
Potremmo mettere in riga dei nomi (che pure hanno un sapore fragrantissimo, per chi ama certi pittori eccentrici) come Antiveduto Gramatica, Serodine, il Maestro dell’annuncio ai pastori, Vermiglio, Guarino, Coccapani, di cui in questo saggio ampiamente si parla (giustamente in ginocchio nei confronti della scrittura e spesso della veggenza, non importa se perfettibile, di Longhi) sino alla figura misteriosa e suggestiva del caravaggesco Venanzio l’eremita. Ma sarebbe un errore marchiano. Perché il vero interesse di questo libro consiste proprio nel tracciato, apparentemente svagato e sapientemente capriccioso (nel senso di Hoffmann, di Jean Paul, dei nostri grandi saggisti d’antan, stendheliani e fantasiosi) con cui Massimo Pullini fa in realtà opera di sottile attribuzionismo attendibile.
Ma apparentemente parlando d’altro, divagando, conversando con lo sguardo curioso del lettore. E soprattutto catturandolo, con una scrittura assai letteraria, sia pure ben mascherata e leggera, e intrattenendolo a proposito del soggetto, poco sfruttato e romanzesco, di alcuni rebus intriganti della storia della pittura. E in particolare del vago e avventuroso mestiere del conoscitore-detective. Per esempio ci troviamo spesso qui sul ciglio estremo d’una monografia che sta per essere mandata in tipografia, ed ecco che dai documenti vien fuori che il nome dell’artista era tutt’un altro e si ricomincia (non a caso Pullini da buon cinefilo cita la Ronde di Schnitzler-Ophuls). Che noia, la forma abusata d’un saggio così avvincente che pare un poliziesco (dove il testo da decifrare finge di essere un cadavere). Eppure è innegabile che la storia periclitante della pittura (Zeri diceva: non è vero che i quadri anomini si assottiglino col procedere delle conoscenze, anzi, aumentano a vista d’occhio) procede per enigmi, per azzardi, per incrollabili saccenze poi beneficamente contraddette, ed è ancor più vero che nelle sue viscere, mai abbastanza sondate, occulta ancora dei rebus, degli enigmi, dei segreti reconditi.
Del resto la pittura, che dalle origini è stata considerata «bibbia dei poveri», scrittura d’immagine per incolpevoli analfabeti, nel passare da lingua scritta a figura dipinta, non si propone spesso proprio come un rebus, un codice cifrato, un testo stratificato e polisenso? E come mai gli storici dell’arte così poco si sono interrogati su uno di questi enigmi, il fatto che raramente gli artisti sentono il bisogno di firmarsi? Forse difendono inconsciamente e istericamente un privilegio, che è meglio non indagare (se i quadri e gli affreschi fossero tutti firmati, che ci starebbero a fare gli attribuzionisti)? Ma perché dunque? Motivi religiosi di umiltà devota? Coerenza nei confronti della confluenza degli allievi di bottega? Statuto sociale che prevede comunque un benestare preventivo della committenza? Orgoglio «moderno» in una «firma» stilistica-pittorica, che rende inutile e superflua quella «catastale»? Lavorando su questa «lacuna» fondamentale e con grande sapienza compositiva, Pullini conduce il suo gioco di mosaico ben orchestrato, capace di passare dalla notula filologica a piè di pagina al Wittgenstein di Jarman, dall’ex-Carlo di Camerino al coriaceo segreto d’una tela di Budapest, da cui tutto l’intrigo è partito, senza mai trascurare il tema-chiave: perché esistono maestri senza dipinti e dipinti senza nome di maestri?
Massimo Pullini, La mano nascosta, Medusa, 92 pagine, 16.50 euro