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La grande bugia di Mr. Duranty

LIBERAL BIMESTRALE
di Federigo Argentieri
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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La storia dell’edizione italiana del libro di Robert Conquest Raccolto di dolore, è iniziata cinque anni fa, nel 1999. C’era stata una segnalazione molto pressante di Ernesto Galli della Loggia, sul fatto che questo libro importantissimo non era stato mai tradotto in Italia: ci fu un primo contatto con l’autore e ci fu anche una corrispondenza, in seguito alla quale ottenemmo (cioè l’editore e io, come studioso interessato a questa vicenda) una prefazione all’edizione italiana. Come chiosa a questa prefazione che ora si può leggere nel libro pubblicato da liberal Edizioni, voglio citare un brevissimo discorso che è stato pronunciato da Czeslaw Milosz, autore della Mente prigioniera e Premio Nobel per la letteratura nel 1980, in occasione del conferimento a Robert Conquest del Premio Alexis de Toqueville per l’impegno a favore dei diritti umani e della democrazia; è un discorso a cui Conquest tiene molto: «Tra quei membri della “repubblica delle lettere” che ruppero la congiura del silenzio, vi erano rappresentanti di un ampio spettro politico, compresi uomini di sinistra come George Orwell, Arthur Koestler e i miei amici scomparsi Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, eminenti scrittori italiani: e quando includo Robert Conquest in tale compagnia, mi dico che le qualità di tutti costoro probabilmente hanno pesato maggiormente delle manchevolezze e delle aberrazioni, altrimenti comuni tra l’intellighenzia». Traggo spunto da questa giusta osservazione per parlare dell’autore. Robert Conquest è nato nel 1917, dunque ha vissuto gran parte del Ventesimo secolo da adulto: di padre americano e di madre inglese, ha studiato a Oxford e negli anni immediatamente successivi alla tragedia del Holodomor, cioè alla metà degli anni Trenta, è diventato un membro del partito comunista britannico, cosa non infrequente tra gli intellettuali inglesi dell’epoca, soprattutto, ma non solo, quelli che si occupavano di scienze sociali. Allo scoppio della guerra, come tutti i giovani inglesi fu chiamato alle armi e combattè nell’Europa meridionale, in particolare nei Balcani: poi, dopo la fine del conflitto mondiale, venne arruolato dal governo Attlee per combattere la guerra fredda. A questo punto aveva già lasciato il partito comunista perché si era potuto rendere conto - in primo luogo attraverso il patto Hitler-Stalin, ma poi anche sul campo, vedendo all’opera l’Armata Rossa e le armate di Tito nei Balcani - che il comunismo non era quello che lui aveva pensato che fosse. Va anche ricordato che il governo inglese che combatteva la guerra fredda era un governo di sinistra, guidato dal Labour Party di Clement Attlee - addirittura c’erano due deputati comunisti a Westminster, cosa mai più accaduta e mai accaduta in precedenza. In questo ufficio speciale del governo incaricato della propaganda, insieme a Robert Conquest - arruolato perché aveva studiato il russo e altre lingue slave, tra cui il serbo-croato (a quell’epoca la Jugoslavia era ancora dall’altra parte) - vi era George Orwell, autore della Fattoria degli animali e in procinto di pubblicare 1984, anche lui arruolato dal governo per combattere la guerra fredda, combatterla intellettualmente, per smascherare la propaganda dell’Unione Sovietica e l’influenza che questa aveva sulle masse lavoratrici inglesi. Bisogna riconoscere che il partito laburista inglese ci ha sempre visto giusto durante il Ventesimo secolo: ha sempre individuato senza quasi mai esitare le minacce totalitarie, che si trattasse di quelle hitleriane o di quelle staliniane, e ha combattuto con grande impegno e solerzia ogni dittatura non appena questa si manifestava. Orwell rappresentò un’amicizia importante per Conquest: più anziano di una quindicina d’anni di lui, prematuramente scomparso nel 1950 proprio al culmine della guerra fredda, ma fortunatamente non prima di completare i suoi capolavori. Tra i quali La fattoria degli animali, che però - soprattutto in Italia, diversamente da altri Paesi, come Inghilterra e gli Stati Uniti, per non parlare dell’Europa orientale - viene considerato come un innocente romanzo per ragazzi, in cui si racconta la buffa storia di una rivolta degli animali in una fattoria, dove i maiali a un certo punto cominciano a camminare dritti. In realtà quest’opera non solo è una metafora strettamente legata alla storia sovietica, ma contiene anche una quantità di riferimenti alla carestia ucraina. Negli scritti scelti di George Orwell, vi è una prefazione a un’edizione ucraina della Fattoria degli animali, fatta a Monaco di Baviera nel 1947 da un’agenzia di aiuto ai rifugiati, incaricata di sistemare i numerosissimi ucraini che avevano lasciato il loro Paese in seguito alla seconda guerra mondiale e all’occupazione sovietica delle parti occidentali dell’Ucraina, che erano appartenute alla Polonia fino al 1939. La fattoria degli animali venne distribuita in Ucraina non a caso, e in questa prefazione Orwell spiegò in poche e semplici parole come non pensava di aver bisogno di visitare l’Urss per capire alcune cose: «Per quanto mi riguarda la distruzione del mito sovietico è la premessa sine qua non della rinascita di un movimento socialista democratico genuino e non legato a nessun tipo di dittatura». Nel libro di Conquest ci sono diversi riferimenti a Orwell, manca però questo, forse per questioni di spazio o di tempo: il fatto appunto che nella Fattoria degli animali c’è un capitolo quasi interamente dedicato a una metafora dalla quale traspare chiaramente la carestia ucraina del 1932-’33. Se pensiamo al successo che il libro ha avuto, non possiamo non renderci conto di quanto sia stato importante divulgare in milioni e milioni di copie in tutto il mondo, attraverso una parodia molto semplice e molto leggibile, le vicende che Orwell aveva perfettamente compreso.
