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La lacrima sul ciglio di Giovanni Pascoli |
LIBERAL BIMESTRALE di Leone Piccioni Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
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Emilio Cecchi (1884-1966), uno dei maggiori scrittori del nostro Nove-cento, non è stato dimenticato. Nella bella collana di Mondadori «I Meridiani» c’è un volume de-dicato a lui che tiene conto di tutte le sue opere di invenzione, viaggi compresi. Basti ricordare Pesci rossi, Messico, Corse al trotto, America amara. Ma le opere propriamente di critica letteraria non sono comprese in quel volume. Ed ecco che si può indicare con soddisfazione una ristampa che si deve all’editore Avagliano (a cui si devono altre importanti ristampe): Saggi romantici di Emilio Cecchi che comprende lo studio su Kipling (composto nel 1907 ma stampato nel ’23) e La poesia di Giovanni Pascoli del 1911. Il saggio su Pascoli è fondamentale anche oggi per chi intenda studiare il grande poeta del Myricae. Di questo infatti vogliamo rapidamente parlare e c’è da premettere che Giuseppe De Robertis in quegli anni, direttore della Voce bianca, aveva azzardato due previsioni sulla forza critica di nuovi lettori importanti che potevano superare e dir basta alla dittatura letteraria di Benedetto Croce: questi due erano Renato Serra ed Emilio Cecchi. Indicazione quanto mai esatta e profetica. Ed ecco Cecchi: «C’era in Italia, al tempo della maturità del Carducci, come un sentore di cose inespresse, che dovevan tosto ridiscendere nella nuova poesia, come circolavano libere nell’area poetica di Europa, ma che Carducci aveva con atto violento scacciato d’intorno a sé perché non lo disturbassero nella sua sublime fatica». Una fitta rete di rimandi nel saggio su Pascoli porta Cecchi a continui raffronti tra la poesia del Carducci (condivide l’opinione del Croce: «ultimo omeride») e quella del Pascoli e di D’Annunzio, che certamente compirono nel linguaggio una svolta che poi risultò determinante per la grande poesia italiana del Novecento. Si raccolgono da Cecchi definizioni esemplari. Scrive: «Gli eroi, quando vanno a morire pregano… Non si sofferma a rimirare l’oscillazione delle fogliucce della brezza, e i cardellini fare il nido, e a udir bisbigliare le api tra i fiori. Pascoli, invece, si trattiene a ogni passo, tende l’orecchio ad ogni più fuggevole suono, tutto considera, da tutto chiede essere illuso. Perché il suo non è un risoluto cammino verso la morte o la vittoria, ma un vagabondaggio a fianco della vita, fatto con cuore greve di amarezza e la lacrima sul ciglio». Cecchi considera, giustamente, Myricae come il libro più importante del Pascoli: «I capolavori abbondano come in nessun’altra opera del poeta … Le Myricae rappresentano - aggiunge - una stagione di profonda ingenuità». È dunque decisa la preferenza di Cecchi per le opere pascoliane, mentre le sue esitazioni riguardano raccolte come I poemi conviviali e altre successive. Un grande critico del Novecento, Alfredo Gargiulo, sentiva anche lui la necessità di un cambiamento del linguaggio e dell’ispirazione, dopo la lezione del Carducci. Per conto suo aveva iniziato un lavoro poetico e prosastico in quella direzione: ma quando conobbe le prime prose di Cecchi e le poesie di Ungaretti, cessò dal suo impegno perché la svolta che auspicava si era concretizzata.
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