LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004
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La pubblicazione di Raccolto di dolore offre l’occasione di ricordare le pagine quasi dimenticate lasciate da un testimone del Holodomor, l’«ammirevole e povero» Victor Kravchenko, come l’ha definito Martin Amis in Koba il terribile. Ho scelto la libertà è stato una delle fonti di Conquest ed è stato il simbolo del primo importante tentativo di spezzare la contraddizione tra la realtà e la sua rappresentazione, tra la verità e l’ideologia. Cioè la contraddizione che, insieme all’incredulità e al giustificazionismo, ha consentito a milioni di occidentali di aderire e partecipare al comunismo nella seconda metà del Novecento. Kravchenko iniziò il suo racconto sull’Ucraina di quegli anni descrivendo il sentimento d’inquietudine con cui, un giorno d’estate del 1932, accolse l’ordine di presentarsi a una riunione che aveva come argomento la formazione di brigate del partito per operazioni nelle campagne. Lui e i suoi compagni raccolti nella sala delle conferenze non riuscivano a nascondere la loro preoccupazione. Sapevano che andare a lavorare all’ultima fase del raccolto, all’ammasso del grano, significava in realtà partecipare «alla più sanguinosa delle battaglie». Se lo sentirono chiaramente dire da uno dei potenti capi del Pc ucraino, quel Khatayevich che poi sarebbe stato travolto dalle «grandi purghe», ma che in quella circostanza prima li informò che sarebbero andati nei villaggi, perché il distretto di Dniepropetrovsk era in ritardo sul Piano, perché «il partito e il compagno Stalin ci avevano ordinato di terminare la collettivizzazione di questa regione per la primavera» e «ora, alla fine dell’estate, le autorità rurali hanno bisogno di sapere cosa sia la potenza bolscevica»; e poi li esortò a «schiacciare gli agenti dei kulaki, ovunque li vediate sollevare la testa… La guerra è dichiarata: o loro o noi». La missione consisteva nel farsi consegnare tutto il grano «a qualsiasi prezzo»: «Strappatelo a quella gente, dovunque sia nascosto, nelle stufe, sotto ai letti, nelle cantine o nei nascondigli scavate nelle aie. Non abbiate paura di ricorrere a misure estreme…». Al Holodomor sono dedicate una settantina delle oltre ottocento pagine di Ho scelto la libertà, la lunga autobiografia che uscì nel 1946 negli Stati Uniti, per essere poi tradotta in ventidue lingue, e che cercò di rompere il clima di omertà culturale e politica formatosi, soprattutto grazie allo svolgimento della seconda guerra mondiale, attorno alla Russia di Stalin. Oggi possiamo considerare quel libro uno dei classici della disillusione. La prima narrazione dall’«interno di quegli anni». Appunto, la verità o quanto meno pezzi di verità, di fronte alla quale però una parte importante dell’opinione pubblica europea continuò a tener chiusi gli occhi, rifiutò di accettarla, anzi giunse al punto di considerarla falsa, perché entrava in conflitto con le visioni dell’ideologia e con il «mito sovietico». Venne così costruito il muro dell’incredulità, anche se l’unico difetto di quelle pagine consisteva, al contrario, nel carattere personale del racconto che, confrontato poi con tutto ciò che è via via emerso decennio dopo decennio, riusciva a dare solo una generica idea della vastità della tragedia. Kravchenko riportò infatti ciò che aveva vissuto, fu un cronista fin troppo minuzioso e attento a non superare i suoi confini visivi. Sembra strano leggere ora che «la collettivizzazione del Paese, come primi dividendi, diede migliaia di morti», quando sappiamo che le cifre furono infinitamente maggiori. Ma resta ancora da spiegare fino in fondo l’ostilità che incontrò: su quella fuga dalla realtà c’è ancora una grande difficoltà non solo ad ammettere l’errore, ma anche a cercare di capirne fino in fondo le ragioni. C’è solo da constatare che in quel mondo diviso in due fronti contrapposti, anche sul piano culturale, la verità dell’«altro» era considerata menzogna da chi aveva fatto coincidere la propria scelta ideologica con una visione totalitaria e totalizzante di ciò che aveva attorno.