Il secondo punto che vorrei affrontare è quello dei testimoni della carestia. A Mosca, nel 1932, vi erano due categorie di persone che avrebbero dovuto essere in grado di valutare la situazione: rappresentanti diplomatici e giornalisti. Per quanto riguarda i giornalisti ne abbiamo tre tipi, personificati da tre britannici che tra l’altro, curiosamente, sono più o meno tutti originari della zona occidentale: uno gallese, Gareth Jones, uno di Liverpool, Walter Duranty, e un altro di Manchester, Malcolm Muggeridge. Costoro forniscono tre comportamenti completamente diversi l’uno dall’altro che, a mio giudizio, andrebbero studiati accuratamente in tutte le scuole di giornalismo e anche tra gli storici contemporanei. Uno, l’abnegazione fino al sacrificio personale alla ricerca della verità: e questo è il caso di Gareth Jones, completamente sconosciuto perché il regime sovietico è riuscito a seppellirlo, non solo fisicamente - nel 1935 morì in Cina in circostanze assai oscure ma molto probabilmente con l’aiuto della Nkvd, la polizia politica sovietica - ma anche a seppellirne la memoria. Di Gareth Jones nessuno ha mai sentito parlare perché fu l’unico giornalista che sfidò il divieto di recarsi nelle zone della carestia; vi andò a suo rischio e pericolo e poi immediatamente si diresse a Berlino - dove nel frattempo Hitler era stato eletto cancelliere - e denunciò pubblicamente gli orrori della carestia davanti ai colleghi della stampa internazionale, ancora in grado (era il febbraio del 1933) di scrivere liberamente dalla Germania. Il secondo personaggio, Duranty, è esattamente l’opposto, ossia la personificazione della malafede e della corruzione, oserei quasi dire del marciume morale: per motivi ancora non del tutto chiari mentiva, e usava tutto il suo prestigio, che non era poco, per nascondere, occultare, minimizzare i tremendi avvenimenti che sappiamo. La prova schiacciante della sua malafede è che nel settembre del 1933, quando ormai l’accesso alle zone della carestia era permesso, egli confidava a un diplomatico britannico che «potrebbero averci lasciato la pelle fino a 10 milioni di persone»; questo compare testualmente nei verbali del Foreign Office. In mezzo, ma più dalla parte buona che da quella cattiva, c’è un terzo giornalista, anch’egli sconosciuto in Italia, ma popolarissimo nel mondo anglosassone, soprattutto perché vissuto più a lungo - è morto nel 1990 - che si chiamava Malcolm Muggeridge. Egli da un lato certamente denunciò quello che aveva visto prima che scattasse il divieto di viaggiare e, dopo la seconda guerra mondiale, continuò senza tregua una campagna di testimonianza e di denuncia degli orrori della carestia: però si prese tutto il merito, non citò mai Gareth Jones, non disse mai «c’ero io che ho visto queste cose, ma c’era anche un collega che adesso non è più vivo e dunque, io mi sento in dovere di perpetuarne la memoria». Solo dopo la sua morte, attraverso un’avventurosa serie di circostanze, la famiglia ha scoperto la storia di Gareth Jones che oggi viene definito «eroe dell’Ucraina».
