
Quale termine accorciato di automobile o, più in generale, di autoveicolo è l’iniziale bisillabo a essere usato per comporre una lunga serie di parole. Che, come nel neologismo della nostra rubrica, rimandano a questioni variamente collegate alle moderne quattro ruote e riguardanti situazioni anche le più disparate.
Succede, così, di trovare due titoli che cominciano con l’identico prefisso, ma nei quali ben diversi sono la materia del narrare e il taglio dello scrivere. Nel primo caso (Vikram Seth, Autostop per l’Himalaya, Edt editore, 198 pagine, 9,30 euro), l’autore è nato in India e, dopo aver studiato negli Stati Uniti, fruisce di una borsa di studio per un soggiorno in Cina. Al cui termine matura il desiderio di andare in Tibet, «dovuto in gran parte al fascino che circonda l’ignoto», e di attraversarlo per raggiungere, dopo Lhasa, il Nepal e da lì rientrare a Delhi. Una possibilità che prende forma quando, in una sperduta stazione di polizia, un volonteroso funzionario «va verso un armadio, apre la serratura e tira fuori il magico timbro. Stento a credere alla mia fortuna - osserva il richiedente - e fuori, sotto il sole bruciante, esamino i caratteri a inchiostro e i bolli rossi ufficiali sul visto: il numero di conferma è lo 00001». A questo punto resta da combinare la meta con le limitate risorse finanziarie, che impediscono al giovane viaggiatore l’uso dell’aereo e la scelta è quella di fare l’autostop. Iniziando da un polveroso parcheggio che segna l’inizio della strada meridionale per il Tibet: «Metto a terra il mio bagaglio - annota l’autore - tiro fuori la mia cartina e scrivo sul retro Lhasa, sia in inglese sia in cinese.
Dopo un’ora vedo un camion che avanza molto lentamente, gli occhi del camionista incontrano i miei, il camion si ferma». È un diesel giapponese, di marca Isuzu, e metà del motore è senza copertura per evitare che il motore si surriscaldi, lungo i duri percorsi di montagna. Inizia così un avventuroso itinerario che, in più giorni, raggiungerà il Tibet attraverso un passo a 5.400 metri e su strade dissestate dalle abbondanti piogge. Con il camion che non di rado si impantana e deve ricorrere all’aiuto dei contadini, per rimettersi in marcia lungo una via spesso ostruita da mandrie di yak, che si disperdono al suono del clacson. Sinché il lungo autostop si avvia al termine «nell’ampia valle del fiume Lhasa, con campi di frumento e orzo, alberi alti e, molto lontano, il piano verticale del Potala, monolitico e di immensa grandiosità, bianco, rosa pallido, rosso e oro».
Di tutt’altro genere il testo che uno degli esponenti di spicco del noir italiano (Carlo Lucarelli, Autosole, Rizzoli, 120 pagine, 9,50 euro) confeziona intorno a un gigantesco ingorgo. Immancabilmente scattato il 1° agosto e lungo la principale autostrada italiana, che «diventa un serpente dalle scaglie fitte, che lentamente si allunga, si stende, abbagliante di riflessi, e attende, immobile, sotto il sole, respirando piano al ritmo roco dei motori accesi». Con i nevrotici comportamenti dei conducenti di vetture, i cui marchi commerciali danno il titolo a brevi racconti nei quali si intrecciano vicende che legano, l’uno all’altro, i prigionieri dell’autostrada. In una sequenza che si snoda giorno dietro giorno, senza che si riesca «a vedere la fine di quella coda infinita, talmente lunga che si perde all’orizzonte. E che succede - conclude causticamente Lucarelli - se non la finiamo mai più?».