Forse fa sorridere il fatto che quel problema del rapporto capovolto tra la realtà e l’immagine che ne veniva data non fosse sfuggito neanche al giovane ingegner Kravchenko, che allora credeva ancora nel comunismo e che poi sarebbe diventato «il grande rinnegato». Scrisse, ricordando il 1932, che in Unione Sovietica «i giornali ignoravano l’orribile carestia che devastava la Russia del sud e l’Asia centrale, ma ciò non impediva che tutti ne fossero informati», aggiunse che «noi tacciavamo di “voci antisovietiche” quelle notizie che, in fondo sapevamo perfettamente esatte», spiegò anche che «la carestia coincise con la conclusione, in quattro anni, del primo Piano quinquennale cosicché la stampa potè pubblicare una serie di articoli iperbolici, inneggianti ai “nostri successi”», anche se «questa assordante propaganda non riusciva a soffocare completamente i gemiti dei morenti e, per qualcuno di noi, il baccano che si faceva incessantemente sulla nuova “vita felice” era ancor più spaventoso della stessa carestia». Egli stesso vide e descrisse i contadini affamati che, nonostante «le energiche misure della polizia», invasero Dniepropetrovsk e notò che «molti di loro, senza più la forza di mendicare, assediavano passivamente i paraggi delle stazioni» con i loro bambini ridotti «a piccoli scheletri dal ventre gonfio». E aggiunse che fino ad allora amici e parenti che vivevano nelle campagne avevano inviato pacchi di viveri alla gente delle città, «ora avrebbe dovuto verificarsi l’inverso, ma le nostre razioni alimentari di cittadini erano già così ridotte e così irregolarmente distribuite, che non osavamo privarcene». Così come era avvenuto l’anno prima in occasione dell’ammasso forzoso del grano, Kravchenko si ritrovò di nuovo - si era ormai nel ’33 - a dover ascoltare le esortazioni di Khatayevich perché, per essere sicuri che le messi sarebbero state debitamente raccolte, «per impedire ai contadini disperati di mangiare il grano ancora verde, perché i kolkhoz non finissero sotto cattive gestioni e per lottare contro i nemici della collettivizzazione, nei villaggi furono create speciali sezioni politiche, poste sotto l’autorità di uomini di fiducia del partito». Fu allora mobilitato un vero e proprio esercito - centomila uomini, secondo l’autore di Ho scelto la libertà - che era composto da militari, uomini dell’Nkvd, studenti e funzionari considerati fedeli e risoluti, i quali vennero inviati «nei territori sottomessi al collettivismo». Al suo arrivo in campagna, constatò che non si parlava altro che «di carestia, di tifo epidemico e di atti di cannibalismo». Si accorse che le prigioni e le stazioni di polizia «rigurgitavano di contadini incarcerati per aver falciato i loro campi senza autorizzazione, per aver sabotato o rubato a danno dello Stato». Il primo giorno, trovò un villaggio «immerso in un anormale silenzio» e gli venne spiegato che «sono stati mangiati tutti i cani» e che «se non vedete nessuno per strada, è perché la gente non cammina più, non ne ha più la forza». Gli raccontarono che «ogni tanto un carro percorre il Paese e raccoglie i cadaveri», che «abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, canni, topi, uccelli», che «domattina quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia: abbiamo mangiato anche quella» e «perfino il letame dei cavalli». Attraversò una piazza e scorse per terra «cadaveri d’uomini, di donne, di bambini appena ricoperti da un leggero strato di paglia», ne contò diciassette, per sentirsi poco dopo dire: «Diciassette soltanto? Certi giorni ve ne sono ben di più. Il governo ha tolto loro tutto quello che rimaneva di grano, lo scorso trimestre, e ne è passato del tempo da quando hanno esaurito il poco che avevano ricevuto per il loro lavoro e quelle briciole che erano riusciti a nascondere». Per affidare infine ancora a Khatayevich il bilancio del biennio: «L’anno appena finito ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo Paese. La collettivizzazione è costata milioni di vite, ma ora è saldamente radicata…».
