Alcuni aspetti del genocidio ucraino devono essere ancora chiariti ma altri probabilmente non lo saranno mai, come la quantità esatta delle vittime per esempio, perché quando si parla di «crimine del comunismo» si può sbagliare per diffetto o per eccesso di milioni o di decine di milioni di unità, e questo la dice lunga sulla proporzione del crimine globale del comunismo. L’aspetto sui cui mi voglio qui soffermare è quello del rapporto tra lo sterminio dei contadini ucraini e il problema nazionale. Ho cercato dunque in questa direzione per capire come questo crimine, questo eccidio, è stato sentito, vissuto, conosciuto all’interno, nel momento in cui è stato perpretato. E ho trovato tre brevi testi, quasi dei frammenti, che danno appunto il senso di come quel grande Paese, l’Unione Sovietica, ha reagito in quella tragica circostanza (tragica per l’Ucraina ma anche per l’insieme dell’Unione Sovietica) e ha cercato di capire e di conoscere quello che si stava svolgendo in un suo punto particolare. Il primo testo l’ho tratto dal Diario di una scolara russa, Nina Lugovskaja, di cui ho parlato in un articolo sul Corriere della Sera: è un testo fondamentale e straordinario di una giovane - allora aveva 14 anni - che all’inizio degli anni Trenta ha cominciato a scrivere un diario. Non un diario qualsiasi, ma una testimonianza di lucida comprensione, di reazione anticomunista e antisovietica, sulla base di un ragionamento che per la sua fermezza, freddezza e competenza è sbalorditivo. Voglio ricordare che per questo diario Nina Lugovskaja è stata arrestata nel ’37 assieme alla sua famiglia ed è andata a finire in un lager come era logico che avvenisse. L’agente della polizia politica ha sottolineato nel diario tutti i punti che, a suo giudizio, incriminavano la Lugovskaja più degli altri e il brano che cito era sottolineato con la matita rossa del censore, come la prova che questa ragazza di 14 anni era una nemica del popolo e meritava di andare a finire in un campo di concentramento.
31 agosto 1933: «Strane cose avvengono in Russia. La fame, il cannibalismo... Tante cose raccontano quelli che arrivano dalla provincia. Raccontano che non si fa in tempo a raccogliere i cadaveri nelle vie e che le città di provincia sono piene di contadini affamati e laceri. Dappertutto ruberie e banditismo. E l’Ucraina? La vasta Ucraina così ricca di messi... Che cosa le è successo? Non la si riconosce più. È una steppa morta e silente. Non c’è più l’alta distesa dorata di segale e frumento, non ondeggiano al vento le rigogliose spighe. La steppa si è coperta di sterpaglie. Non si vedono i grandi e allegri paesi con le bianche casette ucraine, non si sentono i sonori canti ucraini. Qua e là si vedono morti e vuoti villaggi. L’Ucraina si è dispersa». E continua, andando sulla cronaca più cruda: «Testardamente la fiumana di fuggiaschi affluisce senza interrompersi nelle grandi città. Più volte li hanno ricacciati indietro su interi, lunghi convogli verso una morte certa. Ma la lotta per l’esistenza ha avuto la meglio, la gente moriva nelle stazioni ferroviarie, nei treni, e raggiungeva Mosca. Ma intanto l’Ucraina? Oh, i bolscevichi hanno prevenuto anche questa sciagura. Insignificanti aree, seminate in primavera, sono affidate per il raccolto ai soldati dell’Armata Rossa, inviata là apposta a questo scopo».
Questa nota di diario del ’33 di una scolara russa moscovita, dimostra come le notizie giungessero anche nella capitale e come una persona libera, criticamente pensante come era quella ragazza, reagisse a queste notizie. Sono convinto che esistano altri diari di questo tipo che ancora non conosciamo e che come questi saranno fonti preziose (di cui in parte già si avvalgono tutti i recenti studi storiografici americani e russi), assieme al materiale dell’archivio della polizia politica, per capire lo stato d’animo della popolazione sovietica in quegli anni. Nina Lugovskaja non era un’intellettuale, non apparteneva a una famiglia di intellettuali, e questo passo lo dimostra. Ma ci sono brani del suo diario veramente sorprendenti, che fanno capire come lei riuscisse a reagire e a sentirsi libera, a non accettare ma anzi a odiare il regime sotto il quale era nata nel 1918.
