La Ferrari è come il Brasile del calcio: parte, ormai, sempre favorita. Ed è sinonimo di bellezza, fantasia, precisione, con Schumacher (quattro mondiali consecutivi vinti: 2000, 2001, 2002, 2003) che è Pelé e Barrichello che assomiglia a Zico. Anche per questa stagione, è la Rossa a dominare la scena, a mettere i brividi agli avversari, a far delirare lo sterminato popolo di tifosi. La Ferrari appartiene, da tempo, alla nostra vita sociale e culturale, ed è anche qualcosa in più: poesia pura. E nel decennale della morte di Ayrton Senna, hanno colpito nel cuore le parole di Jean Todt, lo stratega di Maranello, il deus ex machina di tanti insperati trionfi: «Ayrton mi aveva confidato di voler pilotare la Rossa». Che malinconia, oggi, questo sogno frantumato. Senna è stato il Pilota Mito, il ricco che aveva l’anima del povero, il fuoriclasse dal sorriso perennemente sospeso fra tristezza e stupore, è stato il Mané Garrincha consapevole e colto, il simbolo di un Brasile generoso e forte. Con la Ferrari avrebbe vinto molto, ma quel primo maggio dell’84 a Imola ha cancellato la speranza, lasciando la Formula Uno più povera. Questi sono gli anni della Ferrari. Di un successo senza fine, costruito giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Un uomo, soprattutto, su tutti: Luca Cordero di Montezemolo, presidente e autentica guida manageriale-spirituale. Maranello è diventata la sua seconda casa: direttore sportivo dal 1973 al 1977, due mondiali con Lauda; dal 1991 presidente e amministratore delegato, con le quattro vittorie di Schumacher e i cinque titoli costruttori. Sotto la sua gestione è rinata la Maserati; grazie al suo esempio e alle sue intuizioni la Ferrari è ritornata a rappresentare l’Italia bella e convincente, l’Italia dell’industria in salute, di una cultura artigianale che si è sposata alla perfezione con le più moderne e sofisticate tecnologie.
Montezemolo ha avuto, e continua ad avere, due fondamentali punti di riferimento: Enzo Ferrari e, soprattutto, Giovanni Agnelli. L’Avvocato è sempre presente in ogni suo momento, lo ricorda con affetto e commozione. Aveva appena diciotto anni, Luca, quando incontrò il padre-padrone della Fiat: il loro è stato un rapporto intenso, da padre e figlio, fatto di consigli, di insegnamenti, di giorni indimenticabili, vissuti fianco a fianco, dietro gli assi dello sport. Montezemolo tutti i giorni «parla» con Agnelli: gli confida i suoi desideri, le sue pene, le sue gioie. Quel filo non si è interrotto, e non si interromperà mai. È un pane quotidiano. È una bellissima, struggente storia infinita. L’ultimo mondiale aveva l’inevitabile dedica: a Giovanni Agnelli, per tutto. Conosco Luca Cordero di Montezemolo dal 1990. Dai tempi, cioè, del mondiale d’Italia che il presidente della Ferrari mise in piedi in maniera impeccabile. A tal punto che gli americani, nel ’94, gli chiesero consigli e proposte. Il «come si fa». Gli azzurri di Vicini vennero eliminati nella semifinale di Napoli dall’Argentina. Il gol di Totò Schillaci, il pareggio di Caniggia (su uno svarione del portiere Zenga), poi gli errori, sempre fatali per noi, ai rigori. Arrivammo terzi, davanti all’Inghilterra di Paul Gascoigne. La Coppa finì alla Germania, con Maradona che, insultato dai tifosi romani, pianse sul petto di Montezemolo. Un’immagine, quella, diventata manifesto, icona. Montezemolo è un appassionato e un intenditore di football. Tifoso del Bologna e ala destra, proprio come Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che definì il pallone «un linguaggio», è vice-presidente della società felsinea, dopo essere stato l’erede di Boniperti alla Juventus, in qualità di vice-presidente esecutivo. E un debole per i colori bianconeri lo ha sempre avuto: vuoi per Agnelli, vuoi perché il suo idolo da ragazzo, oltre a Giacomino Bulgarelli, era il cabezon Omar Sivori, uno degli angeli dalla faccia sporca. Ma Luca segue il ciclismo e la boxe, ama la vela, legge avidamente Conrad e definisce i Mari del Sud «un luogo dell’anima». L’automobilismo rappresenta «una scelta di vita». Ed è impossibile pensare alla Ferrari senza fare riferimento a questo eterno ragazzo, uno dalle idee chiare e dalla simpatia che ti contagia.
