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L’olocausto silenzioso denunciato da Suad

LIBERAL FONDAZIONE
di Annamaria Guadagni
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Uscire da un rogo sacrificale e poter raccontare cosa resta di te, il dolore del corpo divorato dalle fiamme e quello dell’anima, che deve trovare le risorse per vivere, sopportando un odio così potente da produrre l’annientamento, da voler ridurre l’altro a un mucchietto di cenere. Sono passati molti anni da quando Suad si mise a correre avvolta da una palla di fuoco: il ricordo di quei momenti è una ferita della memoria scritta sulla pelle martoriata. Suad è rimasta a lungo tra la vita e la morte e per ricostruirsi ha subito ventisette operazioni. Nell’anno del fuoco, era una ragazza cresciuta in un villaggio della Cisgiordania, suddita di un padre che per lei aveva decretato: niente scuola, solo lavori domestici. Quel padre aveva emesso la sentenza per punire una gravidanza colpevole: il giovane corpo che lievita per un amore proibito e fa scivolare Suad nella condizione di «charmuta, una puttana che doveva scomparire dalla faccia della terra». L’esecuzione toccò al cognato: versare la benzina e dare fuoco. Ma lei non morì, finì in ospedale, miracolosamente riuscì a partorire. Sopravvisse finché un’organizzazione umanitaria la portò a curarsi in Europa. Tutta questa storia è oggi raccontata in Bruciata viva, pubblicato in italiano da Piemme e già in vetta alle classifiche di vendita: in Francia il libro ha venduto più di 300 mila copie e se ne prevede la traduzione in diciotto Paesi.
Oggi Suad è sposata e ha tre figli, si presenta in pubblico con il viso coperto da una maschera per non farsi riconoscere e proteggere la sua nuova vita. In Europa è rinata e ha preso la parola per denunciare l’orrore: secondo le Nazioni Unite, ogni anno, nel mondo, almeno cinquemila donne di ogni età vengono condannate a morte per aver macchiato l’onore della famiglia. Ma è ragionevole pensare che stimare l’entità reale del fenomeno sia piuttosto difficile: è un olocausto silenzioso. Suad, che concede la voce e non i lineamenti usciti dal fuoco, sapeva benissimo di correre il rischio di una punizione tremenda, racconta la sua sfida contro la morte in modo piano, il suo sembra un canto doloroso, pudico, casto. Questo libro è un lungo racconto orale: ha il tono di una storia raccontata alle sorelle. Non per ammonire e dissuadere, come spesso è stato nell’intento della tradizione orale, ma per dire alle altre che ci può essere rinascita di là dal fuoco. La sua forza è nella semplicità, nel tono sommesso, nello scansare accuratamente l’ebbrezza del martirio. In un mondo che di martiri sembra essere così pericolosamente ebbro, Suad sa che il segreto della vita è nella forza dei gesti più semplici: commuove e incanta per questo. Mentre libri come Bruciata viva sfondano le classifiche di vendita nelle librerie del mondo occidentale spaventato dall’assedio di quest’altro mondo, povero, tirannico, che pratica ancora l’apartheid sessuale. Il loro successo cammina col respiro affannoso del mondo globale. Suad è già la nostra vicina di casa, la ragazza dalla pelle appena un po’ più scura incontrata sull’autobus, la sorella o la fidanzata di uno sconosciuto che potrebbe già camminare per le nostre strade con le scarpe imbottite di esplosivo. Ascoltare queste voci e assumere responsabilità per il diritto alla vita di queste donne, non è soltato eticamente giusto: è anche un modo per comprendere qualcosa che già ci appartiene, è già «nostro».

Suad, Bruciata viva, Piemme, 254 pagine, 14,90 euro
 

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