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La follia di roosevelt e del New Deal

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Mingardi
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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cop22_thIn una recente trasmissione televisiva, Gianfranco Fini ha ricordato che Roosevelt, costruendo il New Deal, guardava all’Italia (fascista) come a un Paese assai «socialmente avanzato». Posto che tale affermazione meriterebbe di essere inquadrata nell’ambito del «pensiero» nuovo della destra italiana, tra l’enfatica condanna del fascismo come «male assoluto» e la sostanziale incapacità di uscire dal vicolo cieco del corporativismo, in materia economica, stupisce che ci sia ancora chi, oggi, difende Roosevelt. Non solo a sinistra ma pure «a destra»: come il neo-con canadese Conrad Black, magnate dell’editoria che pubblica, tra le altre cose, il Daily Telegraph e che di recente ha licenziato una immensa biografia (milleduecento e passa pagine) consacrata a Roosevelt champion of freedom. In quarta di copertina, parole flautate firmate da pesi massimi della penna come Bill Buckley, George Will e, ahimè, pure il sempre superbo Tom Wolfe. Incuranti della demolizione, in termini di ricerca fattuale non meno che di ricostruzione politica, apparecchiata da Forrest McDonald’s su National Review. Ben diversa - e più documentata e liberale - è la tesi portata avanti da Jim Powell, Senior Fellow del «Cato Institute» di Washin-gton, in un libro di rara leggibilità ed efficacia: FDR’s Folly. How Roosevelt and His New Deal Prolonged the Great Depression. È il genere di testo che sarebbe davvero utile in traduzione italiana e, proprio per questo, quasi sicuramente in Italia non arriverà mai!
Le considerazioni di Powell sono assai puntuali e smontano uno dopo l’altro i miti del New Deal. La creazione, in America, di uno Stato sociale di stampo europeo non è servita a spezzare il circolo vizioso della depressione (che finì solo con la seconda guerra mondiale) ma anzi ne ha esacerbato gli effetti. Grazie al New Deal, «i consumatori avevano meno soldi da spendere e i datori di lavoro meno denaro da investire». Roosevelt triplicò la pressione fiscale, dal 1933 al 1940. Devastanti gli effetti sulla libertà individuale, a cominciare dalla proibizione di possedere oro (non a caso, caratteristica di ogni regime totalitario: nella Cina postcomunista, è stata abolita appena un anno fa). Non solo, il clima politico e culturale (gli imprenditori diventavano, nella retorica rooseveltiana, «dittatori economici» e «principi privilegiati») scoraggiava gli investitori dal prendere su di sé i rischi dell’innovazione e della creazione di posti di lavoro. Le stesse politiche redistributive poste in atto dal New Deal, travestite da carità verso i bisognosi, obbedivano alle logiche dell’attribuzione opportunistica. I sussidi finivano negli Stati dell’Ovest e dell’Est, dove il reddito pro capite era in media del 60% più alto che negli Stati del Sud. Nondimeno, Franklin Delano Roosevelt era convinto che non servissero quattrini per conquistarsi l’appoggio degli Stati meridionali. Allo stesso tempo, Powell accusa Roosevelt di aver, in nome della piena occupazione, fatto una pessima politica dell’occupazione: fissando un minimo di salario sopra il salario di mercato, il che naturalmente riduce la propensione ad assumere dei datori di lavoro. Altro che la jobless recovery di oggi: né jobs né recovery. Sono solo alcune delle argomentazioni affilate di Powell, che costruisce il suo lavoro attorno a una tradizione di pensiero con salde radici qui resa accessibile al lettore comune, che può trarre davvero beneficio da questa triste parabola della socialità di Stato.

Jim Powell, FDR’s Folly. How Roosevelt and His New Deal Prolonged the Great Depres-sion, New York, Crown Fo-rum, 352 pagine, 27.50 dollari

 

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