Il padre è Antonio de la Guardia, fucilato nel 1989 a Cuba, insieme al generale Arnaldo Ochoa, dopo un processo farsa. Lei, la figlia Ileana, racconta in un diario, scritto senza alcuna enfasi, la sua metamorfosi da rampolla della nomenklatura a esule in Europa e protagonista della diffile battaglia in difesa dei diritti civili e umani nel suo Paese. Non è solo l’ennesima testimonianza sul comunismo, da aggiungere allo sterminato catalogo di titoli che ha scandito prima la storia sovietica, poi quella dei Paesi dell’Est europeo e, infine, quella della Cina o della Corea del Nord. In questo caso si tratta - come scrive Pierluigi Battista nella sua prefazione - di un capitolo ancora aperto, appunto il «caso Castro», sollevato da anni con forza in Francia e in Spagna, ma ancora debolmente in Italia (dove fino a pochi anni fa l’Ulivo aveva l’abitudine di ricevere in pompa magna il lider maximo). Ma si tratta anche di un affresco straordinario, in parte inedito, sul regime dell’Avana, sui suoi traffici finanziari e sulla sua presenza nel mercato internazionale della droga, attraverso i ricordi famigliari sul «lavoro sporco» svolto dal colonello de la Guardia in tutta la sua vita di militante rivoluzionario e di alto ufficiale dei servizi speciali.
Se non si parlasse di una grande tragedia - che in questo caso ha travolto quella che era una delle più importanti famiglie del potere cubano - si potrebbe anche dire che sono pagine di un thrilling. L’arresto di Tony e di suo fratello Patricio - generale, appena richiamato in patria dai campi di battaglia angolani - è avvolto per giorni dal mistero. Ileana, che cerca di ricostruire i fili della vicenda, è seguita dalle auto della polizia segreta mentre con suo marito Jorge Masetti (figlio di un mitico rivoluzionario argentino) si muove per l’Avana per nascondere possibili «corpi del reato» e per parlare con vecchi amici che però restano muti. La confessione del padre, secondo i vecchi rituali dei processi politici sovietici, avviene nel nome dell’interesse dello Stato. C’è tutto, fino al vero e proprio pedinamento internazionale - dal Messico a Mosca - per cercare di stringerla, di farla stare al gioco, di impedirle di svolgere il ruolo più scomodo: quello di una «ribelle dall’interno». Il mito, uno dei grandi miti del Novecento, si riduce a un giallo poliziesco. È soprattutto questo il senso di Nel nome di mio padre. Un testo che può essere assunto come un classico per leggere la storia di una rivoluzione, che diventa la negazione di ogni idea di liberazione e di libertà, e l’itinerario dei suoi protagonisti che poi ne sono anch’essi vittime.
Il genere - se gli si deve dare un nome - è quello del rapporto tra illusione e disillusione. L’illusione nell’utopia e la disillusione nel momento in cui, per un meccanismo quasi automatico, si finisce nel tritacarne. Non è un caso che le più convincenti testimonianze sul totalitarismo comunista siano venute e continuino a venire proprio dall’interno della nomenklatura, nel momento in cui i testimoni diretti del potere si trasformano in testimoni diretti della repressione, il più delle volte nel momento in cui colpisce un congiunto. Cuba non poteva essere un’eccezione. Così le pagine scritte da Ileana de la Guardia ricordano molto un libro quasi dimenticato, quello di Josefa Slanska sull’arresto, il processo e l’esecuzione di suo marito, il leader comunista cecoslovacco Rudolf Slansky, impiccato nel 1953. Mezzo secolo di distanza, per sottolineare la continuità del totalitarismo, dalla sua versione europea a quella latino-americana.
Ileana de la Guardia, Nel nome di mio padre, Guerini e associati, 222 pagine, 19 euro