
Bono ha dichiarato che With Or Without You, imprescindibile canzone degli U2, non sarebbe mai esistita senza il flusso ispirativo di Climate Of Hunter, l’album che Scott Walker pubblicò nel 1983. Il più grande rimpianto di David Bowie? Non aver collaborato con Scott Walker, spesso «imitato» nella voce fino all’identificazione totale. Anche Bryan Ferry, Nick Cave, Damon Albarn dei Blur e Thom Yorke dei Radiohead l’hanno ascoltato e metabolizzato sino allo sfinimento. Ha detto Marc Almond dei Soft Cell: «C’è un solo Scott Walker. Tutti gli altri sono spettatori». Il cofanetto 5 Easy Pieces, 93 brani per 6 ore d’ascolto, è la resa dei conti dell’uomo ombra. Perché Scott Walker esiste. E non esiste. Come Syd Barrett. E come tutti gli uomini ombra della musica promette da anni un nuovo disco lasciandoci col fiato sospeso a riascoltare l’ultimo, cupo e sperimentale Tilt (’95), Ute Lemper che si tuffa nelle sue canzoni e i Pulp che indossano i suoi superbi arrangiamenti orchestrali. Voce purpurea dal vizioso vibrato e dai picchi baritonali, Noel Scott Engel è nato a Hamilton, Ohio, il 9 gennaio ’43. Nel ’57, nome d’arte Scotty Engel, incide il singolo When Is A Boy A Man e sedicenne si trasferisce a Hollywood dove impara a suonare il basso sotto la guida dell’arrangiatore Jack Nitzsche. Nel ’61 entra nei Routers per poi formare col chitarrista John Maus e il batterista Gary Leeds i Dalton Brothers, che si trasformano in Walker Brothers nel ’64. E lui si battezza Scott Walker. Eseguono melodie come il miglior Burt Bacharach. Sono pop. Vincenti. Volano in Inghilterra, a meritarsi quel successo da teen-idols che non sono riusciti a ottenere in America. Per i critici Scott è un sex-symbol, il ragazzo biondo della porta accanto che, se volesse, potrebbe unirsi ai Beatles e arrampicarsi con loro in classifica.
Il problema è che i critici non hanno fatto i conti col vero Walker, che nel ’67 scioglie il gruppo (lo riunirà nel ’76 e nel ’78 per puro sfizio) spogliandosi di ogni artificio glamour. Diviene solista per fare ciò che gli riesce meglio: nascondersi. Dietro gli occhiali da sole. Nel buio pesto di una stanza. Incide quattro album isolato come Greta Garbo, facendo sedimentare le sue ansie. Crooner fino al midollo, intimista e sovversivo, Scott Walker inventa sublimi torch-songs che intrecciano cabaret e teatralità brechtiana, walzer e tango, folk e blues. Si mette a cantare pop esistenzialista, se vogliamo appiccicarci sopra un’etichetta. Incorniciando pellegrinaggi alla ricerca della canzone assoluta, 5 Easy Pieces delinea in cinque compact disc il songwriter perfetto. Si procede in ordine tematico, non cronologico. Il primo cd, intitolato In My Room, comprende i gioielli pop griffati Walker Brothers e le gemme decadenti confezionate in solitudine. Where’s The Girl?, sottotitolato Songs Of A Lady, Love And Loss, esamina invece le composizioni dedicate alle donne enfatizzando il vocabolo loss (perdita). An American In Europe focalizza l’inconscio mitteleuropeo di Scott Walker, rintracciabile nella rivisitazione del repertorio di Jacques Brel (My Death, If You Go Away, Amsterdam, Jackie) da contrapporre alle folk songs e al blues di derivazione americana. This Is How You Disappear, forse il capitolo più intrigante della raccolta, è un atipico greatest hits improntato sulle deviazioni e sperimentazioni del cantautore, che a partire dal ’67 si affranca dal «purgatorio» pop. Scott On Screen, infine, si concentra sulle colonne sonore composte dall’artista: in particolare, sui sette brani per il film Pola X diretto nel ’99 da Leos Carax. In buona sostanza, un’operazione discografica pienamente riuscita che rilancia l’uomo ombra, protagonista assoluto della musica contemporanea.
Scott Walker, 5 Easy Pieces, Mercury, 51 euro