Il secondo frammento lo traggo da una lettera di cui purtroppo non ho il testo completo. È datata luglio 1933 ed è della figlia di Vladimir Korolenko, grande scrittore russo della fine dell’Ottocento, primo Novecento, populista, democratico, una specie di idolo per i democratici russi, noto, oltre che per le sue opere letterarie, per un carteggio molto coraggioso con Lunacharski nel quale contestava al massimo esponente intellettuale del bolscevismo (non per intelligenza ma per tipologia) la violenza con cui i boscevichi comunisti dopo la rivoluzione fossero venuti meno a tutte le promesse di democrazia fatte e sbandierate fino a pochi mesi prima della presa del potere. Questa lettera di S. V. Korolenko, morta pochi anni dopo, è indirizzata alla vedova di Lenin Nadejda K. Krupskaia: parla della fame e delle numerose vittime in Ucraina, fatti di cui evidentemente la Krupskaia era al corrente, e riporta una tesi agghiacciante diffusa tra i dirigenti: «Non è poi un guaio se moriranno qualche decina di milioni di persone, tanto ne abbiamo abbastanza». Che importanza ha che muoiano decine di milioni di persone, dal momento che l’intera popolazione è di 200 milioni? Dieci milioni in più o in meno... Ricordate Mao? Se la bomba atomica ammazza 100 milioni di persone ce ne restano un altro miliardo. Anche quello era comunismo. Questa era la mentalità quantitativa del comunismo applicata agli esseri umani, in vista di un fine. Non dissimile da quella del nazismo, per cui ammazzare sei milioni di persone valeva una società «pulita». Sull’Izvestija del 30 marzo 1934, ho trovato un’affermazione di Bucharin, che a quel tempo ne era il direttore, in un articolo intitolato «La crisi della cultura capitalistica e i problemi della cultura dell’Urss». Faccio notare che Bucharin, a parte alcuni momenti di grande crudeltà negli anni Venti, era la personalità intellettuale meno dura del gruppo dirigente bolscevico. Ecco la frase: «Le norme dell’amore universale cristiano sono considerate dal comunismo come i suoi accerrimi nemici». Questa frase non è campata in aria. Tra il 1933-’34 nella stampa sovietica viene dibattuto il problema dell’umanesimo comunista contro l’umanesimo cristiano e borghese che secondo i comunisti coincidevano. L’umanesimo comunista o socialista o sovietico che dir si voglia è l’umanesimo nuovo, dell’uomo nuovo che non conosce pietà, che ama l’umanità futura ma odia gran parte dell’umanità presente. E lo scopo diventa quello di instillare l’odio, di educare le giovani generazioni all’odio del mondo «borghese» per cui le norme del cristianesimo diventano le acerrime nemiche del comunismo.
Un’altra testimonianza è di un partecipante agli eccidi, Lev Kopelev, uno di quei tipici personaggi che chi ha letto Solgenitsyn sa riconoscere. Purtroppo non risale al ’33-’34 quando presumibilmente questo signore andava in giro per le campagne ucraine, forse non a uccidere direttamente, ma di certo come complice di quelli che ammazzavano, che osservavano indifferenti la morte. Quello che scrive a proposito dell’Ucraina, e che riporto qui, lo scrive nelle sue memorie di dissidente, ormai emigrato in Germania: «All’inizio di quel terribile anno 1933 ho visto la gente morire di fame. Ho visto donne e bambini dal ventre enfiato, li ho visti illividire con ancora un soffio di vita, ma i loro occhi erano vuoti, spenti. E i corpi, corpi rivestiti da pellicciotti laceri, con stivali di feltro a buon mercato, corpi abbandonati nelle case contadine... Ho visto tutto ciò e non sono impazzito e non mi sono suicidato. E non ho maledetto alcuno di quelli che mi mandavano a prendere il grano in inverno ai contadini... Perché ero convinto di stare facendo la grande, indispensabile trasformazione del mondo rurale, certo che in un prossimo futuro la gente che abitava lì sarebbe vissuta meglio e che le loro sofferenze e disgrazie provenivano dalla loro ignoranza o dalle macchinazioni del nemico di classe». Con grande onestà Kopelev rende da uno spaccato la radiografia della mentalità quantitativa, quella stessa per cui 20 milioni di vite umane è un numero indifferente dal momento che ce ne sono altre centinaia di milioni. Tutti fungibili, carne lavorativa, in galera o nelle fabbriche, ci si può fare quello che si vuole. E Kopelev onestamente riconosce: è stata anche la mia mentalità, io ho partecipato e «non sono impazzito e non mi sono suicidato». Ma lo riconosce dopo: prima era un entusiasta perché era vittima della mentalità di quei dirigenti e pensava di compiere un’opera rivoluzionaria.