Quando l’avvocato Nordmann, difensore delle Lettres françaises, chiese a Vercors, l’autore del Silence de la mer, se Ho scelto la libertà si sarebbe potuto pubblicare nella Francia occupata dai tedeschi, la risposta fu: «Certamente». Altra domanda: è possibile vedere in questo libro uno spirito di Vichy? Una sillaba di assenso: «Sì». La data era il 26 gennaio del 1949, il luogo la decima sezione penale del tribunale della Senna, a Parigi. Il grande poeta era stato mobilitato per sostenere l’equazione fra anticomunismo e nazismo, per scaricare la testimonianza di Kravchenko «nella pattumiera della storia». Nina Berberova - nel suo ultimo lavoro in Europa prima di attraversare l’Atlantico e scegliere l’America - ci ha lasciato la dettagliata cronaca di come il rifiuto della verità si fosse trasformato nel primo importante caso giudiziario dell’epoca della «guerra fredda». La cronaca del processo per diffamazione che «il rinnegato» intentò alla rivista culturale legata al Pcf e che giorno dopo giorno contrappose all’ostinazione dell’ideologia tante testimonianze che confermavano quello che aveva scritto «il grande rinnegato», anche sugli anni della collettivizzazione forzata e della carestia in Ucraina. La Berberova aveva capito che quella era l’occasione per cercare di far conoscere all’opinione pubblica occidentale la verità fino ad allora rifiutata. Ma, scrisse poi che rimase impressionata nel vedere «un ex ministro, oppure uno scienziato di fama mondiale, insignito del Premio Nobel, o un professore della Sorbona con la Légion d’honneur all’occhiello, o un famoso scrittore prestare giuramento in tribunale e sotto giuramento affermare che in Unione Sovietica non c’erano e non c’erano mai stati campi di concentramento»: tutti convocati a sostenere che le Lettres françaises avevano avuto ragione nello scrivere, come avevano fatto il 13 novembre del 1947, che Ho scelto la libertà non era l’autobiografia di un esule, ma una falsificazione freddamente composta a tavolino da emigrati «menscevichi»; tutti convocati a esibire i titoli di merito della rivista, fondata durante la Resistenza e quindi non accusabile di sostenere il falso. La parola di personalità illustri della politica e della cultura contro la parola delle vittime. Così apparvero nella cronaca della Berberova, al quarto giorno di udienze, due contadini fuggiti in Germania, Olga e Semen Marcenko, a testimoniare sulla «dekulakizzazione»: «Abbiamo pagato tutto con la nostra pelle», disse Olga ai giudici. «Quando mi hanno buttata fuori di casa mia, sono caduta in ginocchio davanti al presidente del soviet; l’ho supplicato di aver pietà di me, ero incinta di otto mesi e mezzo, poteva ben lasciarmi a casa. Ma fu proprio lui a sistemarsi lì». Arrivò un giornalista ucraino, di nome Silenko, anch’egli fuggito in Germania: «Nel nostro villaggio è morto il trenta per cento della popolazione in quegli anni. I cadaveri rimanevano fuori, al gelo, fino a primavera. I colcosiani erano gonfi per la fame. E poi, quando tutto è finito, in paese hanno fatto un monumento a Stalin». Poi, al dodicesimo giorno, la dottoressa Anna Kosinskaja rievocò come, «durante gli studi, nel 1933, gli studenti di medicina fossero stati mandati a fare la mietitura nei colco, quale carestia vi fosse, quanti i cadaveri». E subito dopo di lei, un altro teste, Lujnyj, parlò di come era stato «dekulakizzato», lasciando capire - lo notò la Berberova - che «dietro alla sua ci sono milioni di vite simili»: si riferì dapprima al 1930 ucraino, lo sfacelo, l’arresto, i carri bestiame, la famiglia scomparsa, la fuga in Siberia, il ritorno a casa senza trovare più nessuno dei suoi congiunti, e poi nel 1932 con la fame, il terrore. Ancora il teste Scebet - nel ’49 minatore in Belgio - con una vicenda iniziata nel 1929: «La sua famiglia (cinque persone) viene dekulakizzata e deportata a nord della Dvina; sua madre e le sue sorelle vengono messe da una parte; lui, suo padre e suo zio da un’altra. Lo zio non resiste al freddo e soccombe. Quanto a Scebet, evade e vive ad Archangelsk, con passaporto falso, poi rientra in Ucraina, dove sono stati rimandati i suoi genitori. Ma non li ritrova: sua madre è morta in prigione, la sorella è scomparsa, il padre se n’è andato senza lasciare indirizzo. Quanto a lui viene processato in contumacia da una trojka e si vede costretto a riprendere la strada del nord…». E poi l’ingegner Francisque Bornet, che aveva vissuto in Russia dal 1909 al 1947 e che nell’aula descrisse le carestie del ’39 e del ’46.
Kravchenko vinse la causa, così come poi vinse l’appello l’anno dopo. Nel frattempo alcune alcune delle personalità che avevano testimoniato a favore delle Lettres françaises erano uscite dal Pcf, fra cui lo stesso Vercors, che a sua volta venne pubblicamente accusato di «tradimento». I giudici sanzionarono la diffamazione, anche se precisarono che non potevano giudicare la veridicità di quanto scritto in Ho scelto la libertà. Fu un’ambiguità che consentì a lungo di giustificare il muro di incredulità costruito attorno alla verità raccontata dal «grande rinnegato». Così come era accaduto in quegli stessi anni ad Arthur Koestler con Buio a mezzogiorno, il mito sovietico non fu scalfito in quell’area del comunismo europeo occidentale dove era più forte, sul piano politico e culturale. Ci sarebbero voluti ancora molti anni, lungo un percorso che le cui tappe furono il ’56 ungherese e la traduzione di Arcipelago Gulag. Che Raccolto di dolore sia stato, sul piano della ricerca storiografica, uno dei primi riconoscimenti del racconto di Kravchenko suona come un risarcimento. E ripropone il tema del nodo irrisolto tra verità e ideologia che resta una delle più pesanti eredità che l’Europa si trascina dal suo Novecento.
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