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Il finalismo (senza metafisica) da Aristotele a Charles Darwin

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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cop22_thI tratti fondamentali della filosofia greca continuano a guidare la cultura e le opere del Pianeta. Essi si esprimono innanzitutto nel modo in cui viene affermato il divenire del mondo, il trasformarsi della vita. Ma il nostro tempo ha voltato le spalle a ciò che la filosofia greca e la tradizione occidentale hanno costruito sulla base di quei tratti: ha voltato le spalle alla dimensione dell’immutabile e del divino, alla dimensione metafisico-teologica. La tesi sostenuta da Etienne Gilson in Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno (del 1971, e ora in traduzione italiana) coglie pertanto nel segno: nel senso che il «ritorno» nominato nel titolo indica appunto la permanenza di quei tratti fondamentali del pensiero greco all’interno delle scienze biologiche. Gilson pensava che la filosofia dovesse essere «cristiana», ma in queste pagine adotta una strategia di difesa: non solo è messo tra parentesi il cristianesimo, ma anche quel concetto di «finalismo» che implica l’esistenza di un Dio che dà uno scopo al mondo da lui creato. Nel libro di Gilson, niente di tutto questo che, evidentemente, non avrebbe potuto tener insieme Darwin e Aristotele. Essi si accordano, invece, per Gilson, sul senso fondamentale e minimale del finalismo: che le parti del vivente sono ordinate in modo da costituire un certo essere piuttosto che un altro. Questa modalità è il loro finalismo. Quel certo essere è il loro fine. A questo livello, la contrapposizione tra finalismo e meccanicismo non avrebbe occasioni per costituirsi.
Che il senso minimale del finalismo possa esser difeso indipendentemente dal suo senso metafisico-teologico non è una tesi nuova nella filosofia aristotelico-tomistica; tuttavia è interessante, in queste pagine di Gilson, l’esplorazione storica, specie in rapporto alla genesi del pensiero di Darwin. D’altronde è ricorrente in esse la tesi che il finalismo, così inteso, è un «fatto», qualcosa di «evidente», che nessun meccanicismo scientifico potrà mai toglier di mezzo. È un fatto che un certo ordinamento di certe parti faccia volare un uccello e camminare sottoterra le talpe. Ma - e con ciò si entra nel modo di pensare del nostro tempo - proprio perché si tratta dì un «fatto», nulla esclude che, nel divenire del mondo, abbia a presentarsi un fatto diverso, dove le parti che fan volare consentano ai pesci di camminare sotterra, e così per le talpe. Strano, ma non impossibile. E decisivo, se al posto di pesci e talpe si mettono gli embrioni «umani». Dagli embrioni non potranno venir che uomini, solo se si sta alla metafisica e alla teologia di Aristotele e della tradizione filosofica. Ma che accade se alla tradizione si devono voltar le spalle, riconoscendo che al divenire del mondo non si possono metter freni? Trattenuto al suo senso minimale, il finalismo è uno stato provvisorio. Trasformare il fatto in necessità è cattiva metafisica. Debole, la volontà di difendere quel senso minimale senza far intervenire teologia e metafisica, ma con l’intento di spianar loro la strada.

Etienne Gilson, Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno. Saggio su alcune costanti della biofilosofìa, Marietti 1820, 247 pagine, 18 euro

 

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