È popolare, ricco, famoso, ma si definisce «un tipo da bar», uno che non ha smarrito le radici provinciali e racconta, con nostalgia, di quando, ragazzino, andava dai vicini di casa a guardare in televisione Lascia o raddoppia: erano le stagioni dei pochi soldi in tasca e delle mille utopie da realizzare, erano le stagioni di un felice apprendistato alla vita. Sì, è un ragazzino Luca Cordero di Montezemolo. Che rimpiange gli anni Sessanta delle canzoni e delle attese, dello sport che si ascoltava alla radio, quando Benvenuti metteva alle corde Griffith, l’epoca di Barry White e di Michele, di un’Italia che sapeva rimboccarsi le maniche, pur tra le tante contraddizioni economiche e politiche. L’Italia di adesso lo lascia perplesso, un’Italia dai molti valori, per carità, ma che un po’ si è imborghesita, che ha poca voglia di sacrificarsi.
Un’Italia che sembra, talvolta, quella rissosa di certi Bar Sport, dove a dominare sono le chiacchiere, i toni accesi. I maestri, d’altra parte, non ci sono più. Quegli scrittori che, narrando il calcio, portarono il giornalismo sportivo in Serie A. Giovanni Arpino, Gianni Brera, Oreste del Buono. Quelle pagine belle che consolavano, che aiutavano a crescere e capire. Luca Cordero di Montezemolo è, come Fernando Pessoa, «una sola moltitudine». E anche il suo «baule» è «pieno di gente». Di ricordi e meraviglie, di orizzonti da raggiungere, di personaggi, di frammenti fondamentali, di schegge di un luminoso passato. La Ferrari è lo «specchio» del suo presidente. Per questo continuerà a raccogliere allori. E a Maranello si sentiranno di nuovo i rintocchi delle campane suonate a festa. Per le prodezze di Schumacher e del suo fido scudiero Barrichello. Per Montezemolo, il novello Peter Pan, che ha ridato alla Formula Uno il brivido di una Rossa affascinante, spavalda, imbattibile.La Ferrari è come il Brasile del calcio: parte, ormai, sempre favorita. Ed è sinonimo di bellezza, fantasia, precisione, con Schumacher (quattro mondiali consecutivi vinti: 2000, 2001, 2002, 2003) che è Pelé e Barrichello che assomiglia a Zico. Anche per questa stagione, è la Rossa a dominare la scena, a mettere i brividi agli avversari, a far delirare lo sterminato popolo di tifosi. La Ferrari appartiene, da tempo, alla nostra vita sociale e culturale, ed è anche qualcosa in più: poesia pura. E nel decennale della morte di Ayrton Senna, hanno colpito nel cuore le parole di Jean Todt, lo stratega di Maranello, il deus ex machina di tanti insperati trionfi: «Ayrton mi aveva confidato di voler pilotare la Rossa». Che malinconia, oggi, questo sogno frantumato. Senna è stato il Pilota Mito, il ricco che aveva l’anima del povero, il fuoriclasse dal sorriso perennemente sospeso fra tristezza e stupore, è stato il Mané Garrincha consapevole e colto, il simbolo di un Brasile generoso e forte. Con la Ferrari avrebbe vinto molto, ma quel primo maggio dell’84 a Imola ha cancellato la speranza, lasciando la Formula Uno più povera. Questi sono gli anni della Ferrari. Di un successo senza fine, costruito giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Un uomo, soprattutto, su tutti: Luca Cordero di Montezemolo, presidente e autentica guida manageriale-spirituale. Maranello è diventata la sua seconda casa: direttore sportivo dal 1973 al 1977, due mondiali con Lauda; dal 1991 presidente e amministratore delegato, con le quattro vittorie di Schumacher e i cinque titoli costruttori. Sotto la sua gestione è rinata la Maserati; grazie al suo esempio e alle sue intuizioni la Ferrari è ritornata a rappresentare l’Italia bella e convincente, l’Italia dell’industria in salute, di una cultura artigianale che si è sposata alla perfezione con le più moderne e sofisticate tecnologie.
