Lo scudetto come retaggio e miraggio, sogno e utopia. Come non capire il popolo interista, in attesa, da stagioni immemori, di quell’agognato titolo che manca dal 1989, Trapattoni allenatore? I campionati conquistati sono tredici: e il numero non sembra, evidentemente, portare fortuna. Massimo Moratti non riesce a darsi pace: si è persino dimesso da presidente per disperazione, dopo una sconfitta casalinga con l’Empoli. Vuol vincere, nel nome del padre, a qualsiasi costo: quell’Angelo che fu l’artefice della Grande Inter degli anni Sessanta, l’Inter di Helenio Herrera e di sartiburgnichfacchetti, Sandrino Mazzola e Luisito Suarez, Jair e Armando Picchi. Una formazione che conquistò non solo l’Italia, ma il mondo. «L’attesa è lunga / il mio sogno di te non è finito»: così poetano, parafrasando Eugenio Montale, i fans nerazzurri, che non sanno più a che santo votarsi. Sono arrivati persino Ronaldo, detto il Feno-meno, e Lippi: ma a nulla sono serviti, se non a riempire ancora di più il calice di un’amarezza infinita. Cresce, nel frattempo, la letteratura interista. I volumi, ormai numerosi, di Beppe Servegnini, la ristampa dell’autobiografia del rimpianto Peppino Prisco, vice-presidente dotato di sottile ironia; per Limina, No Milan di Tommaso Pellizzari e Mini-mo Moratti di Roberto Carli e Ronaldo Crespi, con un emblematico sottotitolo: I disastri di un presidente. Di Gino Bacci, invece, l’atto d’amore: Moratti, vita da Inter (prefazione di Enrico Mentana, edizioni Eco Sport).
Ho tra le mani un prezioso libretto di Fiora Gandolfi Herrera, la moglie del Mago: Tacalabala, esercizi di magia di Helenio Herrera. Ci sono tutti gli appunti del celebre tecnico, le sue frasi e i suoi concetti, i suoi aforismi e le sue metafore. Tanti manoscritti riprodotti. Queste le massime fatte stampare su cartelli affissi negli spogliatoi dell’Inter, prima a Linate e poi alla Pinetina: «Chi non dà tutto non dà niente; Il desiderio di vincere si trasmette; Non credo all’insuccesso; Non penso che alla vittoria, e trionferò; Chi attacca per primo, vince; Pensa veloce, agisci veloce, gioca veloce; Lottare o giocare? Lottare e giocare!; Spirito di lotta e velocità, energia, mobilità, combattività; Classe + Preparazione Atletica + Intelligenza = Scudetto».
L’Inter dei poeti. Così Maurizio Cucchi ricorda una partita del ’53, a San Siro, in compagnia del padre: «L’uomo era ancora giovane e indossava / un soprabito grigio molto fine. / Teneva la mano di un bambino / silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, / c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria. / Luigi Cucchi / era l’immenso orgoglio del mio cuore, / ma forse lui non lo sapeva». Così Vittorio Sereni recupera un mat-ch, sempre a San Siro, tra Inter e Juve: «Il verde è sommerso in neroazzurri. / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla. / Ne fanno un reame bianconero. / La passione fiorisce fazzoletti / di colore sui petti delle donne. / Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo. / A porte chiuse sei silenzio d’echi / nella pioggia che tutto cancella». Fernando Acitelli, sostenitore romanista, ha dedicato questa ode al brasiliano Jair: «Notte italiana / Jair in fuga. / In notturna / il contropiede / è da Hitchcock. / Vige il centro-sinistra, / i pantaloni a cicca, / Rocky Roberts e Don Lurio, / Stasera mi butto... con le gemelle Kessler!, / la brillantina Linetti e la Lancia Appia / con l’apertura strana. / Jair se ne infischia e vola. / Le coincidenze con Suarez / hanno luogo ai limiti dell’area». Poesie, ricordi, frammenti e parole: ma lo scudetto quando arriva?