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Non solo Norimberga

LIBERAL BIMESTRALE
di Norbert Hengstenberg
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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Il sarcofago n° 124, alla terza fila del mausoleo delle Fosse Ardeatine, raccoglie i resti di «Finzi Aldo, anni 52, tenente colonnello dell’Aeronautica». Era stato pilota della Serenissima e con Gabriele D’Annunzio aveva partecipato all’impresa del volo su Vienna, nel 1918. All’aviazione era molto legato. In quello che era il suo studio, nella villa di San Bartolomeo, tra Palestrina e Cave, alle porte di Roma, è ancora appeso al soffitto un pezzo d’ala (o di timone) segnato da fori di proiettile, una preda, forse i resti di un velivolo austriaco che aveva egli stesso abbattutto. L’aereo era la sua passione. Spesso, anche solo per andare in campagna, preferiva volare. Da casa, ai Parioli, in pochi minuti raggiungeva l’aeroporto dell’Urbe e poi da lì, rapidamente, atterrava su una piccola pista che si era fatto costruire ai margini della sua tenuta. E poi della Regia aeronautica era stato anche il fondatore, nel marzo del 1923, quando era al culmine della sua carriera politica. Già, perché Finzi era stato deputato per due legislature e membro del governo in quanto sottosegretario all’Interno nel primo governo Mussolini. Era stato un uomo di punta del fascismo, sia di quello padano, sia di quello milanese, ed era stato uno degli artefici dei primi passi del regime. Fino alla rovinosa caduta da cui non si era più tirato su, all’indomani del rapimento e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924. Era conosciuto soprattutto per questa drammatica e controversa fase della sua vita. E allora perché quel titolo di «tenente colonnello», fissato su una lastra di marmo? Certo, non deve essere stato facile prendere la decisione. Per Orazio Corsi che era falegname o per il magazziniere Tito Bernardini, le cui tombe affiancano la sua, fu semplice. Erano mestieri comuni di due persone la cui vicenda personale finì nell’imbuto della grande storia patria. Ma per Finzi fu (e resta ancora) un problema. Al punto che a scorrere diverse versioni dell’elenco dei 335 uccisi alle Ardeatine ci si accorge che a volte viene definito «agricoltore» e a volte «giornalista», mai «politico» o «parlamentare». Insomma un martire la cui identità non poteva essere dichiarata, impossibile da cancellare, imbarazzante da ricordare. Un martire scomodo. Come spiegare che tra il sangue versato per fondare l’Italia democratica c’era anche il suo, quello di uno dei personaggi più discussi e odiati del primo fascismo? Era proprio lui il personaggio al centro della foto che ricorda il fallimento dello sciopero generale legalitario del 1° agosto del 1922, l’uomo in camicia nera che guida un tram per le vie di Milano, sulla linea Porta Venezia-Piazzale Loreto, a dimostrare a tutti che l’ultima protesta era stata sconfitta. E che poi, dopo ventidue anni, era finito tra le vittime della rappresaglia tedesca per l’attentato di via Rasella. Come ci finì? Fu per caso o perché davvero, come si trova scritto un po’ frettolosamente qua e là su alcuni libri di storia, partecipò alla Resistenza? E se sì, come vi partecipò e cosa fu la sua conversione? Di fronte a queste domande per almeno mezzo secolo si è fatto finta di niente. Ed è anche successo di peggio, si è negato il problema. Nel piccolo museo allestito accanto al sacrario, il nome di Finzi è stato collocato - non si sa perché, è un arbitrio sul piano storico - nell’elenco dei 67 ufficiali, sottufficiali e soldati del Fronte clandestino militare di resistenza, l’organizzazione che faceva capo al governo Badoglio, uccisi insieme al loro comandante, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, il 24 marzo del ’44.