Montezemolo ha avuto, e continua ad avere, due fondamentali punti di riferimento: Enzo Ferrari e, soprattutto, Giovanni Agnelli. L’Avvocato è sempre presente in ogni suo momento, lo ricorda con affetto e commozione. Aveva appena diciotto anni, Luca, quando incontrò il padre-padrone della Fiat: il loro è stato un rapporto intenso, da padre e figlio, fatto di consigli, di insegnamenti, di giorni indimenticabili, vissuti fianco a fianco, dietro gli assi dello sport. Montezemolo tutti i giorni «parla» con Agnelli: gli confida i suoi desideri, le sue pene, le sue gioie. Quel filo non si è interrotto, e non si interromperà mai. È un pane quotidiano. È una bellissima, struggente storia infinita. L’ultimo mondiale aveva l’inevitabile dedica: a Giovanni Agnelli, per tutto. Conosco Luca Cordero di Montezemolo dal 1990. Dai tempi, cioè, del mondiale d’Italia che il presidente della Ferrari mise in piedi in maniera impeccabile. A tal punto che gli americani, nel ’94, gli chiesero consigli e proposte. Il «come si fa». Gli azzurri di Vicini vennero eliminati nella semifinale di Napoli dall’Argentina. Il gol di Totò Schillaci, il pareggio di Caniggia (su uno svarione del portiere Zenga), poi gli errori, sempre fatali per noi, ai rigori. Arrivammo terzi, davanti all’Inghilterra di Paul Gascoigne. La Coppa finì alla Germania, con Maradona che, insultato dai tifosi romani, pianse sul petto di Montezemolo. Un’immagine, quella, diventata manifesto, icona. Montezemolo è un appassionato e un intenditore di football. Tifoso del Bologna e ala destra, proprio come Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che definì il pallone «un linguaggio», è vice-presidente della società felsinea, dopo essere stato l’erede di Boniperti alla Juventus, in qualità di vice-presidente esecutivo. E un debole per i colori bianconeri lo ha sempre avuto: vuoi per Agnelli, vuoi perché il suo idolo da ragazzo, oltre a Giacomino Bulgarelli, era il cabezon Omar Sivori, uno degli angeli dalla faccia sporca. Ma Luca segue il ciclismo e la boxe, ama la vela, legge avidamente Conrad e definisce i Mari del Sud «un luogo dell’anima». L’automobilismo rappresenta «una scelta di vita». Ed è impossibile pensare alla Ferrari senza fare riferimento a questo eterno ragazzo, uno dalle idee chiare e dalla simpatia che ti contagia.
È popolare, ricco, famoso, ma si definisce «un tipo da bar», uno che non ha smarrito le radici provinciali e racconta, con nostalgia, di quando, ragazzino, andava dai vicini di casa a guardare in televisione Lascia o raddoppia: erano le stagioni dei pochi soldi in tasca e delle mille utopie da realizzare, erano le stagioni di un felice apprendistato alla vita. Sì, è un ragazzino Luca Cordero di Montezemolo. Che rimpiange gli anni Sessanta delle canzoni e delle attese, dello sport che si ascoltava alla radio, quando Benvenuti metteva alle corde Griffith, l’epoca di Barry White e di Michele, di un’Italia che sapeva rimboccarsi le maniche, pur tra le tante contraddizioni economiche e politiche. L’Italia di adesso lo lascia perplesso, un’Italia dai molti valori, per carità, ma che un po’ si è imborghesita, che ha poca voglia di sacrificarsi.
