Se non sbaglio fu Lucio Colletti il primo a segnalare un fenomeno politico e culturale di cui si discute sempre più: la sinistra che per un secolo ha significato cambiamento oggi è essenzialmente conservazione. Quando in Francia André Glucksmann ha fatto la sua pubblica dichiarazione di voto in favore di Nicolas Sarkozy e ha considerato con l’espressione di «un vuoto di idee» la candidatura della socialista Ségolène Royal, in realtà ha parlato anche dell’Italia. Ha contribuito a definire un panorama in cui il pensiero dell’innovazione sta a destra. Naturalmente c’è, in tutto questo, un problema di linguaggio, a essere espliciti di ridefinizione delle categorie politiche così come si sono configurate tra l’Ottocento e il Novecento. È un problema irrisolvibile. Ma la sua sostanza porta direttamente a una domanda che si è posta ormai più di dieci anni fa, quando si è potuto trarre un bilancio compiuto del 1989 e del suo impatto non solo sul comunismo, ma su quel socialismo che si è declinato in vario modo - in primo luogo nella socialdemocrazia - e che da tempo fatica a misurarsi con le società del pieno sviluppo. Il crollo del Muro di Berlino non ha aiutato anche a prendere coscienza del fatto che, nell’Occidente in generale, si è esaurita la funzione di un movimento che ha contribuito in modo determinante a imporre le sue idee - quella di uguaglianza sociale, ad esempio - plasmando un’area di benessere e di stato di diritto che non ha precedenti nella storia del mondo? Se le sinistre che si sono richiamate al comunismo hanno perso, invece le sinistre che hanno accettato le regole del confronto e del conflitto democratico possono essere considerate a pieno titolo tra i protagonisti di un’imponente trasformazione dei rapporti sociali. Hanno contribuito alla crescita delle società, hanno vinto anch’esse. La ricostruzione dell’America è attribuita al New Deal, le ferie retribuite sono una conquista del Fronte popolare francese, la socialdemocrazia scandinava è stata un simbolo, quella tedesca è stata l’interfaccia del «modello renano», in Italia è difficile non riconoscere un ruolo positivo al «consociativismo» o quanto meno alla sua prima fase. Quando e dove è finito tutto ciò? È visibile quasi ovunque - le eccezioni riguardano Tony Blair e la socialdemocrazia tedesca - una difficoltà a disegnare un’idea di governo di società complesse, in un mondo complesso, se non in un’ottica negativa: c’è l’antiamericanismo, c’è l’antiberlusconismo in Italia e ci sono i germi di un’ideologia antisarkozysta in Francia, c’è il conservatorismo sociale e l’antiliberalismo; c’è la pretesa contraddittoria di rivendicare la libertà individuale per quello che riguarda i valori etici, ma di negarla nel momento in cui si affronta il grande capitolo della libertà economica e del rapporto tra il cittadino e lo Stato, dove per Stato occorre intendere tutto, anche la ragnatela di regole costruita dall’Unione europea. Il quadro sembra essere quello, in società fortemente bipolarizzate secondo vecchi schemi politici, di un’alleanza tra conservatorismo ed estremismo che porta alla paralisi. Queste sinistre hanno un futuro? E quale? O non si può cominciare a pensare a un esaurimento dello stesso concetto di sinistra, così come si è configurato sul piano politico e culturale? Di che si parla - per stare all’Italia - quando si lavora alla costruzione del Partito democratico, il Pd, cioè una sigla che non contiene riferimenti espliciti a concetti, idee e visioni di sinistra?
