Ci sono libri che, emergendo dai cassetti della censura, non solo raccontano come sono andate realmente le cose in una certa epoca storica, in una certa area del mondo e all’interno di un certo contesto politico e sociale, ma che hanno finito col diventare anche la testimonianza indiretta di come quelle stesse cose siano state manipolate, mistificate e occultate, oltre che da una parte dei suoi interessati protagonisti, anche da chi apparteneva a un’area del mondo, a una cultura e a un contesto politico e sociale tutt’affatto diversi e più felici. Così, le molte «storie» della Russia sovietica, pubblicate prevalentemente, anche se non esclusivamente, dopo la fine del comunismo europeo e la dissoluzione dell’Urss, gettano finalmente una luce di verità sul primo Paese comunista del mondo e, al tempo stesso, rappresentano un atto di accusa per chi, nei Paesi liberi di democrazia liberale, quella verità ha manipolato, mistificato e occultato. È questo il caso di The Harvest of Sorrow di Robert Conquest. Il libro è, infatti, la storia di uno dei tanti crimini perpetrati da Giuseppe Stalin e dai suoi complici nell’Unione Sovietica degli anni dei primi Piani quinquennali e dell’industrializzazione forzata e accelerata che storici occidentali come Edward H. Carr, giornalisti come l’inviato del New York Times, Walter Duranty - premio Pulitzer 1932 - e la storiografia e l’editoria italiane fiancheggiatrici del Partito comunista hanno esaltato per la gloria delle magnifiche sorti progressiste del socialismo realizzato. Il crimine in questione è l’uccisione per fame di alcuni milioni di contadini ucraini e delle loro famiglie durante la grande «carestia terroristica» degli anni 1932-1933. Terroristica perché non fu frutto di una maledizione biblica, bensì di una programmata e organizzata condanna che il Cremino inflisse alle popolazioni agricole ucraine, del Caucaso settentrionale, del Kazachistan e di altre zone per ragioni economiche e politiche. Le ragioni economiche consistevano nella necessità di finanziare l’industrializzazione attraverso l’esportazione di prodotti agricoli - grano, soprattutto - e di animali da cortile e da macello (pollame, maiali, buoi, vitelli e quant’altro), requisiti con la forza, secondo «quote» prestabilite a tavolino dal pianificatore centrale e indipendentemente dai bisogni dei contadini, nonché di alimentare allo stesso tempo il proletariato urbano impegnato nell’impresa. Le ragioni politiche erano rappresentate da un duplice ordine di considerazioni. Ideologiche e nazionalistiche. Dal dogma dell’ideologia marxista stessa, che assegnava al proletariato la funzione di avanguardia della classe rivoluzionaria, e dalla sua traduzione leninista e staliniana, che attribuiva ai contadini il ruolo di retroguardia reazionaria. Dalla convinzione nazionalistica russa che la natura di «prigione dei popoli», quale era stato l’impero multinazionale zarista, bene continuasse ad attagliarsi anche all’impero sovietico, tanto da giustificare le persecuzioni cui era oggetto il nazionalismo ucraino e lo sarebbero state, nel corso di un settantennio, tutte le nazionalità dell’Unione Sovietica. Ciò secondo una logica pan-russa cui il marxismo-leninismo aveva semplicemente fornito un giustificazione etico-politica e, quel che più contava, lo strumento di dominio - il Partito bolscevico, coadiuvato da un gigantesco apparato poliziesco e repressivo - e la tecnica di governo, il centralismo democratico.
Così, tre postulati del marxismo venivano contemporaneamente smentiti e traditi dalle «dure repliche della storia». Il primo: che la rivoluzione non sarebbe scoppiata in un Paese arretrato e agricolo come era la Russia, ma nella Germania capitalistica e avanzata. Il secondo: che l’autogoverno dei produttori avrebbe realizzato una libertà superiore a quella «formale» delle democrazie liberali. Il terzo: che la solidarietà internazionalista avrebbe cancellato ogni residuo di imperialismo nazionale. L’Unione Sovietica di Stalin, che aveva già avuto i suoi tragici prodromi nel «comunismo di guerra» di Lenin, stava così gettando le basi del più esteso e tragico «universo concentrazionario» della storia, e che si sarebbe realizzato negli anni immediatamente seguenti, e, allo stesso tempo, del clamoroso fallimento di un tentativo neo-illuministico, neo-razionalistico e neo-giacobino di dominare il corso della storia, che sarebbe clamorosamente maturato poi solo alla fine degli anni Ottanta e nei primissimi anni Novanta. The Harvest of Sorrow era stato pubblicato in inglese nel 1986. La sua traduzione, Racconto di dolore, compare ora. Ci sono voluti più di quindici anni prima che anche il pubblico italiano ne potesse venire a conoscenza. Quando uscì nell’edizione in lingua inglese, forse, era ancora considerato in certi ambienti un libro anticomunista: il Pci avrebbe cambiato nome solo dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. C’è da augurarsi che oggi che compare in lingua italiana, grazie alle edizioni liberal, non ci sia ancora qualcuno che lo definisca tale o, peggio, con i tempi che corrono, un prodotto della propaganda elettorale del centrodestra. La madre degli imbecilli, si sa, è sempre incinta.