Un’Italia che sembra, talvolta, quella rissosa di certi Bar Sport, dove a dominare sono le chiacchiere, i toni accesi. I maestri, d’altra parte, non ci sono più. Quegli scrittori che, narrando il calcio, portarono il giornalismo sportivo in Serie A. Giovanni Arpino, Gianni Brera, Oreste del Buono. Quelle pagine belle che consolavano, che aiutavano a crescere e capire. Luca Cordero di Montezemolo è, come Fernando Pessoa, «una sola moltitudine». E anche il suo «baule» è «pieno di gente». Di ricordi e meraviglie, di orizzonti da raggiungere, di personaggi, di frammenti fondamentali, di schegge di un luminoso passato. La Ferrari è lo «specchio» del suo presidente. Per questo continuerà a raccogliere allori. E a Maranello si sentiranno di nuovo i rintocchi delle campane suonate a festa. Per le prodezze di Schumacher e del suo fido scudiero Barrichello. Per Montezemolo, il novello Peter Pan, che ha ridato alla Formula Uno il brivido di una Rossa affascinante, spavalda, imbattibile.La Ferrari è come il Brasile del calcio: parte, ormai, sempre favorita. Ed è sinonimo di bellezza, fantasia, precisione, con Schumacher (quattro mondiali consecutivi vinti: 2000, 2001, 2002, 2003) che è Pelé e Barrichello che assomiglia a Zico. Anche per questa stagione, è la Rossa a dominare la scena, a mettere i brividi agli avversari, a far delirare lo sterminato popolo di tifosi. La Ferrari appartiene, da tempo, alla nostra vita sociale e culturale, ed è anche qualcosa in più: poesia pura. E nel decennale della morte di Ayrton Senna, hanno colpito nel cuore le parole di Jean Todt, lo stratega di Maranello, il deus ex machina di tanti insperati trionfi: «Ayrton mi aveva confidato di voler pilotare la Rossa». Che malinconia, oggi, questo sogno frantumato. Senna è stato il Pilota Mito, il ricco che aveva l’anima del povero, il fuoriclasse dal sorriso perennemente sospeso fra tristezza e stupore, è stato il Mané Garrincha consapevole e colto, il simbolo di un Brasile generoso e forte. Con la Ferrari avrebbe vinto molto, ma quel primo maggio dell’84 a Imola ha cancellato la speranza, lasciando la Formula Uno più povera. Questi sono gli anni della Ferrari. Di un successo senza fine, costruito giorno dopo giorno, fatica dopo fatica. Un uomo, soprattutto, su tutti: Luca Cordero di Montezemolo, presidente e autentica guida manageriale-spirituale. Maranello è diventata la sua seconda casa: direttore sportivo dal 1973 al 1977, due mondiali con Lauda; dal 1991 presidente e amministratore delegato, con le quattro vittorie di Schumacher e i cinque titoli costruttori. Sotto la sua gestione è rinata la Maserati; grazie al suo esempio e alle sue intuizioni la Ferrari è ritornata a rappresentare l’Italia bella e convincente, l’Italia dell’industria in salute, di una cultura artigianale che si è sposata alla perfezione con le più moderne e sofisticate tecnologie.