*****

Da una rapida inchiesta, risulta che Finzi, subito dopo l’8 settembre del 1943, cercò e trovò un contatto con gli antifascisti di Palestrina. Pietro Giovannini, ex partigiano cattolico, ex sindaco della città, ha prima cercato fra le sue carte e nel suo diario, ma senza trovare nulla, poi ha scavato nella sua memoria e ha ritrovato un’immagine e un dialogo. «Ricordo un incontro, in casa di un mio zio materno, Raffaele Galeassi, che poi all’arrivo degli alleati fu nominato sindaco dal Cln, che aveva la sua sede a Tivoli». Lui, Giovannini, era il capo della Gioventù italiana di Azione cattolica e aveva già organizzato alcune riunioni in cattedrale. Suo zio era un socialista, che durante il ventennio, alle feste comandate, soprattutto il 28 ottobre, riceveva la visita dei carabinieri e passava qualche guaio. «C’erano poi un altro noto antifascista, il fabbro ferraio Giuseppe Ilardi, ed Ernesto Puliti che aveva una macchina da piazza, una rarità in quei tempi da noi. Pensi, Puliti che sapeva suonare abbastanza bene si sedette al pianoforte e intonò l’Internazionale». Sono ricordi lontani. «Si parlò del più e del meno, della possibilità di fare qualcosa, anche se alla fine non concludemmo nulla». Finzi aveva certamente voglia di agire, «ci disse anche che era in possesso di una ricetrasmittente». Ma in quei giorni non ci fu la possibilità di decidere nulla, nonostante altri incontri, anche a Roma, in un collegio dietro Piazza Ungheria: «Alla fine perdemmo i contatti, lui non ci cercò e noi non cercammo lui. Magari riuscì a svolgere delle attività altrove». Forse i contatti cessarono perché non poteva non esserci un fondo di diffidenza. Giovannini nega «anche se poteva sorgere il sospetto che avesse dei rapporti con i tedeschi. Per quel poco che lo vedemmo noi fummo molto aperti». Ma soprattutto ricorda che provò simpatia per una persona che fino a quel momento conosceva solo di fama. «Era difficile non sapere chi fosse. Non solo aveva la sua storia, ma in quegli anni era inusuale avere una pista d’atterraggio in una proprietà e scendervi in aereo». Com’era? «Parlò molto, come si dice, ce l’aveva poche e spicce. Io fino all’armistizio ero caporalmaggiore nell’Unità ferrovieri mobilitati. Gli citai il mio comandante, il generale Umberto Perotti, di cui aprivo normalmente la posta scoprendo che aveva contatti un po’ sorprendenti per me, con gente che stava ovunque, in Russia o in Jugoslavia». Perotti sarebbe diventato il capo militare del Cln piemontese e sarebbe stato fucilato a Torino, al poligono del Martinetto, nel 1944. «Restammo a parlare a lungo di un altro ex gerarca fascista, con cui a un certo punto ho lavorato, che era stato degradato e che era soldato semplice». Un dubbio. Che fosse Leandro Arpinati? Anch’egli era stato sottosegretario all’Interno e la sua vicenda era stata grosso modo parallela a quella di Finzi: era stato a Bologna uno dei nomi di punta dello squadrismo, era stato vicesegretario del Pnf e aveva avuto la carriera spezzata in uno dei conflitti esplosi nel groviglio politica-affari del regime, tra rivalità personali e interessi concreti. Una vicenda parallela al punto che in quelle stesse settimane del ’43 Arpinati - dopo aver rifiutato una sollecitazione di Mussolini a unirsi a Salò - cominciò a cercare contatti con l’antifascismo, per poi finire ucciso da una banda di partigiani all’indomani della liberazione mentre si incontrava con un avvocato socialista, Torquato Nanni. Una stagione di destini incrociati.
Giovannini non rivide più Finzi. «C’erano tre formazioni partigiane nei Castelli Romani - una era Bandiera Rossa, anche un’altra era di sinistra, comandata da Dante Bersini, la terza era cattolica - ma a Palestrina la situazione era difficile. In dicembre il Cln spostò qui, da Monterotondo, un gruppo composto da una ventina di ex prigionieri russi evasi, che riuscivano a compiere delle azioni». Probabilmente furono proprio quei partigiani russi, i cui caduti ogni anno sarebbero stati ricordati con una cerimonia, a imbattersi in Finzi e a segnarne il destino. Comunque nella zona, a differenza di altre nei Castelli, la resistenza fu debole, anche perché nel gennaio del ’44 la città si svuotò. Era diventata una retrovia del fronte. Ci fu lo sbarco ad Anzio che, quando non c’è foschia, si riesce a vedere a occhio nudo e, proprio nella giornata del 22, un doppio bombardamento aereo, la mattina i cacciabombardieri, il pomeriggio le fortezze volanti, devastò Palestrina con il risultato che tutti ripararono in campagna, anche nelle grotte. E tutto si complicò, fra le azioni dei russi e le rappresaglie. Anche Giovannini rischiò di finire fucilato. Dopo che i partigiani uccisero un ufficiale tedesco e un milite italiano, fu rastrellato insieme ad altri, portato a Gallicano e condannato a morte. «Ma accadde che il comandante tedesco, una Ss, uscì a far due passi nei campi e saltò su una mina. Poco dopo, il suo secondo, un austriaco, ci lasciò liberi sulla parola». La casualità. Un analogo episodio, nel destino di Finzi, ebbe invece l’esito opposto.

