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Un nuovo De Gaulle per salvare la Francia

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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cop22_thNicolas Baverez, storico ed economista, editorialista di Le Monde e Le Point, da quattro mesi va obbligando i suoi concittadini a dibattere sul loro destino. Con un pamphlet, violentissimo quanto privo di aggettivi (ma ricco di cifre), dal titolo fracassante La France qui tombe. Pagina dopo pagina, con algida implacabilità racconta la discesa agli Inferi del suo Paese che, pur venendo da lontano (la sconfitta di Sedan, nel 1870 innanzi alle armate prussiane), avrebbe assunto le caratteristiche del progressivo sfacelo dopo la scomparsa di colui che fu l’ultimo statista degno di tale nome. Charles De Gaulle. Baverez non è né di destra, né di sinistra: categorie politiche per lui prive di significato. Problematico anche, come storico, definirlo revisionista; come economista, nella terra di Colbert, ha fatto la tara sia ai neostatalisti che ai finti liberisti (in realtà corpolobbisti travestiti). Dei politici in circolazione dice peste e corna, schiavi come sono del perenne «ricatto elettorale». Ma in che crede, e su chi e cosa scommette allora questo intellettuale che ama perdutamente la Francia (proprio come De Gaulle), pur sentendosi tradito? Difficile a dirsi, a credervi: su un risveglio, quasi «rivoluzionario», di milioni di cittadini che tirano il carretto, nonostante la burocrazia immensa, la legislazione assurda, le corporazioni ingorde quanto retrodatate, mettano quotidianamente i bastoni nelle ruote. Sogna insomma una Parigi capace di risvegliarsi, magari sotto la guida di un leader carico di carisma.
Baverez sostiene che la Francia ha gaspillé, malamente sprecato, l’ultimo quarto di secolo. In controluce, lascia intendere che più meno lo stesso s’è verificato nell’intera Europa. Un Vecchio continente dove pallidi politici si sono fatti trascinare dai tecnocrati in avventure dall’esito incerto. Fughe in avanti: l’euro imposto anzitempo e senza mettere sulla bilancia i contraccolpi; un allargamento a 25, evitando di chiedersi come si comporranno le contraddizioni politico-culturali; l’assenza di un’etica di governo cui fa da contrappunto l’amoralità statuale delle opposizioni. Gollista, Baverez non ama l’America. Tuttavia le riconosce quella coerenza che su questa sponda dell’Atlan-tico difetta. Dalle nostre parti, avendo l’egoismo (individuale o castale che sia) umiliato ed emarginato le pulsioni civili. Facendo dei riti democratici il simulacro delle ipocrisie.
Perché ho voluto parlare di questo pamphlet, divenuto nella cugina e frontaliera Repubblica un best-seller? Per l’elementare ragione che dovrebbe essere preso ad esempio onde deciderci a ragionare sui «mali d’Italia». Specie in un momento in cui i più recenti misfatti finanziari (da Cirio a Parmalat), nonché le risse politiche, testimoniano dei pericoli di un «declino italiano».
Favorito dai meschini comportamenti di una supposta intellighenzia, da decenni ingrassata dalla sinistra, capace solo di girotondi e satire a senso unico. Pertanto rifiutandosi di andare alla ricerca delle origini, profonde, di una crisi della quale l’intera opinione pubblica percepisce la gravità. Penetrando, con Baverez, nei mali antichi e nuovi di Francia, si può pertanto guardarsi allo specchio: senza complessi d’inferiorità europea, ma anche evitando di atteggiarci a struzzi.

Nicolas Bavarez, La France qui tombe, Perrin, 135 pagine, 12,50 euro

 

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