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Franco Marini, negli ultimi mesi, ha distillato le sue interviste concentrandole sull’argomento che lo preoccupa maggiormente, cioè il salto finale verso il Partito democratico. In uno di questi suoi interventi, ha deciso di essere molto esplicito. Ha detto, riferendosi ai congressi di Quercia e Margherita, che «il tempo è scaduto», ha ricordato che «il processo di maturazione c’è stato, è durato dieci anni», ha ripreso lo schema della simmetria del bipolarismo rilanciando l’idea che il nuovo soggetto «potrà rimettere in moto un meccanismo di ristrutturazione anche nell’altro schieramento» contribuendo a innovare un sistema politico «che va cambiato perché vive ormai da parecchi anni in bilico e senza una capacità di guida forte della società». Ha delineato uno scenario impegnativo, soprattutto nel momento in cui ha affermato che sul terreno programmatico «ci sarà bisogno di scelte fuori dell’ordinario, altrimenti l’Italia resterà ferma in una realtà politica impantanata». Dove per «scelte fuori dell’ordinario» si immaginano, conoscendo gli orientamenti di Marini, quelle riforme che altrove in Europa (ad esempio nella Londra di Tony Blair o nella Berlino della «grande coalizione») sono state attuate. È sempre utile leggere o ascoltare con attenzione quel che dice il presidente del Senato. Le sue riflessioni tendono a distinguersi in un dibattito politico aspro che appare troppo spesso un dialogo tra sordi. Quel che colpisce nell’ostinazione con cui egli lavora alla costruzione del Partito democratico però non sono solo la pacatezza del ragionamento né l’analisi a volte non politica, ma politologica a cui si affida. Colpisce piuttosto il carico della missione che attribuisce al Partito democratico. Certo non è il solo a farlo. Non manca lo stesso senso di attesa nella campagna congressuale di Piero Fassino, alle prese con l’ennesima scissione. Ma il fatto è che Marini affida alla costruzione futura compiti che evidentemente oggi nessuno è in grado di svolgere. Basta leggere in controluce le sue parole per capire che anch’egli è convinto del fatto che questa esperienza di governo dell’Unione non sta compiendo scelte «fuori dell’ordinario» e non sta dando un contributo all’uscita dal pantano. Sembra proporre, anche se non in modo esplicito, una severa critica dell’esistente, in particolare dell’impresa a cui partecipa. È tra coloro che avvertono il peso della paralisi in cui è finito il bipolarismo, senza scaricarne troppo comodamente la colpa su Berlusconi. Offre spunti. Si nota un divario tra la problematicità del suo approccio e lo schematismo della discussione in corso. Ci sarebbe da riflettere a lungo sulle ragioni che hanno impedito, dal 1994 in poi, un dibattito politico all’altezza dei problemi, sul perché non si è mai andati fino in fondo e non si è composto uno «spirito pubblico», almeno fra le élites, capace di trovare se non altro una comunanza di linguaggi, spesso all’interno stesso dei singoli schieramenti.
Ma, per tornare a questo discorso che Marini distilla, c’è da porsi qualche domanda. Una generale: cosa non ha funzionato finora? Davvero è mancata un’aggregazione riformista solo perché il bipolarismo è blindato e obbliga ad alleanze anomale? Oppure - qui cominciano le domande più specifiche - c’è qualcosa che riguarda più direttamente quell’area che coinvolge Prodi, Rutelli, D’Alema, Fassino, Veltroni e lo stesso presidente del Senato, oltre a tanti altri? Se guardiamo al passato, all’ambizione del primo Ulivo, quello del 1996, non possiamo dimenticare che la geografia dello schieramento progressista era segnata da una distinzione netta tra la sinistra neo-comunista e un’area moderata, impegnata programmaticamente sulla riforma di Maastricht, sulla priorità data all’innovazione economico-finanziaria. Questa distinzione diventò rottura nel 1998 con la sfiducia a Romano Prodi e con il governo D’Alema, che non si caratterizzò solo per l’intervento in Kosovo ma anche per un irrealizzato afflato riformistico. Ora sappiamo quando, poi, è via via sfumata la distinzione e si è ricomposta la rottura. Conosciamo le tappe della ricostruzione. Ma perché non ne sono state affrontate le conseguenze? Quale prezzo è stato pagato all’alleanza fra le «due sinistre»? E, soprattutto, per arrivare al presente, cosa ha impedito all’Unione, in questa sua stagione di governo, non tanto di attuare «scelte fuori dell’ordinario», ma anche solo di prenderle in considerazione? Chi segue