Devo a Gad Lerner e alla sua cortese e giusta insistenza la lettura di Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz: dei tanti libri letti negli ultimi mesi, è senz’altro il più bello e il più importante. Secondo me, è il libro dell’anno. Si tratta del romanzo di una gioventù, quella dello stesso scrittore, che sceglie - appunto - la chiave del romanzo per portare alla luce la materia complessa, e sinora assai poco indagata, dalla quale ebbe origine e nella quale si mosse la sua vita di bambino e di ragazzo, a Gerusalemme, tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. Oz decide di accettare come materia prima per la costruzione di questa grande opera innanzitutto la propria limpida memoria, che risale assai all’indietro nel tempo e fa da contesto, e talora da resistenza, a tutto quello che una vivissima tradizione - innanzitutto familiare - gli è andata trasmettendo, sia come comunicazione diretta, sia attraverso gli scritti. Rispetto alle notizie ricevute, il dato memoriale funziona da reagente, dona spessore agli eventi, talora corregge i ritratti là dove lo sprezzo o l’agiografia abbiano calcato la mano, scalza - con l’aiuto della scrittura, ancella della memoria - le ridondanze. Ne nasce una galleria di ritratti indimenticabili: studiosi, avventurieri, mercanti con sogni letterari, letterati veri, poeti sempre in lite tra loro, intellettuali dall’esistenza tragica. Dietro i loro ritratti s’innalzano le loro vite difficili, le vicissitudini che li condussero a Gerusalemme attraverso l’Europa e l’America, lasciando dietro di sé amici e parenti morti per mano di Hitler o di Stalin. Il ritratto di quella Gerusalemme, prima della nascita dello Stato d’Israele, s’imprime in noi con forza inaudita. E, con Gerusa-lemme, altre città risorgono: nodi del flusso perenne di un popolo pellegrino da duemila anni. Odessa, per esempio, si riillumina del fascino di un tempo. Trattando questi temi, molti scrittori sono tentati dall’epica: i flussi, le migrazioni, le deportazioni, la perenne precarietà quando non l’aleatorietà della vita stessa tendono a ricevere un ordine fluviale, secondo uno sguardo antico, che registra con impassibile pietà le umane vicende. Oz sceglie, invece, la via tragica - e subito ci rendiamo conto che è la via giusta. Non solo perché la storia ebraica - e d’Isarele - si è sviluppata, nei secoli, attraverso immense tragedie, ma anche perché in mezzo a queste tragedie la vivacità degli scampati ha creato una quantità di partiti, fazioni, chiavi di lettura che divennero esse stesse elemento della storia. Lo sterminio si aggrava a causa dell’acquiescenza con la quale milioni di persone chinarono il capo davanti a un destino di morte. Questa morte permane nel cuore della vita del giovane Amos Oz, e viene scontata con la fine tragica e in parte misteriosa, per suicidio, della madre. La necessità della forma romanzesca nasce, credo, dal bisogno di opporre a questa tenebra un gesto di vita, vorrei dire: di resurrezione. Perché se la materia del libro è tragica, la forma è una forma d’amore, che non lascia passare un volto, un’espressione, un colore, un particolare senza ammanettarlo dentro la visione generale che, passo dopo passo, prende sempre più corpo, rendendo sempre più appassionata la lettura col passare delle pagine (di solito succede il contrario). Così che si piange, ma c’è anche un grande spazio per il riso. Soprattutto, Una storia di amore e di tenebra è un grande romanzo che c’insegna la stima e il rispetto come premesse indispensabili per la conoscenza della realtà.
Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli, 630 pagine, 19 euro
Cinzia Tani, Amori crudeli, Mondadori, 400 pagine, 18 euro