Il problema che ci dobbiamo porre è perché tutto questo sia avvenuto, e come di ideali si possa ancora parlare per definire queste bestialità, sia pur rivestite di logica. Noi parliamo sempre e con una certa ragione di stalinismo, ma questa categoria è molto ambigua, perché lo stalinismo è stato una tappa, una fase dello sviluppo interno e internazionale del comunismo. Allora non possiamo continuare ad attribuire questi orrori al «mostro» Stalin soltanto, lasciando fuori tutto quello che ha preparato Stalin e che lo ha succeduto. Per esempio nell’Ucraina era presente Chrusciov che anche dopo la denuncia del XX Congresso si è reso responsabile di una delle più terribili campagne anti-religiose che si siano mai svolte in Unione Sovietica. La categoria dello stalinismo vale perciò come categoria storica temporale, nel senso che c’è stato Stalin che ha dato al comunismo una specificità che non è quella del pre-stalinismo e nemmeno quella del post-stalinismo. Ma continuare a usare il termine «stalinismo» è ambiguo e falso, perché se nessuno più si dice stalinista molti si crogiuolano ancora nel comunismo, usando questo termine come insegna del loro partito. Dobbiamo perciò pensare che anche il genocidio in Ucraina non appartiene allo stalinismo ma al comunismo, e che quella tragedia non è la tragedia sovietica ma la tragedia comunista anche al di fuori dell’Urss. Dal punto di vista storico va benissimo battersi per testimoniare i crimini dello stalinismo, senza però trascurare quelli pre-stalinisti, come per esempio i gas asfissianti usati contro i contadini ribelli dal maresciallo dell’Armata Rossa Tuhacesvkij. Il fenomeno comunista va visto nella sua globalità, che non è soltanto sovietica. In Cina per esempio si è ripetuto lo stesso tipo di massacro, secondo specifiche modalità locali e temporali.
Ultima osservazione, relativa al rapporto tra genocidio e problema nazionale. Secondo me le due cose sono fuse insieme, non nel senso che il genocidio sia stato lo strumento per fiaccare lo spirito nazionale ucraino. La cosa era più complessa... Bisogna pensare alla svolta del ’32, al fatto che gli anni Trenta sono stati per l’Ucraina gli anni più disastrosi, in cui quel Paese ha perso tutto, non soltanto sei o sette milioni di contadini, ma la sua indipendenza, la libertà di scelta (da allora codificata a quella di Mosca), l’insegnamento della propria lingua, la sua classe dirigente. Si pensi ai suicidi avvenuti nel ’33 di Mykola Ckrypnik, segretario del partito ucraino, e di Mykola Chvylovyi, uno scrittore notevolissimo che era l’ideologo dell’indipendenza culturale. Erano tutti e due comunisti. Dal 1922 al ’32 si è compiuto un processo di «ucrainizzazione» che rientrava nella politica globale sovietica e che nonostante la sua ambiguità ha consentito all’Ucraina di avere una certa relativa autonomia. Dal ’32 in poi è avvenuta una svolta nella politica nazionale, che oltre alla fame ha comportato il tracollo sul piano dell’indipendenza e dell’autonomia. E questo vale anche per la Russia che, dominata da quella pseudo cultura manipolata dall’apparato ideologico stanoviano-staliniano e imposta in tutta l’Unione Sovietica, ha perso il suo spirito nazionale; penso alla distruzione della religione ortodossa, eliminata interamente dal Paese non per un processo di secolarizzazione di tipo occidentale, ma attraverso persecuzioni e una propaganda ateistica bestiale. Si pensi inoltre alla distruzione di ogni residuo dell’intellighenzia russa e delle sue tradizioni democratiche. Dunque la tragedia ucraina degli anni Trenta, cominciata nel ’32-’33, è stata la parte più acuta della tragedia sovietica, e la tragedia sovietica è stata il nucleo centrale della tragedia comunista.