attentamente la stampa sa che spesso, da un anno a questa parte, viene segnalato nei titoli e nelle analisi un fenomeno che si chiama «il silenzio dei riformisti». C’è quindi una domanda su tutte: cosa garantisce che un Partito democratico, costruito attraverso la convergenza di leader e di forze già presenti sulla scena, possa recuperare e rilanciare una strategia dell’innovazione? Il dubbio è che chi arriva a quel traguardo sia stanco, senza idee chiare sui contenuti e indebolito da un’esperienza di governo segnata dalla prevalenza delle suggestioni estremiste, che si tratti solo di un porto dopo una navigazione difficile e tormentata. Con nuove divisioni, prima fra tutte quella che riguarda le questioni etiche. Guardiamo di nuovo al recente passato, a dieci anni fa, quando si parlò di «Ulivo mondiale», la cui immagine è la più vicina a quella che si tende a dare del Partito democratico. Bill Clinton aveva costruito i New democrats superando una tradizione e governando una società già trasformata dal reaganismo. Tony Blair non aveva nulla a che fare con l’impianto del vecchio Labour. La socialdemocrazia tedesca, a sua volta, era quella che avrebbe portato Gerhard Schroeder a rifiutare la collaborazione con l’estrema sinistra. Erano tutte imprese che nascevano da svolte concettuali. Nella sinistra italiana non c’è stato nulla di analogo. Se è vero che «finora gli schieramenti sono stati costruiti per battere lo schieramento avverso più che per governare», come ha ricordato ancora Marini in una delle sue riflessioni sul futuro, è però altrettanto vero che all’interno di questo limite congenito del bipolarismo, la Quercia, la Margherita e tutte le forze che si richiamano al riformismo da un decennio in qua hanno costantemente sfumato le loro visioni, non hanno aperto una competizione con l’estremismo, con il massimalismo, con le suggestioni delle tante new left presenti sulla scena. Sono arretrate rispetto a tutte le idee innovatrici delle loro «sorelle» occidentali. Questa è la zavorra che appesantisce il Partito democratico prima ancora del suo inizio.
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Socialisti o democratici. Il dilemma non è stato proposto dalle polemiche dilagate in questo 2007. È piuttosto il dilemma irrisolto della generazione che è stata privata dei suoi punti di riferimento dal 1989 e dalla crisi del vecchio sistema dei partiti. I protagonisti sono gli stessi da quindici-vent’anni e stanno arrivando ormai invecchiati, con i capelli bianchi, all’appuntamento che si sono dati per definire i loro assetti. Sono tutti carichi di storie contorte e di occasioni mancate. Portano, ciascuno a suo modo, i segni delle antiche appartenenze, i pregi e i vizi d’origine. Manca qualcuno di loro. Anche solo per fantasia, c’è da chiedersi cosa sarebbe stato del progetto di «unità socialista» - il superamento della frattura del 1921 - se Bettino Craxi non fosse stato travolto da «mani pulite» e quale sarebbe stato il destino della cultura riformista di cui è stato l’ultimo e discusso testimone. Sempre per fantasia, c’è anche da chiedersi come si sarebbe evoluta la transizione del Pci, se nel tortuoso inizio del bipolarismo, non si fosse perso Achille Occhetto, che aveva avuto il merito non secondario di capire le innovazioni su cui scommettere, anche se non ebbe la forza di imporle. Sono due nomi della preistoria? Forse. Ma le lentezze, gli equivoci e le divisioni di oggi vengono tutte dal passato. Soffermiamoci sul percorso che ha portato questi protagonisti al traguardo del Partito democratico. Massimo D’Alema visse con sofferenza la crisi in cui il Pci scoprì di essere immerso dopo la fine della «solidarietà nazionale» e della morte di Enrico Berlinguer, affrontò il 1989 come una prova di sopravvivenza e la stagione di «Mani pulite» come un incubo. Riuscì a impadronirsi del Pds perché rappresentava la continuità di un metodo politico improntato al realismo, diventò presidente del Consiglio perché la Quercia aveva assunto un ruolo centrale nel sistema politico, durante «la traversata nel deserto» del centro-destra. Cercò di cancellare la parola Ulivo e riabilitò quella di centrosinistra. Capì di dover premere l’acceleratore del riformismo, ma si fermò subito intimidito dal suo mondo, fermo agli schemi ideologici del Novecento. Venne caricato dell’immagine del «ribaltonista» e dell’«inciucista». Alla vittoria del 2006 è giunto «dimezzato». Tutto il suo itinerario comunque ha propeso verso l’orizzonte del socialismo europeo.