Montezemolo ha avuto, e continua ad avere, due fondamentali punti di riferimento: Enzo Ferrari e, soprattutto, Giovanni Agnelli. L’Avvocato è sempre presente in ogni suo momento, lo ricorda con affetto e commozione. Aveva appena diciotto anni, Luca, quando incontrò il padre-padrone della Fiat: il loro è stato un rapporto intenso, da padre e figlio, fatto di consigli, di insegnamenti, di giorni indimenticabili, vissuti fianco a fianco, dietro gli assi dello sport. Montezemolo tutti i giorni «parla» con Agnelli: gli confida i suoi desideri, le sue pene, le sue gioie. Quel filo non si è interrotto, e non si interromperà mai. È un pane quotidiano. È una bellissima, struggente storia infinita. L’ultimo mondiale aveva l’inevitabile dedica: a Giovanni Agnelli, per tutto. Conosco Luca Cordero di Montezemolo dal 1990. Dai tempi, cioè, del mondiale d’Italia che il presidente della Ferrari mise in piedi in maniera impeccabile. A tal punto che gli americani, nel ’94, gli chiesero consigli e proposte. Il «come si fa». Gli azzurri di Vicini vennero eliminati nella semifinale di Napoli dall’Argentina. Il gol di Totò Schillaci, il pareggio di Caniggia (su uno svarione del portiere Zenga), poi gli errori, sempre fatali per noi, ai rigori. Arrivammo terzi, davanti all’Inghilterra di Paul Gascoigne. La Coppa finì alla Germania, con Maradona che, insultato dai tifosi romani, pianse sul petto di Montezemolo. Un’immagine, quella, diventata manifesto, icona. Montezemolo è un appassionato e un intenditore di football. Tifoso del Bologna e ala destra, proprio come Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale che definì il pallone «un linguaggio», è vice-presidente della società felsinea, dopo essere stato l’erede di Boniperti alla Juventus, in qualità di vice-presidente esecutivo. E un debole per i colori bianconeri lo ha sempre avuto: vuoi per Agnelli, vuoi perché il suo idolo da ragazzo, oltre a Giacomino Bulgarelli, era il cabezon Omar Sivori, uno degli angeli dalla faccia sporca. Ma Luca segue il ciclismo e la boxe, ama la vela, legge avidamente Conrad e definisce i Mari del Sud «un luogo dell’anima». L’automobilismo rappresenta «una scelta di vita». Ed è impossibile pensare alla Ferrari senza fare riferimento a questo eterno ragazzo, uno dalle idee chiare e dalla simpatia che ti contagia.
È popolare, ricco, famoso, ma si definisce «un tipo da bar», uno che non ha smarrito le radici provinciali e racconta, con nostalgia, di quando, ragazzino, andava dai vicini di casa a guardare in televisione Lascia o raddoppia: erano le stagioni dei pochi soldi in tasca e delle mille utopie da realizzare, erano le stagioni di un felice apprendistato alla vita. Sì, è un ragazzino Luca Cordero di Montezemolo. Che rimpiange gli anni Sessanta delle canzoni e delle attese, dello sport che si ascoltava alla radio, quando Benvenuti metteva alle corde Griffith, l’epoca di Barry White e di Michele, di un’Italia che sapeva rimboccarsi le maniche, pur tra le tante contraddizioni economiche e politiche. L’Italia di adesso lo lascia perplesso, un’Italia dai molti valori, per carità, ma che un po’ si è imborghesita, che ha poca voglia di sacrificarsi.
Un’Italia che sembra, talvolta, quella rissosa di certi Bar Sport, dove a dominare sono le chiacchiere, i toni accesi. I maestri, d’altra parte, non ci sono più. Quegli scrittori che, narrando il calcio, portarono il giornalismo sportivo in Serie A. Giovanni Arpino, Gianni Brera, Oreste del Buono. Quelle pagine belle che consolavano, che aiutavano a crescere e capire. Luca Cordero di Montezemolo è, come Fernando Pessoa, «una sola moltitudine». E anche il suo «baule» è «pieno di gente». Di ricordi e meraviglie, di orizzonti da raggiungere, di personaggi, di frammenti fondamentali, di schegge di un luminoso passato. La Ferrari è lo «specchio» del suo presidente. Per questo continuerà a raccogliere allori. E a Maranello si sentiranno di nuovo i rintocchi delle campane suonate a festa. Per le prodezze di Schumacher e del suo fido scudiero Barrichello. Per Montezemolo, il novello Peter Pan, che ha ridato alla Formula Uno il brivido di una Rossa affascinante, spavalda, imbattibile.