Bernhard Blumenkranz, viennese, mancato settantaseienne a Parigi nel 1989, studioso di cose ebraiche e uomo di straordinaria cultura, ha dovuto proprio alla fecondità del suo spirito e all’ampiezza delle sue conoscenze le troppe opere lasciate incompiute: che potranno offrire spunti preziosi a molti ricercatori ancora per parecchi anni. Chiara Frugoni, nella sua lucida e a tratti commossa Prefazione, lo ricorda «schivo, prontissimo nella conversazione», gli occhi verdi impazienti. A lei si deve se questo libro (che in francese reca il titolo divenuto, in italiano, sottotitolo) esce infine anche in edizione italiana: quasi quarant’anni dopo, ma ci voleva.
D’altronde il suo argomento è, purtroppo, ancora d’attualità. Il «cappello a punta» era uno dei segni distintivi degli ebrei nell’iconografia medievale. Non era il solo: c’erano anche il color giallo, la rota del medesimo colore il portar la quale cucita sugli abiti divenne obbligatorio dopo il IV concilio lateranense del 1215 (e fu l’infausta antenata della «stella di David» imposta dai nazisti), la lunga barba, il profilo grifagno - anche qui, le caricature antisemite otto-novecentesche trovano un tragico precedente -, sovente attributi più genericamente orientali come il turbante. Per converso, queste caratteristiche ebraiche (del tutto assenti, è ovvio, nel pur ebreo Gesù) venivano sovente da pittori e miniatori medievali allargate agli eretici, ai musulmani e perfino ai romani quando venivano ritratti come uccisori del Cristo.
Perché qui si parla appunto di come l’Europa medievale abbia covato l’uovo del serpente: l’antisemitismo. Forse è giusto introdurre una sfumatura di prudenza al riguardo. Non credo che l’antigiudaismo cristiano medievale sia stato l’anticamera diretta dell’antisemitismo: a pienamente configurare il quale è stato decisivo lo scientismo positivistico, oltre alle sollecitazioni degli scritti violentemente antiebraici - e lì sì che si è tentati di parlar di antisemitismo vero e proprio - di un Lutero e di un Voltaire. Non c’è dubbio tuttavia che, nei quattro secoli tra i massacri delle comunità ebraiche mitteeuropee perpetrati dai pellegrini «crociati» nella primavera del 1096 e l’espulsione degli ebrei dalla Spagna cristiana - con il corollario della limpieza de sangre, che odora tanto sinistramente di materialismo nazista -, attraverso le espulsioni delle comunità ebraiche dalla Francia e dall’Inghilterra e l’insorgere delle calunniose leggende legate alle accuse d’infanticidio rituale, maturò in Europa qualcosa che andava oltre l’antigiudaismo dell’apologetica e della scolastica. Lo stesso culto eucaristico si affermò tra Due e Trecento a colpi di pogrom contro gli ebrei accusati di rubare e di profanare ostie consacrate: col che, fra l’altro, si andava stendendo su di loro un altro sospetto, quello di stregoneria. Una gran brutta storia. Ma un bel libro, che porta splendidamente gli anni che ha e che va letto. Anche perché pare proprio che il ventre che nel Medioevo partorì quelle orribili fantasie torni anche ai nostri tempi, di tanto in tanto, a rifarsi fecondo.
Bernhard Blumenkranz, Il cappello a punta. L’ebreo medievale nello specchio dell’arte cristiana, Laterza, XI-172 pagine, 28 euro