Francesco Rutelli diventò uno dei primi nomi pesanti del bipolarismo, sperimentò subito i rischi dell’investitura popolare diretta quando nel 1993 si candidò a sindaco di Roma. Ebbe il merito, durante il suo primo mandato, di modernizzare il volto della capitale e la fortuna, durante il secondo, di gestire al meglio il tesoro del Giubileo. Forte della capacità di movimento, imparata nel suo giovanile passato radicale, scommise nel 2001 sulla candidatura a premier, sapendo bene che sarebbe stato sconfitto da Berlusconi ma illudendosi che fosse solo il passaggio verso la vittoria del 2006. Nel quinquennio di opposizione fu bruciato dalla ventata massimalista, fu già bollato come un «clericale» per la posizione assunta contro il referendum sulla fecondazione assistita, fu criticato per aver legittimato alcune riforme berlusconiane e diventò così l’espressione di un piccolo segmento dell’Unione. La sua famiglie europea è quella liberaldemocratica e sul piano interno le sue carte più importanti sembrano spendibili sullo scenario centrista. Walter Veltroni è stato il secondo nome pesante del bipolarismo perché giocò le sue carte come innovatore del linguaggio, che è un ruolo decisivo nell’era della comunicazione mediatica. È stato capace di lasciare in ombra la sua storia politica - in particolare la sfortunata fase di guida della Quercia - puntando sul Campidoglio e ottenendo l’unico vero successo della sinistra nella disfatta generalizzata del 2001. Esprime da sempre il percorso del Partito democratico grazie a due doti: quella del tessitore che l’ha messo al riparo dal rischio di accumulare avversioni e quella dell’autore di una visione del potere che non è anti-politica, ma post-politica. È un mietitore di consensi grazie a un carisma costruito su un messaggio che va oltre le appartenenze e che testimonia con la sua «carriera»: è il messaggio della possibilità di essere ciò che si vuole. Non è poco in una società bloccata. Dovrebbe essere il leader naturale del Partito democratico. Ma la sua posizione finora è stata troppo al di sopra delle parti in un habitat di rivalità personali, di correnti, di diffidenze, di conflitti fra poteri. Il pericolo vero per lui è la contaminazione con la politica che c’è. Piero Fassino è sempre stato, come D’Alema, il protagonista di un’innovazione mancata. È vero che assorbì, dopo il 1989, alcune grandi novità, approdando all’interventismo democratico e immergendosi nella partita della riforma del Welfare. Si impegnò, dopo il 2001, nell’impresa di salvare la Quercia e con lei il centrosinistra. Lui è stato il vero protagonista del ritorno di Romano Prodi, di cui ha svolto il ruolo di tutor. Con il passar del tempo è rimasto sempre più impigliato nel gioco delle piccole mosse per unire l’arcipelago della coalizione, quello politico e quello dei poteri non rappresentativi. Il suo stesso linguaggio - a lungo improntato anche a porre scomode verità - è diventato sempre più propagandistico. Infine, un anno fa, ha avuto la sfortuna di restare fuori dal governo. È stato oscurato dal predominio degli estremisti, si è impantanato in un conflitto intestino e ha visto nel Partito democratico - costi quel che costi - la ragione prima se non unica della sua mission. Questi sono i percorsi dell’élite che ha sulle spalle il compito di gestire il nuovo progetto.
Sono i nomi di primo piano di una politica spesso confusa, per quanto riguarda i contenuti. Confusa perché stretta fra sprazzi di buone intenzioni e blocchi. Con la conseguenza di scelte soprattutto finalizzate all’amministrazione dell’esistente, lungo un duello bipolare che, a ogni appuntamento elettorale, è stato segnato dall’alternanza (nel 1994, nel 1996, nel 2001 e nel 2006) secondo una regola che rende perfino difficile misurare i meriti delle leadership. È realistico chiedere «scelte fuori dell’ordinario» a una generazione politica che, nelle sua prove, non è riuscita a lasciare segni di modernizzazione e dietro la quale c’è il vuoto? O solo qualche individualità? Fra le individualità si può pensare essenzialmente a una figura come quella di Enrico Letta che si formò le ossa sostenendo in modo trasparente e con coerenza l’inseguimento dei parametri di Maastricht, in una stagione in cui la prospettiva dell’Euro era vista a sinistra sì come una strada obbligata, ma prevalentemente come «l’Europa della finanza» e come un «pensiero unico» negativo. Che si impegnò quindi in una battaglia culturale con tenacia e coerenza. Che mostrò di avere una visione. Un’eccezione in un gruppo dirigente stanco e consumato. Gli uomini sono importanti nelle imprese. Ma altrettanto importanti sono i tempi. E il Partito democratico avrebbe potuto avere un grande peso se fosse nato dopo il 1989 e in seguito all’implosione del vecchio sistema dei partiti. Era maturo già allora. Oggi sembra invece l’ultima scelta possibile.
