Arriva in Italia Fausse Route di Elisabeth Banditer, tradotto da E. Dornetti per Feltrinelli, sull’onda della scia di polemiche, seguite alla pubblicazione del libro in Francia, cui certamente si deve - almeno in parte - la rapida ascesa di questo pamphlet nella lista dei best-seller. Banditer non nasce oggi, è un’intellettuale blasonata, è studiosa attenta dell’universo femminile da oltre trent’anni e autrice di saggi importanti, il suo lavoro ha un imprinting di impianto culturale schiettamente francese, discende dal celebre assunto di Simone de Bouvard, secondo il quale «donne non si nasce, si diventa». Coerentemente, Badinter ha sempre letto - e continua a leggere - il femminile in un’ottica eminentemente culturale: da sempre, questa autrice combatte ogni mistica della femminilità, ogni esaltazione della differenza femminile, l’idea insomma che il ruolo della donna sia definito dalla natura e che possa racchiudere un nucleo o un paradigma di identità immutabile. Il suo è un pensiero orgogliosamente universalista e, politicamente, contrassegnato dalla rivendicazione dell’uguaglianza dei diritti. Non può dunque stupire che Badinter conduca oggi un affondo polemico contro le correnti di pensiero femminista di derivazione soprattutto americana, opponendosi alla rivendicazione della differenza sia in termini di «beatificazione ecologica» della natura sia come ideologia separatista, vittimista, neopuritana e, a suo giudizio, sessuofoba. A queste correnti femministe Badinter attribuisce la responsabilità di aver riaperto il ghetto dal quale le donne erano uscite per riconsegnarle a ruoli subalterni e di maternage, oppure per sospingerle verso un’autosufficienza sessuale che inibisce scambi positivi con la società maschile per influenzarne l’evoluzione. Ma, ciò che ha fatto più rumore, è la polemica contro un femminismo radicale corrivo, che demonizza la sessualità maschile per imporre un nuovo ordine morale.
Risparmiamoci la polemica francese a colpi di contestazioni statistiche sulle indagini circa la violenza sessuale, e speriamo che la discussione qui da noi non ricalchi schemi pavloviani nell’eterna contesa tra emancipazione (e conseguenti politiche di pari opportunità per sostenere le donne in politica) e liberazione, rivendicazione di un’identità sessuale diversa e come tale non codificabile nell’universo simbolico maschile. Personalmente, proprio perché Badinter studia da sempre i ruoli sessuali, sono incuriosita da altre questioni. Per esempio: se l’apprendimento - e dunque la formazione delle identità maschili e femminili - è parte di una cultura, qual è la conseguenza della crisi degli stereotipi tradizionali? Siamo in grado di gestire relazioni sessuali senza stereotipi? Se ciò che abbiamo interiorizzato come maschile o femminile non corrisponde più ai comportamenti sociali, infatti, viene meno il tessuto antropologico che ha sorretto relazioni complementari. Ora, è certamente vero che una parte del femminismo non è interessata alla complementarietà tra i sessi, ma l’evoluzione delle relazioni tra uomini e donne è indubbiamente legata alla loro capacità di «giocare» ruoli che definiscano e arricchiscano le identità degli attori senza confonderle. È da questo punto di vista che la riflessione di Badinter è una provocazione che stimola la possibilità di cominciare a percorrere strade diverse.
Elisabeth Badinter, La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio, Feltrinelli, 136 pagine, 10 euro