Finora le pubblicazioni in tema di integrazione europea ci hanno condotto lungo acque calme e sentieri tranquilli. Ma una rinnovata consapevolezza induce a interrogarsi sul ruolo e sulla valenza del passato più imbarazzante dell’Europa, giacché si tratta di un passato in cui si ritrovano le prime teorie sullo Spazio politico europeo moderno. Tra queste non si può che iniziare da Carl Schmitt, che pose la questione dell’identità europea come «comunità auto-cosciente» della propria alterità nel panorama geopolitico mondiale. È qui che si ritrova la definizione dell’Eu-ropa come Grossraum, grande spazio territoriale di influenza, e come Nomos, sfera territoriale in grado di attuare l’ordine geo-politico più opportuno per la salvaguardia della pace mondiale. L’Europa quale storica incarnazione dell’ordine globale dello spazio mondiale. Non è difficile notare l’attualità di riflessioni, il cui contesto è però, a dir poco, imbarazzante. Se la concezione dell’Europa, quale riedificata cristianità, che fu di Schmitt, è stata ripresa e sviluppata da Adenauer, Monnet, Schuman, De Gasperi, il riferimento alla tecnologia, che pure è in Schmitt, viene ancor oggi spesso utilizzato per distinguere la posizione europea nel confronto con le altre aree mondiali.
Gli autori investigano, poi, come varie parti del diritto fascista siano le stesse che tuttora vengono utilizzate nei sistemi democratici e liberali. In particolare il diritto fascista dei contratti, quale istituto cardine del mercato, è identico a quello borghese liberale. Lo scopo di Darker Legacies è, in effetti, quello di non fermarsi alla comprensione del passato, ma di spingersi fino a selezionare dal passato i modelli confluiti nel framework che oggi utilizziamo per legittimare la nuova struttura europea di governance sovranazionale. Cioè di indicare come singoli pezzi e singole idee portanti possano perdurare attraverso mutazioni storiche drammatiche. Secondo Joerges una vistosa «permanenza» si svelerebbe proprio nella tradizione giuridica tedesca, affondando le proprie radici nei delicati equilibri della Repubblica di Weimar. Si tratta in particolare dell’ordo-liberalismo tedesco: la teoria secondo cui alle istituzioni è attribuito il compito di creare un quadro legale e sociale in cui siano protette e coadiuvate le tendenze economiche che prevarrebbero in condizioni di ordine naturale: solo la definizione di un compiuto quadro istituzionale può indirizzare l’ordine economico concreto verso l’ordine ideale. Una permanenza singolare che passa attraverso la difesa dell’autonomia privata di Albert Speer (!), per approdare al processo di integrazione della «comunità economica» europea, secondo stilemi quasi inalterati di costruzione del discorso. Così come praticamente inalterati sono gli stilemi «europeisti» da Vichy ai giorni nostri. Il documentario di Claude Chabrol su Vichy (1993) è sul punto massimamente istruttivo.
Di qui l’interrogativo sibillino: forse che le politiche del nazismo furono lo sviluppo (pato)logico di idee in realtà molto più «permanenti»? Il nazismo ebbe la «sfrontatezza» delle convinzioni, che anche altri condividevano? Darker Legacies offre il superamento delle comuni convinzioni che concedono pace allo spirito borghese, che ha accantonato il nazismo come una «fastidiosa parentesi». Si tratta, invece, di riconoscere il passato per comprenderne le potenzialità di dominio, senza alcun Hollywood ending.
Darker Legacies of Law in Europe - The Shadow of National Socialism and Fascism over Europe and its Legal Traditions’, a cura di Christian Joerges e Navraj Singh Ghaleigh, Hart Pu-blishing, Oxford and Portland, 416 pagine, 74 euro