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Proviamo a riflettere sull’annus horribilis della sinistra italiana. Andiamo in ordine. Nel pomeriggio del 17 aprile del 2006, Romano Prodi e le leadership dell’Unione si aspettavano un successo elettorale netto, al termine di un percorso che avevano interpretato come una «marcia trionfale». Il funerale politico della Casa delle libertà era già stato celebrato più volte. Le primarie, convocate su richiesta esplicita del candidato a Palazzo Chigi, avevano dimostrato l’esistenza di un diffuso spirito militante ed erano state esaltate come un plebiscito e come una «sberla» al centro-destra. Le elezioni regionali del 2005 avevano già disegnato un’Italia quasi monocolore ed erano state considerate una sorta di preannuncio dell’esaurimento del ruolo di Silvio Berlusconi e della sua coalizione. I ben 281 punti del programma di governo, per quanto generici, erano stati esibiti come la dimostrazione del fatto che era credibile un’alleanza composta da riformisti e da antagonisti, da associati ai sindacati e da banchieri, da pacifisti e da convinti atlantisti, da cattolici moderati e da radicali, da statalisti e da liberisti, da giustizialisti e da garantisti. Era molto diffusa la convinzione che, attraverso le urne, si sarebbe imposto non un semplice cartello elettorale quanto piuttosto una sorta di nuovo «arco costituzionale», caricato della missione di ridisegnare il sistema politico, mettendo definitivamente ai margini «la peggiore destra d’Europa» e scrivendo la parola fine sull’«anomalia italiana» rappresentata dal berlusconismo. C’era quindi l’attesa non di una semplice alternanza quanto di una vera e propria liberazione. Almeno così suonava lo slogan dei Ds, che annunciava: «Domani è un altro giorno». Come si sa, nella notte tra il 17 e il 18 aprile, il risultato delle elezioni smentì ogni previsione e rivelò quanto l’Italia fosse ancora bipolarizzata. La vera sorpresa - anche all’interno della Casa delle libertà - fu la scoperta che non si era rotto il rapporto tra Berlusconi e l’opinione pubblica e che aveva retto il «blocco sociale» che si riconosceva nel presidente del Consiglio uscente e che troppo frettolosamente era stato considerato frantumato. La campagna elettorale era stata certamente determinante, dal famoso «duello di Vicenza» in poi. Ma non ci sarebbe stato il sostanziale pareggio, se il messaggio di un leader che ha rifiutato di darsi per vinto non avesse incontrato aree sociali ancora disponibili ad ascoltarlo. Se ne è scritto e discusso molto. Non si è trattato, da parte di Berlusconi, dell’abile uso di «tecniche del consenso» o della forza del suo potere d’attrazione mediatico. Non sarebbe bastato. C’è stata invece la dimostrazione della stabilità di un orientamento, di un «blocco d’opinione». Fin dall’inizio, i vertici del centrosinistra - parlo sempre della notte tra il 17 e il 18 aprile - hanno mostrato di non aver compreso quel che era accaduto. Quando Romano Prodi, brindando in piazza, annunciò che avrebbe governato per cinque anni era certamente convinto di quello che diceva. Nonostante il piccolo scarto di venticinquemila voti, continuava a pensare a una «vittoria totale». Esprimeva compiutamente «l’ideologia della liberazione». Era ancora all’interno del teorema, già smentito dalle urne, secondo il quale gli italiani avrebbero ripudiato il centro-destra. Il problema della maggioranza parlamentare in Senato era ridotto a un dettaglio (tra l’altro in quel momento non erano ancora noti i risultati delle circoscrizioni estere). Non era uscito dal clima della «marcia trionfale». Forse calcolava anche che, in ogni modo, la Casa delle libertà non avrebbe retto alla sconfitta. Non avvertì il problema del divario tra l’attesa di una vittoria netta e un risultato di parità. Ripensando al palco su cui lo stato maggiore dell’Unione celebrò la sua vittoria e al modo in cui lo fece, capisco bene la logica che ha poi spinto Enrico Deaglio a cercare di dimostrare che la conta dei voti era stata alterata, con l’inchiesta del Diario, fondata comunque su un assunto sbagliato. C’era, in tutta l’area del centrosinistra, la convinzione incrollabile che l’Italia non potesse essere divisa esattamente a metà, che una metà - la loro - valesse il doppio dell’altra e che quelle elezioni avrebbero segnato la chiusura della pur lunga «parentesi berlusconiana».