Passando al corpo diplomatico, mi chiedo se qualcosa sia mai emerso dal Quai d’Orsay, dagli archivi del ministero degli Esteri francese, che possa aiutarci a capire quale era il punto di vista di Parigi sulla vicenda. Nel 1932-’33 la Francia era una delle poche democrazie europee, ma la sua rete diplomatico-consolare in Unione Sovietica non era molto estesa: oltre all’ambasciata a Mosca comprendeva forse un consolato a Leningrado, ma non si estendeva nella zona sud-occidentale. Dove invece erano presenti gli italiani e i tedeschi, per motivi legati al rapporto particolare che avevano con l’Unione Sovietica. Qui si apre un campo di indagine che è stato arato dal collega Andrea Graziosi una dozzina di anni fa, ma che poi è rimasto in sospeso; non ci sono stati molti passi avanti dopo il libro Lettere da Kharkov, che conteneva appunto i dispacci diplomatici italiani dalle zone colpite dalla carestia. Anche l’Inghilterra aveva una sede diplomatica e sull’Inghilterra sappiamo quasi tutto, nel senso che tutti i dispacci diplomatici inglesi sono stati vagliati e pubblicati ed è in programma una nuova e massiccia edizione di questi rapporti, dai quali si desume che l’Inghilterra sapeva benissimo che la gente moriva di fame a milioni in Ucraina. Lo sapeva anche il ministro degli Esteri John Simon, il quale però non ritenne opportuno - d’accordo con il suo governo - divulgare la notizia. Non venne contrastato quello che la stampa pubblicava, gli articoli di Gareth Jones e di Muggeridge non vennero smentiti, ma non si aggiunse nulla e non s’iniziò una campagna di aiuti. E questo per un semplice motivo commerciale: l’Unione Sovietica del primo piano quinquennale era molto avida di merci occidentali, di tecnologia, di tutto ciò che poteva servire all’industrializzazione e si aprivano dunque opportunità incredibili dal punto di vista economico per quei Paesi che avevano sofferto e stavano ancora soffrendo le conseguenze della grande depressione. Dunque non era opportuno imbarcarsi in una campagna umanitaria che probabilmente avrebbe avuto scarso effetto e che avrebbe sicuramente chiuso alla Gran Bretagna il mercato sovietico. Per quanto riguarda l’Italia e la Germania ci sono alcune cose interessanti da rilevare. L’Italia aveva un console in Ucraina, Sergio Gradenigo, fascista militante, triestino, combattente della prima guerra mondiale con una spiccatissima tendenza all’antisenitismo: nei suoi rapporti si trovano tracce consistenti di pregiudizi come «i comunisti sono tutti ebrei che mangiano e i contadini invece muoiono di fame». Ma nonostante questo forte inquinamento, i suoi rapporti sono sicuramente molto interessanti e testimoniano anche una simpatia più che legittima nei confronti della tragedia del mondo contadino. Del resto l’antisemitismo di Gradenigo non era un fenomeno isolato: prima dell’Olocausto, tantissimi europei esprimevano anche in pubblico pesanti giudizi negativi nei confronti degli ebrei senza che a nessuno venisse in mente di protestare. Quando tornò in Italia nel 1934, non sappiamo se Gradenigo vide un quaderno dell’Istituto di Scienze Corporative di Pisa, promosso come sappiamo da Bottai e da Ugo Spirito, che era il fiore all’occhiello della cultura fascista dell’epoca, in cui si pubblicavano gli atti del 17° congresso bolscevico, tenutosi nel gennaio di quell’anno: prova sufficiente del fatto che il fascismo non era assolutamente in grado, né voleva denunciare alcunché. La tela diplomatica di Mussolini (attento lettore dei rapporti di Gradenigo che vistava a matita) in quel momento si stava estendendo al massimo grado, ma non c’è traccia di denuncia di nessun genere: anche giornalisti come Barzini e Nordio che intrapresero un viaggio in Unione Sovietica, non solo non andarono nelle zone della carestia anche quando si poteva ma, soprattutto, non risulta che ricevettero alcun tipo di imbeccata o di istruzione dal ministero degli Esteri italiano. L’Italia fascista in questo caso non dette prova di grande antibolscevismo, anzi fu pienamente complice della congiura del silenzio. La pubblicazione degli atti del cosiddetto congresso dei vincitori, tenutosi subito dopo la carestia, era un segnale inequivocabile: c’erano le relazioni di Stalin, di Molotov, di Kuibishev, di Grinko, cioè dei massimi responsabili della carestia, mancava solo Kaganovic che ne era stato l’ideologo. Cosa divertente, pur nella drammaticità del tema - è che la parola «compagni», tovarishi in russo, era in quegli atti tradotta con «camerati»: un lapsus che tradiva inequivocabilmente l’affinità. Molti come lo stesso Graziosi, Petracchi e altri hanno spiegato che il regime fascista sentiva più affinità che diversità con i bolscevichi; esisteva insomma una forma di ammirazione neanche tanto nascosta nei confronti di Stalin e del sistema sovietico. Dunque non c’è da sorprendersi che le «urla» di Gradenigo, sotto forma dei suoi rapporti diplomatici solidali con i morti per fame, fossero destinate a sbattere contro un muro di sordità assoluta.
