organizzata (rukotvornyj golod), bisogna intendere «fame»: il russo golod e l’ucraino holod hanno il significato sia di carestia sia di fame. Il regime bolscevico organizzò non il cattivo raccolto (dovuto, oltre che a cause naturali, alla disastrosa politica agraria degli ultimi anni), bensì l’affamamento di milioni di contadini. I sacrifici imposti dalla drammatica crisi annonaria non vennero ripartiti equamente fra tutti gli strati della popolazione: la morte per inedia risparmiò i centri urbani, gli operai dell’industria e i soldati dell’Armata Rossa (anche perché eventuali proteste operaie e rivolte militari sarebbero state ben più pericolose per il già impopolare regime comunista)(1). Perché il maggior numero di vittime della grande fame del 1932-1933 si ebbe proprio nelle campagne dell’Ucraina? Gli agricoltori di quest’ultimo Paese furono lasciati morir di fame perché contadini renitenti alla collettivizzazione o perché di nazionalità ucraina? È questa l’altra terribile domanda che gli storici si son posti nell’indagare sulla grande carestia. Sappiamo che, negli anni dell’industrializzazione accelerata e della collettivizzazione forzata, fu avviata una nuova politica nei confronti delle nazionalità non russe dell’impero sovietico. A ragione i signori del Cremlino diffidavano del fiero spirito patriottico dell’intellighenzia ucraina, la quale aveva già tentato, dopo la rivoluzione d’Ottobre, di dar vita a uno Stato indipendente. Tuttavia, a mio modo di vedere, ciò non dimostra ancora che la moria per fame in Ucraina sia stata orchestrata per stroncare la resistenza nazionale di quel popolo. Possiamo solo dire, con ragionevole certezza, che il regime comunista punì i contadini per la loro tenace opposizione alla collettivizzazione (e in nessun territorio dell’Urss vi erano agricoltori attivi e indipendenti come in Ucraina) e che, nello stesso tempo, venne usato il pugno di ferro per annientare le aspirazioni patriottiche degl’intellettuali ucraini. Dai documenti finora noti, dunque, emerge con chiarezza che i contadini furono castigati nel modo più crudele perché contrari alla collettivizzazione e, altresì, che gl’intellettuali subirono durissime repressioni perché sognavano un’Ucraina indipendente (o almeno autonoma). Se poi vogliamo avventurarci sul terreno, legittimo ma insidioso, delle ipotesi e delle supposizioni, possiamo domandarci se il genocidio ucraino abbia avuto eminenti finalità nazionali. Io, personalmente, esito a rispondere in maniera netta e ad avallare la tesi patriottica, fatta propria da Conquest, del genocidio nazionale. Anzi, dirò di più. Tale questione, che tanto ha appassionato e appassiona storici e pubblicisti in Ucraina, in fin dei conti non mi pare rilevante ed essenziale. Più importante a me sembra prendere atto dei risultati finali di quel genocidio, dal quale il popolo ucraino uscì debellato e offeso, straziato nell’anima e nel corpo. Scomparve il fior fiore dell’intellighenzia, che curava la memoria storica della nazione, e furono fatti morire tra indicibili tormenti milioni di laboriosi agricoltori, che provvedevano a tener pieno il «granaio d’Europa». Fu questo il Golgota ucraino, sul quale esistono le toccanti memorie e testimonianze dei sopravvissuti (raccolte negli ultimi anni con indefessa e ammirevole cura da sociologi e giornalisti). Dinanzi a una così spaventosa tragedia - ripeto - è davvero importante, ammesso che si riesca a farlo, stabilire se lo sterminio per fame ebbe motivazioni sociali o nazionali? Resta l’inenarrabile strazio fisico e morale di tutto un popolo, restano le infinite moltitudini di vittime umane immolate sull’ara del comunismo moscovita. È compito degli storici ricostruire e narrare le circostanze e i dettagli di quell’atroce calvario, strappando gli ultimi brandelli dell’immonda coltre dei silenzi e delle menzogne. Spetta alla rinata nazione ucraina commemorare e onorare solennemente le vittime innocenti del gioco comunista e straniero. È dovere di tutti ricordare con umana pietà, senza meschini fini di parte, quanti soccomberono durante la carestia del 1932-1933 (al pari delle vittime della bestialità nazista e delle altre tirannidi novecentesche), affinché nessuno dei giganteschi crimini del Ventesimo secolo resti sepolto nell’oblio.






Note

1) Del resto, anche dopo la fine della grande carestia i padroni del Cremlino seguiteranno a mostrare una sovrana indifferenza per la vita dei propri sudditi, anteponendo a essa le ragioni della convenienza politica e del prestigio interno e internazionale. Ecco cosa Stalin consigliò a Kaganovich il 30 agosto 1934: «Adesso, quando all’estero strillano circa la penuria di grano nell’Urss, l’importazione di grano è politicamente svantaggiosa. Suggerisco di rinunciare alle importazioni. Bisogna esportare orzo e avena, perché abbiamo assoluta necessità di valuta».

 

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