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L’auto ecologica non è un’utopia

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Malagodi
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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cop22_thQuello da poco terminato è stato il secolo del petrolio, una risorsa energetica ampiamente disponibile e con impieghi apparentemente senza limiti nella motorizzazione mondiale. Ma il dominio dell’oro nero è accompagnato dalla sempre maggiore difficoltà di rimpiazzare i consumi con nuovi giacimenti, mentre aumentano i fabbisogni delle economie avanzate e di vaste aree, quali la Cina e l’India, a ormai rapida diffusione dell’automobile. Le cui emissioni in atmosfera sono da vari anni in stato d’accusa, per la critica situazione delle aree urbane e il più generale effetto serra causato dai crescenti livelli di anidride carbonica, responsabili del surriscaldamento del pianeta. Nessuna sorpresa, quindi, che il nuovo millennio sia stato salutato, all’apertura del salone di Detroit nel gennaio 2001, dai massimi esponenti dell’industria motoristica con dichiarazioni del tipo: «Se vuole sopravvivere anche nel Ventunesimo secolo, l’auto deve cambiare radicalmen-

te, usando forme di energia alternative al petrolio e rendendosi amica dell’ambiente». Preoccupazione che si è tradotta in ricerche e investimenti dei maggiori costruttori, affiancati da contributi pubblici come nel caso degli Stati Uniti che nel 2002 hanno lanciato il programma Freedomcar. Sostenuto da cospicui finanziamenti dal 2003 al 2008, per stimolare lo sviluppo nell’industria automobilistica di veicoli con propulsione a idrogeno e specifiche «Zev», ossia Zero Emission Vehicle, nell’ipotesi di una loro massiccia diffusione commerciale per gli anni 2020. Al punto di far dichiarare al presidente George W. Bush, nel discorso del gennaio 2003 sullo stato dell’Unione: «Quando i bambini nati quest’anno saranno sufficientemente grandi da poter guidare un’auto, saliranno su un veicolo a idrogeno. Grazie a un nuovo impegno nazionale, i nostri scienziati e ingegneri supereranno gli ostacoli per portare queste auto dai laboratori di ricerca ai saloni dei concessionari». Una sfida che Vincenzo Naso e Fabio Orecchini, ambedue docenti di sistemi energetici all’Università «La Sa-pienza», giudicano ampiamente possibile con soluzioni già oggi ben più affidabili di quanto si pensi e che hanno il pregio di essere libere dalla morsa dei combustibili fossili. Come viene documentato nel loro libro (La società No Oil, Orme editori, 224 pagine, 16 euro) che constata come «l’umanità si sta (auto)avvelenando, consumando le risorse naturali a disposizione e soffocando il pianeta». Per arrivare all’ipotesi di uno sviluppo sostenibile anche senza petrolio, attraverso un’analisi che ha il merito di non indulgere ai facili richiami della de-industrializzazione per sostenere, semmai, una necessaria re-industrializzazione basata su un razionale ciclo dell’energia. Con l’utilizzo a larga scala dell’idrogeno, attraverso l’affinamento di tecnologie tra cui la principale è quella delle fuel cell, o cellule a combustibile, che producono «elettricità e calore, generando quale scarto soltanto vapore acqueo, senza consumo di risorse non rinnovabili e senza emissioni inquinanti». Come osservano gli autori, per i quali «la data indicata per il passaggio di consegne è l’anno 2020; non proprio vicino, ma neppure così lontano. Meno di vent’anni, quindi, e sarà finita l’epoca dell’oro nero: inizierà l’era dell’idrogeno».

 

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