Alcuni aspetti del genocidio ucraino devono essere ancora chiariti ma altri probabilmente non lo saranno mai, come la quantità esatta delle vittime per esempio, perché quando si parla di «crimine del comunismo» si può sbagliare per diffetto o per eccesso di milioni o di decine di milioni di unità, e questo la dice lunga sulla proporzione del crimine globale del comunismo. L’aspetto sui cui mi voglio qui soffermare è quello del rapporto tra lo sterminio dei contadini ucraini e il problema nazionale. Ho cercato dunque in questa direzione per capire come questo crimine, questo eccidio, è stato sentito, vissuto, conosciuto all’interno, nel momento in cui è stato perpretato. E ho trovato tre brevi testi, quasi dei frammenti, che danno appunto il senso di come quel grande Paese, l’Unione Sovietica, ha reagito in quella tragica circostanza (tragica per l’Ucraina ma anche per l’insieme dell’Unione Sovietica) e ha cercato di capire e di conoscere quello che si stava svolgendo in un suo punto particolare. Il primo testo l’ho tratto dal Diario di una scolara russa, Nina Lugovskaja, di cui ho parlato in un articolo sul Corriere della Sera: è un testo fondamentale e straordinario di una giovane - allora aveva 14 anni - che all’inizio degli anni Trenta ha cominciato a scrivere un diario. Non un diario qualsiasi, ma una testimonianza di lucida comprensione, di reazione anticomunista e antisovietica, sulla base di un ragionamento che per la sua fermezza, freddezza e competenza è sbalorditivo. Voglio ricordare che per questo diario Nina Lugovskaja è stata arrestata nel ’37 assieme alla sua famiglia ed è andata a finire in un lager come era logico che avvenisse. L’agente della polizia politica ha sottolineato nel diario tutti i punti che, a suo giudizio, incriminavano la Lugovskaja più degli altri e il brano che cito era sottolineato con la matita rossa del censore, come la prova che questa ragazza di 14 anni era una nemica del popolo e meritava di andare a finire in un campo di concentramento.
31 agosto 1933: «Strane cose avvengono in Russia. La fame, il cannibalismo... Tante cose raccontano quelli che arrivano dalla provincia. Raccontano che non si fa in tempo a raccogliere i cadaveri nelle vie e che le città di provincia sono piene di contadini affamati e laceri. Dappertutto ruberie e banditismo. E l’Ucraina? La vasta Ucraina così ricca di messi... Che cosa le è successo? Non la si riconosce più. È una steppa morta e silente. Non c’è più l’alta distesa dorata di segale e frumento, non ondeggiano al vento le rigogliose spighe. La steppa si è coperta di sterpaglie. Non si vedono i grandi e allegri paesi con le bianche casette ucraine, non si sentono i sonori canti ucraini. Qua e là si vedono morti e vuoti villaggi. L’Ucraina si è dispersa». E continua, andando sulla cronaca più cruda: «Testardamente la fiumana di fuggiaschi affluisce senza interrompersi nelle grandi città. Più volte li hanno ricacciati indietro su interi, lunghi convogli verso una morte certa. Ma la lotta per l’esistenza ha avuto la meglio, la gente moriva nelle stazioni ferroviarie, nei treni, e raggiungeva Mosca. Ma intanto l’Ucraina? Oh, i bolscevichi hanno prevenuto anche questa sciagura. Insignificanti aree, seminate in primavera, sono affidate per il raccolto ai soldati dell’Armata Rossa, inviata là apposta a questo scopo».
Questa nota di diario del ’33 di una scolara russa moscovita, dimostra come le notizie giungessero anche nella capitale e come una persona libera, criticamente pensante come era quella ragazza, reagisse a queste notizie. Sono convinto che esistano altri diari di questo tipo che ancora non conosciamo e che come questi saranno fonti preziose (di cui in parte già si avvalgono tutti i recenti studi storiografici americani e russi), assieme al materiale dell’archivio della polizia politica, per capire lo stato d’animo della popolazione sovietica in quegli anni. Nina Lugovskaja non era un’intellettuale, non apparteneva a una famiglia di intellettuali, e questo passo lo dimostra. Ma ci sono brani del suo diario veramente sorprendenti, che fanno capire come lei riuscisse a reagire e a sentirsi libera, a non accettare ma anzi a odiare il regime sotto il quale era nata nel 1918.
