Il lavoro di Paolo Palma, Una bomba per il duce, ricostruzione del fallito attentato a Mussolini da parte del repubblicano Luigi Delfini, viene ad arricchire un filone della ricerca storiografica sull’antifascismo impostosi in questi ultimi tempi che ha preso a interessarsi di vicende finora neglette in quanto in contrasto con gli stereotipi posti a fondamento ideologico della prima repubblica. Tra gli aspetti trascurati vi è stato quello appunto rappresentato dagli attentati contro il regime fascista e il suo capo, condotti a termine non solo dagli anarchici, ma anche da altre forze politiche democratiche, come ad esempio «Giu-stizia e Libertà» e il Partito repubblicano. Se allora la necessità degli attentati fu apertamente teorizzata, nell’Italia postfascista si preferì ipocritamente e ingiustamente stendere sulle vecchie asserzioni un velo di silenzio, soprattutto quando esse riguardavano dirigenti giellisti e repubblicani, nel frattempo assurti al ruolo di veri e propri «padri della repubblica»; fu il caso, ad esempio, di Facchinetti, Pacciardi e Tarchiani. Questi consideravano hobbesianamente, e giustamente, il tirannicidio come legittimo e, coerentemente con ciò, non cessarono mai, per tutta la metà degli anni Trenta, di architettare attentati, con l’invio in missione in Italia di militanti decisi a compiere il grande gesto di liberare il Paese dal dittatore.
Come ha osservato con finezza Renato Moro, nella prefazione al lavoro di Palma, si mescolavano nell’ideologia repubblicana e, in particolare, in quella pacciardiana, vecchie e nuove suggestioni, come appunto la legittimità del tirannicidio, che, derivata direttamente dal mondo cospirativo ottocentesco, mazziniano, si presentava nel leader repubblicano al servizio d’una convinzione, tanto radicata quanto errata, della fragilità estrema del regime e dell’assenza del consenso popolare attorno a esso, in forza delle quali Pacciardi, come altri leader, era giunto a credere che sarebbe bastato togliere di mezzo il dittatore per determinarne il collasso. Un’illusione che non a caso i repubblicani condividevano con un altro movimento politico dalle robuste radici ottocentesche come l’anarchismo. Una sottovalutazione delle capacità attrattive del totalitarismo fascista che la diceva lunga sul tragico iato ormai esistente tra la rappresentazione del fascismo che alcuni settori non secondari dell’antifascismo esule andavano proponendo e i processi reali in atto nel Paese di aggregazione sociale e politica attorno alle istituzioni del regime.
Il lavoro di Palma consente di ripercorrere quella che, a cavallo degli anni Venti e Trenta, rappresentò una vera e propria stagione degli attentati. Fa da filo conduttore al lavoro il tentativo di attentato posto in atto dal repubblicano Luigi Delfini, che, partito da Lugano per uccidere il capo del fascismo, veniva arrestato a Roma il 6 febbraio 1931 e condannato dal Tribunale Speciale a trent’anni di carcere. In seguito Pacciardi difese le sue passate convinzioni «terroristiche», sostenendo in maniera lucida la legittimità, contro un regime liberticida e totalitario, del ricorso all’attentato, da lui definito «un correttivo storico», ed esprimendosi al riguardo con una franchezza che ebbero pochi tra gli ex esuli antifascisti. «Soppressa o censurata la stampa, - scrisse Pacciardi - impossibile la vita normale dei partiti, impedite le riunioni, ridotta a farsa miserabile l’opposizione parlamentare, rinchiusi gli operai nella gabbia di ferro delle “corporazioni”, irregimentato ogni cittadino dalla culla alla vecchiezza, messe le spie al portone di ogni casa e anche nelle pareti domestiche, e a questa prigione dare il nome di Stato avvertendo che niente esisterà all’infuori e al di sopra dello Stato e lo Stato sono....io, si arriva alla logica inesorabile e schiacciante dell’attentato».
Paolo Palma, Una bomba per il duce - La centrale antifascista di Pacciardi a Lugano (1927 - 1933), Rubbettino, 406 pagine, 20 euro