In quei giorni nessuno si aspettava un esaurimento così rapido della «fase propulsiva» dell’Unione. Non se lo aspettava neanche chi, conoscendo bene la storia delle sinistre italiane, era consapevole della difficoltà del secondo tentativo prodiano di trovare un efficace punto di equilibrio tra gli interessi e le culture della coalizione. Le previsioni erano diverse, se non opposte, anche al di fuori dei confini dell’area militante, impegnata ad affermare il suo spirito di rivincita. C’è di più: era aperta una robusta linea di credito sulla durata e il risultato dell’impresa. Da una parte la nuova maggioranza si presentava con tutte le caratteristiche di un «blocco di potere», come una vera e propria alternativa politica alla stagione berlusconiana. Dall’altra parte era diffusa, anche in zone dinamiche della società, soprattutto nel ricco e produttivo Nord, un’attesa: si confidava nella possibilità che il governo, proprio perché depositario del consenso di un vastissimo arco d’interessi, fosse in condizione di rilanciare innovazione e modernizzazione, almeno su alcuni dei tanti punti in cui la Casa delle libertà non era riuscita a incidere nel quinquennio precedente. In altri termini, alla scommessa sulla controriforma «di sinistra» e sulla «restaurazione» del vecchio ordine, se ne aggiungeva un’altra, molto diversa: quella sulla possibilità di graduali innovazioni. Fu lanciata subito la parola magica delle liberalizzazioni, con l’enfasi posta sulle prime misure di Bersani prese già in luglio. Palazzo Chigi cercò in qualche modo di rappresentare anche una domanda proveniente dallo schieramento avverso. Fu una partenza abile, perché al rifiuto di aprire un dialogo con l’opposizione - per marginalizzarla, per dimostrare la sua inutilità - si aggiunse l’invio di un segnale fortemente simbolico come quello delle liberalizzazioni (al di là dell’efficacia del provvedimento).
Perché, nonostante un avvio favorevole, questo feeling con l’Italia si è poi subito spezzato? La risposta presuppone un’altra domanda: è stata giusta o sbagliata la lettura della realtà italiana da parte delle leadership dell’Unione? L’errore vero sta qui. Sul piano economico e sociale si è ritenuto che ci fosse un diffuso bisogno di «sicurezze» e, quindi, di un ritorno al vecchio scambio fra prelievo fiscale e tutele. Della priorità all’intervento pubblico. Di una redistribuzione delle risorse. Al di là delle spiegazioni pubbliche e di un certo popolusmo, nascosto dietro i tecnicismi di Padoa-Schioppa, che hanno scandito l’elaborazione e il varo della Finanziaria - e quindi anche al di là del battage sui conti pubblici - la visione del nuovo governo era quella di chiudere, come se fosse stato un funesto incidente, una stagione in cui lo Stato aveva cercato di essere meno pervasivo. Per mesi, almeno fino al «vertice di Caserta», è mancato un significativo dibattito sulla giustezza o meno di questa scelta. Si è dato per scontato che fosse l’unico percorso possibile. La stessa priorità alla lotta contro l’evasione fiscale è suonata come una minaccia rivolta non a chi non paga le tasse, ma a chi già fa il suo dovere. C’è stato un appiattimento generale attorno alla «religione del risanamento», nessuno ha contestato le ragioni del ricorso ai vecchi e tradizionali strumenti di drenaggio delle risorse né ha avvertito che si stavano per incassare i benefici di una ripresa già in corso. Nessuno, tra i «moderati» della sinistra, ha avuto la capacità - o la voglia - di capire la mutazione avvenuta in gran parte della società: nonostante la recessione seguita all’11 settembre, che aveva accentuato in negativo le conseguenze dello sgonfiamento della bolla borsistica, il quinquennio berlusconiano aveva lasciato un segno consistente grazie a una politica fiscale meno invasiva e grazie all’alleggerimento della pressione pubblica. Nessuno ha ritenuto che l’Unione era arrivata al governo in un’Italia molto diversa da quella immaginata. Nessuno ha ritenuto di dover fare i conti con le novità. Forse ha pesato la paura di superare i confini del bipolarismo culturale e mediatico: rappresentare la società in un modo diverso da slogan come «non si arriva alla fine del mese», «siamo fuori dall’Europa», «ci sono solo macerie», «il futuro è pregiudicato dalla precarietà», «va ricostruita la legalità» e così via avrebbe equivalso a legittimare il centro-destra.