Il secondo frammento lo traggo da una lettera di cui purtroppo non ho il testo completo. È datata luglio 1933 ed è della figlia di Vladimir Korolenko, grande scrittore russo della fine dell’Ottocento, primo Novecento, populista, democratico, una specie di idolo per i democratici russi, noto, oltre che per le sue opere letterarie, per un carteggio molto coraggioso con Lunacharski nel quale contestava al massimo esponente intellettuale del bolscevismo (non per intelligenza ma per tipologia) la violenza con cui i boscevichi comunisti dopo la rivoluzione fossero venuti meno a tutte le promesse di democrazia fatte e sbandierate fino a pochi mesi prima della presa del potere. Questa lettera di S. V. Korolenko, morta pochi anni dopo, è indirizzata alla vedova di Lenin Nadejda K. Krupskaia: parla della fame e delle numerose vittime in Ucraina, fatti di cui evidentemente la Krupskaia era al corrente, e riporta una tesi agghiacciante diffusa tra i dirigenti: «Non è poi un guaio se moriranno qualche decina di milioni di persone, tanto ne abbiamo abbastanza». Che importanza ha che muoiano decine di milioni di persone, dal momento che l’intera popolazione è di 200 milioni? Dieci milioni in più o in meno... Ricordate Mao? Se la bomba atomica ammazza 100 milioni di persone ce ne restano un altro miliardo. Anche quello era comunismo. Questa era la mentalità quantitativa del comunismo applicata agli esseri umani, in vista di un fine. Non dissimile da quella del nazismo, per cui ammazzare sei milioni di persone valeva una società «pulita». Sull’Izvestija del 30 marzo 1934, ho trovato un’affermazione di Bucharin, che a quel tempo ne era il direttore, in un articolo intitolato «La crisi della cultura capitalistica e i problemi della cultura dell’Urss». Faccio notare che Bucharin, a parte alcuni momenti di grande crudeltà negli anni Venti, era la personalità intellettuale meno dura del gruppo dirigente bolscevico. Ecco la frase: «Le norme dell’amore universale cristiano sono considerate dal comunismo come i suoi accerrimi nemici». Questa frase non è campata in aria. Tra il 1933-’34 nella stampa sovietica viene dibattuto il problema dell’umanesimo comunista contro l’umanesimo cristiano e borghese che secondo i comunisti coincidevano. L’umanesimo comunista o socialista o sovietico che dir si voglia è l’umanesimo nuovo, dell’uomo nuovo che non conosce pietà, che ama l’umanità futura ma odia gran parte dell’umanità presente. E lo scopo diventa quello di instillare l’odio, di educare le giovani generazioni all’odio del mondo «borghese» per cui le norme del cristianesimo diventano le acerrime nemiche del comunismo.
Un’altra testimonianza è di un partecipante agli eccidi, Lev Kopelev, uno di quei tipici personaggi che chi ha letto Solgenitsyn sa riconoscere. Purtroppo non risale al ’33-’34 quando presumibilmente questo signore andava in giro per le campagne ucraine, forse non a uccidere direttamente, ma di certo come complice di quelli che ammazzavano, che osservavano indifferenti la morte. Quello che scrive a proposito dell’Ucraina, e che riporto qui, lo scrive nelle sue memorie di dissidente, ormai emigrato in Germania: «All’inizio di quel terribile anno 1933 ho visto la gente morire di fame. Ho visto donne e bambini dal ventre enfiato, li ho visti illividire con ancora un soffio di vita, ma i loro occhi erano vuoti, spenti. E i corpi, corpi rivestiti da pellicciotti laceri, con stivali di feltro a buon mercato, corpi abbandonati nelle case contadine... Ho visto tutto ciò e non sono impazzito e non mi sono suicidato. E non ho maledetto alcuno di quelli che mi mandavano a prendere il grano in inverno ai contadini... Perché ero convinto di stare facendo la grande, indispensabile trasformazione del mondo rurale, certo che in un prossimo futuro la gente che abitava lì sarebbe vissuta meglio e che le loro sofferenze e disgrazie provenivano dalla loro ignoranza o dalle macchinazioni del nemico di classe». Con grande onestà Kopelev rende da uno spaccato la radiografia della mentalità quantitativa, quella stessa per cui 20 milioni di vite umane è un numero indifferente dal momento che ce ne sono altre centinaia di milioni. Tutti fungibili, carne lavorativa, in galera o nelle fabbriche, ci si può fare quello che si vuole. E Kopelev onestamente riconosce: è stata anche la mia mentalità, io ho partecipato e «non sono impazzito e non mi sono suicidato». Ma lo riconosce dopo: prima era un entusiasta perché era vittima della mentalità di quei dirigenti e pensava di compiere un’opera rivoluzionaria.
