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Uno scandalo italiano

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Anno IV Numero 24 - Giugno/Luglio 2004

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cop24_thLa pubblicazione in Italia da parte di liberal Edizioni di Raccolto di dolore di Robert Conquest, il libro che ha smascherato lo Holomodor, l’Olocausto che Stalin provocò in Ucraina nel biennio ’32-’33, è un vero evento per il nostro Paese. Ma, aggiungo, purtroppo. Aggiungo purtroppo per un semplice motivo: se forse era già tardi pubblicarlo nel 1986, quando uscì in America, oltre 53 anni dopo gli avvenimenti di cui tratta, è addirittura uno scandalo che l’Italia abbia dovuto aspettare altri diciotto anni rispetto alla prima data di uscita per poter leggere le pagine di Conquest. E questo nonostante una grande casa editrice, la Garzanti, ne avesse acquistato i diritti. Ma non lo pubblicò: perché?
In Italia è da tempo in corso una polemica assai accesa sul cosiddetto «revisionismo storico»: la vicenda del libro di Conquest dimostra che questa polemica è fuori luogo. In realtà esistono due tipi di revisionismo. Il primo è il negazionismo: il racconto storico che nega la verità che cerca di «revisionare» la realtà non raccontandola. Il secondo revisionismo è invece, al contrario, la restaurazione delle verità omesse. Bisogna perciò rovesciare i termini della polemica sul revisionismo, distinguendo tra chi ha «revisionato» d’autorità la realtà impedendo che fosse conosciuta dal mondo quella che Pasternak chiama «la disumana menzogna» e chi, all’opposto, lavora per ripristinare la vera verità dei fatti. Questi ultimi non sono affatto revisionisti: sono storici a tutti gli effetti. In Italia abbiamo aspettato diciotto anni per poter leggere queste intensissime pagine di Conquest. Come editore di questo libro, ma anche come presidente della Commissione cultura della Camera, non posso non denunciare la lunga complicità criminale che si è stabilita tra importanti settori dell’editoria e dell’intellettualità italiana con la cultura del comunismo. Non credo che ci possa essere altra spiegazione al ritardo con il quale Raccolto di dolore arriva in Italia. «Gli avvenimenti descritti in questo libro - dice Conquest - non possono essere liquidati come appartenenti a un passato ormai sepolto, troppo remoto per avere ancora un significato attuale. Al contrario finché non sarà possibile indagare liberamente su di essi, gli attuali dirigenti dell’Urss rimarranno gli eredi e i complici della terribile storia che abbiamo qui raccontato». Conquest si riferisce ovviamente all’Unione Sovietica prima della sua caduta. Al contrario dello storico americano io credo, però, che le responsabilità di questi fatti non siano addebitabili al solo potere sovietico, ma anche, insieme, alla cultura e alla politica europea; e non solo europea se è vero, come è vero, che i primi resoconti negazionisti furono quelli scritti sul New York Times da Walter Duranty. A questo proposito vorrei aggiungere la mia voce a quella di tutti coloro che hanno chiesto e chiedono la revoca del Premio Pulitzer a questo giornalista: è una battaglia che va sostenuta se non altro per onorare la memoria delle vittime del Holomodor, per onorare la storia e la verità storica.
Conquest si riferiva, dicevamo, alle responsabilità del potere sovietico in merito al divieto di indagare negli archivi e di conseguenza di non poter pubblicare, se non in modo frammentario, i resoconti di ciò che avvenne in quegli anni. Noi, di fronte alla pubblicazione così tardiva di questo testo, non possiamo, ripeto, non segnalare anche le responsabilità della cultura e della politica di molti Paesi europei: per non aver voluto indagare, per non aver voluto capire, per aver voluto al contrario insabbiare, confondere, camuffare, deformare. Per questa via si è creato uno strabismo storico che ancora oggi impedisce al giudizio etico europeo di collocare sullo stesso piano nazismo e comunismo. Nel suo libro Koba il terribile Martin Amis racconta di un suo colloquio con Conquest, a cui rivolse una domanda semplice: «Era peggio Hitler o Stalin?». E lo stesso Conquest risponde: «Hitler, non so spiegarti perché, ma irrazionalmente dico Hitler». E Conquest stesso ammette che è proprio questa pregiudiziale irrazionalità ad aver segnato il nostro giudizio storico sul Novecento. Ma, leggendo questo libro, tale irrazionalità, che Conquest confessa e che noi stessi coltiviamo, risulta incomprensibile. Si può ancora stabilire questa macabra classifica che ci fa dire che «il peggiore» resta Hitler? Si può anche di fronte ai milioni di vittime del terrorismo di Stato nascoste dal disumano potere della menzogna, anche di fronte all’Olocausto dell’Ucraina? Anche ammesso che la conta dei morti abbia un senso non si può ignorare che essa vada a tutto svantaggio del comunismo. Ma è sopratutto dal punto di vista della «qualità» dei due fenomeni che non è ammessa alcuna distinzione ideologica o politica. Entrambi i totalitarismi infatti hanno cercato di condurci al di là del bene e del male, di rovesciare i criteri tradizionali di Bene e di Male. Chi in nome della razza, chi in nome della classe, tutte e due volendo edificare un uomo nuovo e una civiltà non più basati sul primato della persona, sul quale la civiltà occidentale si era costruita, ma appunto sul primato della razza o della classe, negando così le fondamenta stesse dell’identità delle nostre terre. Questo è stato il Ventesimo secolo, la più formidabile aggressione all’identità dell’Europa e dell’Occidente e quel che è peggio con la pretesa di darle compimento. Heidegger sosteneva che il nazismo era il compimento della metafisica occidentale, e Marx considerava il proletariato l’erede della filosofia classica-tedesca. Ebbene questa menzogna, questa formidabile aggressione all’identità occidentale è quasi riuscita: milioni di persone in questo continente hanno creduto quando nell’una quando nell’altra ideologia. Come ciò sia stato possibile è un interrogativo cui ancora non è stata data una convincente risposta né forse mai potrà essere data. Ma è questo l’interrogativo che ancora pesa sulla coscienza europea e ci invita a riflettere sull’insufficienza di definire la nostra identità post-novecentesca semplicemente come antifascista e anticomunista. A prescindere dall’infelice constatazione che, soprattutto in Italia, l’anticomunismo non è ancora accettato come categoria condivisa, i due «anti» non possono bastare a definire la nostra identità, perché non c’è civiltà che possa descrivere se stessa soltanto in negativo. Per superare davvero l’inaudito che si è impadronito del Ventesimo secolo, per recuperare ciò che il «mostro totalitario» voleva uccidere, dobbiamo saper riannodare il filo pre-novecentesco della nostra identità che sia il nazismo che il comunismo hanno tentato di recidere: il filo del primato della persona, dei valori e dei pensieri forti sui quali si è costruito l’Occidente nel corso dell’intera storia umana. Ebbene, opere come questa di Robert Conquest sono un passo importante verso la riconquista di tale nostra antica identità.

 

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