
Proprio come in un film. Magari mescolandovi il cinema di documentazione con quello di finzione. Con una sceneggiatura che lega insieme la narrazione in prima persona di una donna immaginaria - capace magicamente di vivere un’intera stagione del nostro cinema agguantato nella sua vena più fertile nel cuore del Novecento - e le testimonianze dirette dei suoi protagonisti, da lei introdotti e felicemente proiettati a fornire, in cifra di monologo, una preziosa serie di informazioni, di aneddoti, di ricordi. Quello di Silvio Danese (giornalista e critico cinematografico nonché valente operatore culturale), introdotto da una lucida prefazione di Mario Nicolao, è uno di quei libri da non perdere. Perché tra le sue pagine si muove dinamicamente - direi quasi in «viva voce», un cinema non altrimenti rintracciabile: così lontano da enciclopedie, quadri storiografici e orizzonti saggistici, eppure altrettanto vicino alla sua vera essenza e alla sua immagine più vivida. Fatta di memorie stimolanti ma non per questo meno intensa a livello di rimandi storici, di scelte stilistiche, di riferimenti strutturali.
Una «voce fuori campo», così, introduce i brani di Tullio Pinelli, Luigi Comencini, Mario Monicelli, Dino Risi, Giulio Andreotti, Carlo Lizzani, Benvenuti & De Bernardi, Alberto Sordi, Rodolfo Sonego, Dino De Laurentiis, Age & Scarpelli, Enrico Lucherini, Luciano Emmer, Ugo Pirro, Pietro Ingrao, Gillo Pontecorvo, Suso Cecchi d’Amico, Francesco Rosi, Franco Zeffirelli, Carlo Rustichelli, Tonino Delli Colli, Morando Morandini, Luigi Malerba, Franca Valeri, Nino Manfredi, Natalia Aspesi, Valentina Cortese, Ettore Scola, Paolo e Vittorio Taviani, Ermanno Olmi, Enrico Grezzi. In coda, una postfazione dell’autore, che scrive: «Non so bene di chi è questo libro. Non è mio. O quantomeno non riesco a stabilire un confine». Ma il libro è decisamente suo, che lo ha, per così dire, inventato e lo ha plasmato strada facendo, con i suoi «monologhi sollecitati, autoritratti istigati, sculture scritte. Sono partito - scrive ancora Danese - dal bisogno di incontrare e ascoltare alcune persone. Interviste, diciamo. Interviste ai vecchi. I fondatori del cinema italiano sullo sfondo dei decenni di gesta e illusioni, guerre e ricostruzioni (…) I vecchi, dopotutto, sono sempre nuovi. Loro non fanno un compendio della vita per figurarsi in un punto, in un passaggio. Loro non hanno più passaggio. Sono definitivamente presi dal tempo, come l’istante fotografico che racconta tutto il prima e tutto il dopo».
Bellissimi e affascinanti concetti, dietro ai quali c’è la natura stessa del cinema. Nel libro, immortali come tutte le figure che quel cinema hanno fatto grande, ci sono i personaggi vivi e quelli che, nel frattempo se ne sono andati ma restano sempre vivi. Ombre tenere, parlanti e non sfuggenti. Come quella di Sonego, quando ricorda l’irresistibile ascesa di Sordi con Il seduttore che «comunque fu un boom. Succede, a volte, nel cinema. Sordi ammazzò tutti. Non rimase più nulla di Walter Chiari, di Macario, di Rascel. Dei comici del momento e perfino dei loro registi, come Mattoli. Tutto quel cinema diciamo brillante e artificiale che veniva dal varietà si trovò spiazzato». In poche parole la descrizione di un fenomeno prorompente, raramente descritto che tanta realistica immediatezza. E bastano queste poche righe a dire della ricchezza di tutto il libro.
Silvio Danese, Anni fuggenti. Il romanzo del cinema italiano, Bompiani, 499 pagine, 9,50 euro