archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Fortini o la viltà di certi intellettuali

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

Torna al sommario

cop22_th«Fortini, il “buon maestro” che amava Man-zoni». Così era intitolato l’articolo scritto da Giovanni Raboni per il Corriere della Sera nel no-vembre scorso, in occasione dell’uscita del volume di Saggi ed epigrammi (Monda-dori) dell’intellettuale militante fiorentino. «Sull’au-tore dei Cani del Sinai e di Paesaggio con serpente - scrive Raboni - gravano da sempre alcuni equivoci o pregiudizi, tanto infondati quanto duri a morire. E uno di questi, particolarmente insidioso, s’impernia sul presunto estremismo ideologico (o, per dirla con un termine oggi à la page, integralismo) che farebbe di lui un precursore, se non il prototipo dei tanto favoleggiati “cattivi maestri”». Leggendo queste parole si prova una sensazione inquietante, quella di vivere in un Paese talmente avvelenato dall’ideologia da cancellare i fatti con la spugna dei (pre)giudizi di valore. Beninteso non è in discussione il Fortini letterato e poeta e sicuramente è non poco significativo il suo apprezzamento dei Promessi sposi ma, per quel riguarda il maître-à-penser, suvvia, cerchiamo di non barare! Fu un cattivo maestro e dei peggiori, almeno nel senso della totale estraneità ai valori dell’Occidente liberale e democratico. Neppure per sbaglio mise mai piede nel mondo di Locke e di Tocqueville, di Raymond Aron e di Ralf Dahrendorf: la sua mente era affascinata dalla contestazione permanente del sistema e all’estrema sinistra non riusciva a vedere nessun nemico.
Nel 1977, collaboratore del Corriere di Piero Ottone, giunse a scrivere un articolo Che cos’è la reazione in cui, stigmatizzando (e giustamente!) l’assimilazione tra delinquenza comune e sovversione politica, ricordava gli espropri proletari di Stalin, l’esaltazione fatta da Mao dei banditi dello Hunan e la lezione persa che «negli scorsi vent’anni (o cento anni?)» avevano tenuto «migliaia di sociologi, di psichiatri, di giuristi» che «hanno scritto e parlato perché si affrontasse l’aspetto oggettivamente politico della cosiddetta criminalità comune». E quali odi inestinguibili non affioravano nel suo animo ogni qualvolta ripensava ai vari termidori della storia, quando la ghigliottina si concede qualche pausa e gli animi tornano a non aver paura! «Per quanto ne so nella presente Cina di Hua, la gente soprattutto quella della nuova classe media emergente per entro la società cinese (come Mao aveva visto e annunciato con chiarezza) … tende a vedere tutto quel decennio - gli anni 1965-1975 -, compresa quindi la Rivoluzione culturale, come un unico caos torbido dove si è lasciato troppo spazio alle donne e ai giovani». Se qualcuno avesse detto a Fortini che Mao sarebbe passato alla storia come uno dei più feroci dittatori totalitari del secolo breve, probabilmente lo avrebbe indotto nella tentazione di auspicare la riapertura dei manicomi. Forse non sapeva neppure chi fosse quel Jean Pasqualini che, qualche anno prima, aveva descritto i gulag maoisti, né aveva mai letto una sola pagina di Alberto Pasolini Zanelli o provato il bisogno di documentarsi sulla Cina sfogliando le riviste specializzate di politica estera francesi, anglosassoni, tedesche e persino sovietiche. Dissociarsi da Robespierre ma mettersi a lutto per la sua caduta! Della viltà ontologica dell’intellettuale militante italiano Franco Fortini fu l’espressione più compiuta.

 

web agency Done Communication