David Byrne: marionetta disarticolata con chitarra a tracolla, uomo-tic metropolitano che intona slogans frantumati e saltellanti. Chris Frantz: batterista preciso come un metronomo. Tina Wey-mouth: bassista dal pizzicato funky. Jerry Harrison: tastierista essenziale, mai sopra le righe. Nel 1977 newyorkese inanellano l’ennesimo concerto al CBGB’s, polverosa tana del punk e antitesi del discotecaro Studio 54. Fuori dal locale, oltrepassato il sudiciume della Bowery Street e scavalcati gli homeless spalmati sul marciapiede, New York stenta a dimenticare un’estate da incubo: il blackout del 13 luglio con nove milioni di anime al buio per oltre ventiquattr’ore; la morte di Stacy Moskowitz, ammazzata il 31 luglio con un colpo di pistola alla nuca dal serial killer David Berkowitz, che nei deliranti messaggi alla polizia si fa chiamare Sam. Nono-stante tutto, i fantastici quattro continuano a suonare. Si chiamano Talking Heads e la loro storia è racchiusa nel cofanetto di 3 cd e un dvd (con videoclips) intitolato Once In A Lifetime. Teste parlanti: come i mezzibusti del telegiornale che vampirizzano l’audience con notizie al veleno, blackout e sanguinaria summer of Sam incluse.
David Byrne, scozzese di Dunbarton cresciuto in Canada e a Baltimora; Chris Frantz, originario di Fort Campbell e Tina Weymouth di Coronado, si sono conosciuti alla Rhode Island School of Design di Provi-dence. Messe le mani su New York, nel ’74 elaborano strategie musicali in un loft al 195 di Chrystie Street, sulla Lower East Side. Due anni dopo reclutano Jerry Harrison, nativo di Milwaukee ed ex componente dei Modern Lovers. Sfruttano il momento d’oro del punk senza condividerne l’anarchia e i ritmi forsennati. Non si allineano ai Ramones e tantomeno all’elettronica glaciale di Pere Ubu e Suicide. Costru-iscono suoni asimmetrici che sottintendono incubi massmediologici, storie insulse di gente qualunque, brogli politici dallo humour nero, schegge di Pop Art. Vestono come soldatini della middle-class: camicie col colletto abbottonato, T-shirts, capelli corti e ben pettinati. E intanto intonano Psycho Killer, un funky omicida che allude alla violenza urbana anziché proclamarla. Dal ’77 all’88 pubblicano sette album e poi si sciolgono: David Byrne sceglierà la via solista con contorno d’avanguardia e musica etnica, Tina Weymouth e Chris Frantz daranno vita al technopop bislacco e danzante dei Tom Tom Club, Jerry Harrison tenterà invano di replicare ritornelli da «testa parlante».
In 55 canzoni, Once In A Lifetime coglie il succo di ogni disco. Si parte da Talking Heads: 77, che svela un rock spezzettato dagli isterici sopratono di Byrne e da rapidissimi accordi di chitarra in controtempo. Un ribollente tappeto sonoro che riaffiora in More Songs About Buildings And Food (’78) fra cinici richiami alla musica nera, blitz nella canzonetta da juke-box e sintetizzatori pilotati dall’alchimista Brian Eno, il quale produce anche Fear Of Music (’79) e Remain In Light (’80).
Il primo ellepì, che propone un poliritmico collage etno-elettronico, introduce al capolavoro terzomondista del gruppo che sovrappone suoni, reiterazioni e improvvisazioni per poi inglobarli nei singhiozzi psycho-vocali di Byrne.
Nell’83, Speaking In Tongues tocca il nervo scoperto della soul music e del funk, nell’85 Little Creatures esorcizza la sfrontata creatività di Remain In Light con arrangiamenti naive che affondano nelle radici della musica americana: tex-mex, cajun, perfino country. Il capitolo finale dell’88, Naked, ritorna al punto di partenza: le notti del CBGB’s appiccicate all’apocalittica New York del ’77. Fra ritmi sbilenchi e citazioni afro, i Talking Heads entrano nel mito.
Talking Heads, Once In A Lifetime, Emi, 60