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Un secondo errore ha riguardato la sottovalutazione delle questioni etiche. Con un eccesso di semplificazione lo si è chiamato l’«errore zapaterista». Ma non è così. Tranne poche eccezioni, l’insieme delle forze che hanno dato vita all’Unione ha subito una regressione lungo la linea di separazione tra la laicità dello Stato e la Chiesa. Si è continuato a non capire che la battaglia culturale ingaggiata dalla Conferenza episcopale era una novità importante dell’ultimo decennio, destinata a incidere direttamente sulla società e non sulle élites politiche. Eppure, già nel 2005, il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita aveva segnalato quanto questa novità pesasse. I grandi partiti, Ds in testa, e il sistema mediatico avevano compiuto un massiccio sforzo per presentare quell’appuntamento come un simbolo di modernizzazione e di affermazione dei «diritti» e per sancire la supremazia della scienza sui limiti posti dalla morale. Perfino Piero Fassino - che pure viene dalla scuola del Pci, cioè dalla scuola di una forte attenzione alla cultura della Chiesa - si impegnò in prima persona. Il flop dell’affluenza alle urne fu un segnale che avrebbe dovuto aprire almeno una riflessione. Invece lo stesso approccio è stato seguito sulla regolamentazione delle coppie di fatto presentando un bipolarismo tra modernità e diritti da un lato e «oscurantismo» dall’altro. L’Unione è caduta nell’ennesima semplificazione, con il contributo diretto di Romano Prodi che ha coniato la formula del «cattolico adulto», cioè dell’autodeterminazione di fronte al messaggio della Chiesa. È stato ingaggiato un corpo a corpo, come se si trattasse di una partita puramente politica, di vertice, e come se la questione non coinvolgesse direttamente la società. Il centrosinistra nel suo insieme, tranne poche eccezioni, ha continuato a sfuggire al problema del limite. Non avendo gli strumenti per misurarsi sull’obiezione culturale, posta da Ruini, ha imboccato la scorciatoia di una battaglia ideologica e, così come era avvenuto sulla fecondazione assistita, ha pregiudicato la ricerca di soluzioni concrete. Sventolando la bandiera dei «diritti civili» ha cercato di coinvolgere l’intera società su questioni che riguardano problemi individuali, a cui la legislazione vigente già offre possibilità di soluzione.
Il terzo errore va sotto la voce «politica estera». Al di là delle polemiche sulla missione in Afghanistan, l’Unione fin dal momento del suo arrivo al governo ha cercato di marcare una forte discontinuità rispetto al quinquennio precedente. Ha affermato il concetto di «multipolarismo», ha affrettato il ritiro già pianificato dall’Iraq, ha deciso un impegno massiccio nel Libano meridionale dandogli un’impronta di neutralità nel conflitto tra Israele e Hezbollah, ma soprattutto ha inaugurato una linea del dialogo con organizzazioni terroristiche e con gli «Stati canaglia» in contrapposizione alla visione dell’interventismo democratico e alle scelte dell’amministrazione Bush e di una parte importante di alleati europei. Ha riproposto quella visione neo-neutralista che, con l’eccezione del Kosovo, era stata predominante nel quinquennio 1996-2001. Come se non ci fosse stato l’11 settembre. E come se venisse accettata l’idea della sconfitta della «guerra al terrorismo». Ha cioè scommesso su un ruolo italiano di «intermediazione». A un errore strategico ne ha aggiunto un altro politico: ha creato una frattura con la gran parte della Casa delle libertà, senza riuscire a conservare il pieno della sua maggioranza in Senato. Questi errori sono stati solo il risultato del prezzo pagato alle componenti estremiste della coalizione? Il dubbio è forte. In realtà, anche in questo caso tranne qualche eccezione, tutte le scelte sono state compiute con un consenso generale, senza un conflitto interno, nell’ambito di un’alleanza, sì, sorretta da un forte istinto di sopravvivenza ma priva di una reale dialettica politica.