Il problema che ci dobbiamo porre è perché tutto questo sia avvenuto, e come di ideali si possa ancora parlare per definire queste bestialità, sia pur rivestite di logica. Noi parliamo sempre e con una certa ragione di stalinismo, ma questa categoria è molto ambigua, perché lo stalinismo è stato una tappa, una fase dello sviluppo interno e internazionale del comunismo. Allora non possiamo continuare ad attribuire questi orrori al «mostro» Stalin soltanto, lasciando fuori tutto quello che ha preparato Stalin e che lo ha succeduto. Per esempio nell’Ucraina era presente Chrusciov che anche dopo la denuncia del XX Congresso si è reso responsabile di una delle più terribili campagne anti-religiose che si siano mai svolte in Unione Sovietica. La categoria dello stalinismo vale perciò come categoria storica temporale, nel senso che c’è stato Stalin che ha dato al comunismo una specificità che non è quella del pre-stalinismo e nemmeno quella del post-stalinismo. Ma continuare a usare il termine «stalinismo» è ambiguo e falso, perché se nessuno più si dice stalinista molti si crogiuolano ancora nel comunismo, usando questo termine come insegna del loro partito. Dobbiamo perciò pensare che anche il genocidio in Ucraina non appartiene allo stalinismo ma al comunismo, e che quella tragedia non è la tragedia sovietica ma la tragedia comunista anche al di fuori dell’Urss. Dal punto di vista storico va benissimo battersi per testimoniare i crimini dello stalinismo, senza però trascurare quelli pre-stalinisti, come per esempio i gas asfissianti usati contro i contadini ribelli dal maresciallo dell’Armata Rossa Tuhacesvkij. Il fenomeno comunista va visto nella sua globalità, che non è soltanto sovietica. In Cina per esempio si è ripetuto lo stesso tipo di massacro, secondo specifiche modalità locali e temporali.
Ultima osservazione, relativa al rapporto tra genocidio e problema nazionale. Secondo me le due cose sono fuse insieme, non nel senso che il genocidio sia stato lo strumento per fiaccare lo spirito nazionale ucraino. La cosa era più complessa... Bisogna pensare alla svolta del ’32, al fatto che gli anni Trenta sono stati per l’Ucraina gli anni più disastrosi, in cui quel Paese ha perso tutto, non soltanto sei o sette milioni di contadini, ma la sua indipendenza, la libertà di scelta (da allora codificata a quella di Mosca), l’insegnamento della propria lingua, la sua classe dirigente. Si pensi ai suicidi avvenuti nel ’33 di Mykola Ckrypnik, segretario del partito ucraino, e di Mykola Chvylovyi, uno scrittore notevolissimo che era l’ideologo dell’indipendenza culturale. Erano tutti e due comunisti. Dal 1922 al ’32 si è compiuto un processo di «ucrainizzazione» che rientrava nella politica globale sovietica e che nonostante la sua ambiguità ha consentito all’Ucraina di avere una certa relativa autonomia. Dal ’32 in poi è avvenuta una svolta nella politica nazionale, che oltre alla fame ha comportato il tracollo sul piano dell’indipendenza e dell’autonomia. E questo vale anche per la Russia che, dominata da quella pseudo cultura manipolata dall’apparato ideologico stanoviano-staliniano e imposta in tutta l’Unione Sovietica, ha perso il suo spirito nazionale; penso alla distruzione della religione ortodossa, eliminata interamente dal Paese non per un processo di secolarizzazione di tipo occidentale, ma attraverso persecuzioni e una propaganda ateistica bestiale. Si pensi inoltre alla distruzione di ogni residuo dell’intellighenzia russa e delle sue tradizioni democratiche. Dunque la tragedia ucraina degli anni Trenta, cominciata nel ’32-’33, è stata la parte più acuta della tragedia sovietica, e la tragedia sovietica è stata il nucleo centrale della tragedia comunista.