L’anima, la psiche ha ancora un posto nella cura del disagio psicologico? Oppure hanno ragione le neuroscienze, quando negano che la dimensione psichica (Seele è anima, ed è psiche: vita psichica) abbia ancora una sua ragione d’essere nella condizione umana? Questo il quesito dibattuto nell’ultimo libro di uno dei più profondi e originali clinici italiani, lo psichiatra Eugenio Borgna. Il quale, coerentemente con tutta la sua riflessione precedente, fornisce qui nuove indicazioni su come e perché non ridurre la psiche al cervello, mostrando bene i pericolosi sviluppi di questa tendenza. Rimandando con la sua consueta apertura a pensatori di aree diverse, come i filosofi Sergio Moravia e Carlo Sini, Eugenio Borgna allarga i riferimenti abituali degli operatori del malessere psichico e mostra la fragilità delle tesi correnti nelle neuroscienze quando oltrepassano il loro terreno esperienziale e si spenzolano in un terreno filosofico. A queste confusioni Borgna ricorda i lavori dove Sergio Moravia dimostra che tra l’ordine dei fenomeni mentali e quelli fisici c’è correlazione, non identità. Sostenere il contrario, e ispirarvi l’intervento terapeutico, «rischia la cancellazione della dimensione psichica ed etico-simbolico-culturale dell’uomo, che viene sistematicamente ri(con)dotta alla dimensione materiale della corporeità umana».
Si arriva così alle tesi di Edgar Wilson, che giudica «coscienza», «libertà e responsabilità» solo nomi, antiquati e ambigui, che indicano stati o processi non decifrabili e spiegabili se non dalle scienze biofisiche. Ma allora l’intera etica frana nel biologico, trascinando con sé l’umano. Borgna si interroga allora su cosa diventi la psichiatria e la sua etica quando essa identifica la propria visione dell’uomo con quella delle neuroscienze. Perché a Borgna, naturalmente, interessa (con Pascal) non la teoria in astratto, ma le sue conseguenze pratiche: «quello che la teoria trascina con sé nel mondo della vita».
Cosa fa, si chiede dunque Borgna, lo psichiatra «che pensi che un’emozione, un’esperienza di vita, una fantasia, un’ideazione, nasca da una attivazione neuronale…, quando si trova dinanzi a un paziente che da abissi di dolore chieda aiuto? Non incontra sguardi, non interpreta significati, non coglie esistenze a volte luminose a volte straziate, scivola nell’indifferenza… constata una «macchina biologica»: la aggiusta se è guasta e la abbandona se, a suo giudizio, è inservibile». Il modello naturalistico di conoscenza infatti, che dissolve l’anima nel corpo, cambia profondamente la relazione coi pazienti (come aveva già intuito, nei suoi lavori degli anni Settanta, Silvia Montefoschi). Nel colloquio clinico non c’è più soggettività, né immedesimazione e commozione. I pazienti si trasformano così in un oggetto di conoscenza: la partecipazione emozionale al loro destino non serve più. Come si vede, ciò che prima poteva sembrare un problema di teoria-tecnica della cura psichica diventa rapidamente un confronto coi temi «radicali della libertà e del senso della vita: con la loro crisi e con la loro sopravvivenza».
Si guarda a esseri umani, misteriosi, problematici, amati o si punta a macchine ben funzionanti? Dietro i (non poi così nuovi) orientamenti terapeutici c’è tutto questo e Borgna lo mostra, con quell’amore per l’uomo e comprensione della sua sofferenza che ne distingue tutta l’opera.
Eugenio Borgna, Le intermittenze del cuore, Feltri-nelli, 216 pagine, 16 euro