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Quando ci si chiede quali siano stati i dibattiti pubblici di questa stagione della sinistra, l’immagine che emerge è quella del predominio di una cultura dalle radici estremiste. L’anniversario del 1977 è stato segnato dall’esaltazione del movimento che «ha ucciso il padre», cioè il Pci, che era il partito del «compromesso storico», dell’intesa con la Dc e della collaborazione governativa e amministrativa. Un altro anniversario importante, quello dell’assassinio di Marco Biagi, è stato contrassegnato solo dal tentativo, operato dai «moderati» dell’Unione di contestare l’assimilazione del giuslavorista al centro-destra, in virtù della legge che porta il suo nome. Il lungo ed eterno conflitto fra le «due sinistre» sembra essersi risolto, anche sul piano culturale, con la ritirata del riformismo, con la rinuncia a difendere non solo il suo presente, ma anche il suo passato. Il vuoto di oggi viene esteso all’intero corso dell’Italia repubblicana. Si è affermata una tendenza alla lettura semplificata della storia, con la conseguenza di cancellare tutti i conflitti interni che hanno invece profondamente segnato la sinistra. Il conflitto tra il Pci e l’area extraparlamentare fu una sorta di guerra civile politica e culturale. Il conflitto nel Psi, tra massimalismo e riformismo, fu lacerante e segnato da fratture e scissioni. Il conflitto fra Berlinguer e Craxi fu una delle cause originarie dell’implosione del vecchio sistema dei partiti. Fino al conflitto, di cui fu protagonista Mario Segni alleato allora di Achille Occhetto, che si svolse attorno ai referendum elettorali, oltre quindici anni fa. A usare il linguaggio di oggi furono tanti piccoli e grandi bipolarismi. Oggi vengono cancellati. Ricordarne l’esistenza pone molti problemi. Dice intanto che la sinistra deve essere declinata al plurale e che molti filoni sono ora estranei a ciò che via via si è chiamato progressismo, Ulivo e Unione. Ma, soprattutto, pone il problema delle culture che oggi sono nel governo dell’Italia. Con una conclusione: sono diventate maggioritarie quelle che una volta erano minoritarie, quelle che provengono dall’estremismo, mentre sono diventate minoritarie quelle che per quasi mezzo secolo - non solo nella Dc e nel Psi, ma nello stesso Pci - assicurarono stabilità e progresso. Romano Prodi è l’espressione più compiuta di questo approdo e degli equilibri tra le aree del centrosinistra, tra i partiti rappresentati in Parlamento e gli altri veri e propri partiti che rappresentano i poteri non elettivi.
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Non è un caso che il tema della crisi tra cittadini da una parte e politica e istituzioni dall’altra sia riemerso con tanta forza in questi mesi, al punto da costringere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a intervenire più volte sull’argomento. La ragione è che governa una minoranza. Non mi riferisco solo al peso sempre più determinante dei senatori a vita che alterano i rapporti di forza fissati non da una brutta legge elettorale, come c’è l’abitudine di affermare, ma dal risultato di un anno fa. Non mi riferisco nemmeno ai sondaggi che sottolineano la crisi di fiducia tra la maggioranza e l’elettorato, anche una parte dell’elettorato di centrosinistra. Mi riferisco soprattutto alle culture politiche e al vuoto di riformismo, alla politica ridotta all’arte della sopravvivenza, al piccolo cabotaggio di una coalizione che si affida solo alla forza che gli proviene dal governare e che rinuncia al presente, promettendo solo per il futuro. In questa promessa c’è il Partito democratico, presentato come punto d’arrivo della transizione che, per comodità di tutti, si dice iniziata nel 1989. Già, quasi vent’anni. Nessuno oggi è in grado di spiegare cosa sarà questo soggetto. Posso sperare anche io, come fa Franco Marini, che darà una scossa all’intero sistema politico e che sarà capace di compiere scelte «fuori dell’ordinario», contribuendo a costruire un bipolarismo virtuoso. Il dubbio, però, è che si tratti di un miraggio. Nel caso migliore dell’approdo obbligato di due partiti - la Quercia e la Margherita - il cui percorso sta giungendo al termine. Nel caso peggiore di una costruzione modellata sulla legge elettorale che si realizzerà. Al di là dell’intenzione di arrivarci, oggi si vedono la stanchezza delle leadership, la debolezza di un’esperienza di governo, i conflitti sui valori, le rivalità personali, i rifiuti di partecipare all’impresa. Ma quello che proprio non si riesce a vedere è la sua cultura.