Riguardo alla Germania, il campo di indagine è ancora del tutto inesplorato, ma possiamo avvicinarci alla verità cercando di capire alcune cose. In primo luogo è sempre più chiaro che l’operazione Barbarossa del 1941 interruppe quasi un quarto di secolo di relazioni sostanzialmente idilliache fra la Germania e la Russia, iniziate nella primavera-estate del 1917 con il trasferimento di Lenin in patria attraverso l’aiuto sostanziale dei tedeschi. Tali relazioni non subirono alterazioni neanche al momento della pace di Brest-Litovsk, in cui la Russia dovette cedere molti territori, né dopo la sconfitta della Germania o dopo i tentativi rivoluzionari a Berlino e a Monaco. L’esercito tedesco che non poteva riformarsi venne addestrato più o meno clandestinamente in Unione Sovietica, i rapporti commerciali fiorirono, il trattato di Rapallo era soltanto la punta dell’iceberg che nascondeva relazioni molto amichevoli, le quali non cambiarono con il crollo della repubblica di Weimar. La carestia ucraina avvenne proprio in concomitanza con questo crollo: il gennaio 1933 fu l’inizio dell’ultima ondata della fame e il momento in cui Hitler venne eletto cancelliere. Possiamo certamente presumere che Hitler, come cancelliere, leggesse i rapporti dall’Ucraina: i rapporti tra Hitler e Stalin fin dal momento in cui Hitler prese il potere furono molto chiari: ognuno in casa sua faceva più o meno quello che voleva, ma i rapporti statali fra le due potenze non venivano alterati. C’era un collegamento evidente, di cui ha parlato anche Courtois nel Libro nero del comunismo, tra il ritorno a Mosca di Dimitrov, assolto dopo il processo di Lipsia per aver incendiato il Reichstag, unico passeggero su un aereo sovietico, e il silenzio sulla carestia ucraina. Non ancora completamente accecato dall’ideologia, Hitler poi capì che l’Ucraina rappresentava un terreno a lui favorevole nel momento in cui avrebbe lanciato un attacco contro l’Unione Sovietica: era molto probabile infatti, visto quello che Stalin stava facendo in Ucraina, che il Paese avrebbe accolto la Germania senza ostilità, cosa che almeno all’inizio si verificò puntualmente e comprensibilmente.
L’atteggiamento del fascismo italiano cambiò soltanto a partire dalla fine degli anni Trenta. Nell’archivio del ministero degli Esteri si trova una nota da Mosca dell’ambasciatore Rosso, datata fine 1937, che diceva: «Ho appena letto un libro molto importante che si chiama Assignment in utopia, penso che dovremmo tradurlo». Il fascismo decise di far tradurre questo libro - la versione italiana s’intitolò Il crollo dell’utopia comunista - dove l’autore Eugene Lyons descriveva in uno dei capitoli Come la stampa estera ha nascosto una carestia: la sua versione, mai smentita da nessuno, corrispondeva alla verità secondo cui tutti i corrispondenti a Mosca (compreso lui stesso ma tranne Gareth Jones), fossero stati convinti senza troppe difficoltà dal potere bolscevico che era meglio per loro lasciar perdere la carestia perché altrimenti avrebbero perso il loro status, i loro privilegi, non avrebbero più avuto accesso alle informazioni, rischiando così di perdere il loro posto di corrispondenti mentre i loro giornali non avrebbero probabilmente sprecato molte energie nell’appoggiarli (in questo sicuramente i sovietici avevano perfettamente ragione). Era dunque più conveniente per loro chiudere gli occhi. Eugene Lyons, di origine russa ma nato in America, diventato comunista, quando a metà degli anni Trenta si rese conto della situazione fu colto da una crisi di coscienza. Il fascismo decise di pubblicare in versione italiana il suo libro alla fine del ’39, quando Mussolini, irritato dal patto Hitler-Stalin, appoggiava la Finlandia attaccata dall’Unione Sovietica e cominciava a prendere una linea sempre più chiaramente antisovietica e antibolscevica (che Hitler intraprese invece almeno un anno dopo). Tutte queste vicende sono quasi del tutto inesplorate e ci danno l’idea del lavoro di scavo ancora da fare. Occorre perciò ancora lavorare molto, e occorre farlo per rendere a ciascuno il proprio merito o demerito, perché denunciare un crimine orrendo come la carestia ucraina oppure occultarlo o peggio negarlo sono due comportamenti diversi, e assolutamente equivalenti al fatto di denunciare l’Olocausto degli ebrei oppure di negarlo. Non esiste alcuna differenza.

 

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