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Congdon, un pittore dalla parte di Cristo

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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cop22_thWilliam Congdon è uno dei (tanti) insondati misteri o se vogliamo, più concretamente, scandali, dell’arte moderna. Che dimostra come sia vano protestare contro la grande multinazionale dei musei (che se ne va indifferente per i suoi cammini) e poi di nuovo riaffermare l’inutilità della critica e sancire l’inesistenza, in fondo, d’una credibile storia dell’arte. Perché, che questo artista, nato a Providence (1912-1998) sia grandissimo è innegabile, lo si intuisce anche sfogliando questo accattivante volume, che non vuole essere una monografia tradizionale, ma che tradisce il fascino immediato di questa sua pittura incisiva e comunicante (che sta tra Rothko, Barnett Newmann e Robert Ryman, ma che ha comunque una sua inconfondibile originalità). Che avesse i suoi numeri e le caratteristiche per divenire un artista alla moda, è indiscutibile: era amico dei migliori dei protagonisti dell’action painting e della scuola di New York, legato a De Kooning, Pollock e Gottlieb, aveva esposto nelle gallerie giuste (come quella di Betty Parson), era un pupillo di Peggy Guggenheim (che anzi, lo riteneva l’incarnazione del padre, morto durante l’inabissiamento del Titanic). Ma forse di tutto questo Congdon si era come stufato, aveva «sgarrato» dai codici in voga e soprattutto si era converito, venendo in Italia e diventando un affamato di Cristo, invece che della disperazione sociale newyorkese.
Convertito, anche, alla pittura, come corpo, come unica sostanza: durante la guerra, testimone dei disastri arrecati dai bombardamenti alleati sopra le ceramiche del museo di Faenza, aveva scelto di restare. Per reincollare i cocci. Anche i cocci della sua barcollante esistenza. E si era ritirato presso un’umile comunità benedettina, nella bassa lombarda, dove è morto nel 1998, e ove chiunque avrebbe potuto (traendone stupore e gioia) visitarlo, farlo parlare, al limite creare un caso mediatico (pensate: un Pollock a Buccinasco!). Invece uno spesso oblio, più indifferente che ostile, è sceso su di lui, impalpabile, ma ferreo. Implacabile, come la nebbia cannibale di tante sue tele. Uscito dal mercato, nessuno se ne ricorda (salvo che la provvidenziale Congdon Foundation, patroneggiata dall’inflessibile Paolo Man-gini, che vara anche questa impresa coraggiosa in tre volumi) e per quante mostre importanti abbia poi ricevuto, in America o in Italia, è come un fantasma scomodo, un eterno assente dalla scena dei manuali. Poco importa, quando si divora questo avventurosissimo Atlante Jaca Book, illustratissimo, che intelligentemente, partendo dall’ultimo suo periodo, dal 1979 alle estreme ore di vita, con la sensibile ouverture critica di Fred Licht e le schede illuminanti di Rodolfo Balzarotti, ci permette d’entrare dentro la carne di questo altissimo artista, che vive la pittura come una salvazione dannata e una redenzione, straziante e felice.
«Adesso la nebbia seppellisce, come se adesso io stesso debba diventare quell’immagine, lasciare Cristo dipingere me stesso-immagine». Perché in questa sorta di portolano dei suoi tentennamenti, è utilissimo decifrare accanto alle tele le pagine, sgrammaticate e geniali, del suo diario di scorticato della pittura. E allora si capisce anche il suo «oblio»: i suoi monocromi non sono un’ennesima accademmia d’avanguardia, protervi, nulli e negativi. Sono ricchi di fede, di genio, d’interrogazioni, pieni di tutto e di nulla, come abitati da un nebbia che potenzia l’intelligenza, invece di stemperarla.

William Congdon, Atlante dell’opera - in Lombardia 1979-1998, Jaca Book, 230 pagine, 80 euro

 

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