Quella in cui siamo entrati non è l’epoca della pax americana ma della pax tecnica. Potrebbe dirsi che è questa la tesi del libro di Emanuele Severino Dall’Islam a Prometeo. Severino riprende in questo scritto alcune sue tesi classiche, applicandole a campi tra loro diversi: dalla geopolitica al confronto tra religioni sino alla metafisica. L’opposizione fondamentale del nostro tempo è quella tra passato e presente. Il conflitto tra islam, liberalismo, cristianesimo è secondario in quanto tutte queste forze da un lato si servono della tecnica, dall’altro sono in via di asservimento da parte di essa. Questo si dice, con toni che, più che in altri scritti dell’autore, sembrano riecheggiare Marx. E infatti. Lo stesso capitalismo, che usa la tecnica per il suo incomparabile sviluppo, è destinato a essere superato dal suo potente strumento. Il capitalismo, infatti, si fonda sulla scarsità dei beni e su una sempre maggiore loro produzione, la tecnica consente questo ma promette il regno dell’assoluta abbondanza che quel sistema vanifica. Questo è tuttavia solo un primo livello di approfondimento. Vi è poi il sottosuolo, ancor più corrosivo del senso comune. Scrive Severino a pag. 107: «La potenza suprema oggi non è la tecnica in quanto separata ma in quanto unita alla filosofia contemporanea». Non è la tecnologia che domina ma la filosofia che la sottende: il nichilismo. Principio cardine di esso è che «il nulla è». Che la morte non significa scomparire ma letteralmente non esserci. Tesi questa dominante ma che, per l’autore, si fonda su un dogma indimostrabile perché del non esserci noi non abbiamo esperienza.
Qui si susseguono due serie di saggi particolarmente appassionanti. Nei primi l’autore torna alle fonti della cultura greca, e in specie della tragedia, alla ricerca delle origine etimologiche, eidetiche e di pensiero della nostra filosofia. Nella seconda serie Severino accosta la filosofia di Parme-nide, del grande nemico del non esserci, al pensiero scientifico di Planck e Einstein, con esiti convergenti nella problematizzazione del dogma del non essere. «L’epoca dell’epistéme - scrive Severino - è quella della vita intermedia di cui parla l’ultima parte dell’Ore-stea (di Eschilo), che non è né l’anàrchetos bìos senza l’ordine e la guida della verità, il bìos … né il despotoùmenos bìos, cioè la vita oppressa dalla tirannia divina e umana». Un’epoca, potremmo dire, che giunge sino alla dissoluzione dell’ordine cristiano borghese. «Il nostro, invece - dice ancora Severino - è il tempo in cui la respublica dell’Occidente tramonta, perché la necessità è diventata troppo più debole della tecnica». Interessante, qui, il richiamo alla paura come origine della scienza, tema rintracciato già in Aristotele. In politica la paura spinge alla «reazione». La scienza sino al trionfo della tecnica è un movimento reazionario? E contro che cosa? La tesi di Aristotele è stata in effetti centrale anche in Nietzsche, che assieme a Leopardi e Gentile viene da Severino considerato come il più lucido narratore del nostro tempo. Anche queste belle pagine.
Infine, se la tecnica è «infinita creatività» che sostituisce quella di Dio essa dileggia, viene da dire, la libertà umana e impone all’uomo sottomissione. L’islamismo ha allora un vantaggio sull’Occi-dente in quanto si fonda sull’obbedienza? L’11 settembre annuncia forse questo? Si tratta di domande che sgorgano dalla lettura del libro. Quale la via di uscita? Non nell’impossibile ritorno al passato, neanche nella fuga a Oriente che è solo prologo dell’Oc-cidente, dice Severino, ma in una metànoia, nello sradicamento della follia nichilista che ci domina.
Emanuele Severino Dall’I-slam a Prometeo, Rizzoli, 252 pagine, 17 euro