*****

Se non ci fosse stato il diario pubblicato da Pino Levi Cavaglione, oggi non sapremmo che l’esponente del fascismo accusato di essere coinvolto nel delitto Matteotti partecipò in qualche modo alla Resistenza. Levi Cavaglione, genovese, era stato mandato dal Cln proprio nella zona di Palestrina per cercare di dare impulso alla guerriglia e alle attività di sabotaggio. Dai russi apprese che Finzi li aiutava, fornendo loro cibo e tabacco. Come fossero entrati in contatto, se fosse stato lui a cercare loro o viceversa, non si sa e probabilmente non si saprà mai. Così come dell’aiuto «morale e materiale» che prestò a un altro gruppo armato, si sa solo da una frase contenuta in un rapporto lasciato dal suo comandante, il tenente colonnello Pietro Gaspare, che guidò una formazione collegata al Partito democratico del lavoro. Comunque fosse andata Levi Cavaglione e Finzi si videro il 14 febbraio del 1944. Dalle pagine che ha lasciato era incuriosito dal personaggio. «L’impressione prodottami da quest’uomo alto, distinto, affabile nei modi e suadente nel parlare, è stata buona. Gli ho spiegato le nostre necessità. Ha promesso che intensificherà il rifornimento e che si manterrà in continuo contatto con noi per darci notizie sui movimenti delle truppe tedesche. La sua bella villa è quasi tutta occupata da un comando tedesco». Gli chiese come mai vi restasse. Alzò le spalle e rispose: «Se scappassi sarebbe peggio. Stando qui posso almeno aiutarvi. Non credo che si accorgeranno della mia attività». Poi parlarono della situazione militare. «Non ritiene che gli inglesi riescano ormai a superare lo sbarramento tedesco attorno alla testa di ponte, ma pensa che sia imminente uno sbarco a Nord di Roma». Levi Cavaglione, in quel primo incontro non resistette alla tentazione di chiedergli di parlare del delitto Matteotti («con notevole mancanza di tatto», annotò). Il suo interlocutore scosse la testa: «Dopo la liberazione potrò pubblicare come stanno veramente le cose. Io non ne ho nessuna colpa». E aggiunse che il suo antifascismo datava anzi dal delitto Matteotti perché solamente dopo quell’episodio di ferocia si accorse chi fosse Mussolini. «Parla lentamente con una punta di tristezza nella voce, con un tono staccato come se parlasse con se stesso». Il rappresentante del Cln era stato sconsigliato dall’avvicinarlo «per via del suo passato», ma - scrisse nel diario - «la situazione è però oggi tale da non permettere di guardare tanto per il sottile». Attenzione al verbo «sconsigliato»: era il segno che Finzi, nonostante tutti i suoi tentativi, era ancora un isolato. Un calcolo di prudenza lo aveva indotto a non tornare stabilmente a Roma, una città occupata, piena di pericoli per chi aveva avuto un ruolo di primo piano nel fascismo, e cercava di trovare un ruolo nella Resistenza. Ma anche lì a Palestrina era poco più che in attesa. Quanto al «suo passato», il fantasma era quello di Matteotti. E non solo.

*****

Primo frammento di passato. Nel pomeriggio del 5 agosto del 1922, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario Aldo Finzi andò a parlare a Milano con Alberto Albertini, a cui l’anno prima il fratello Luigi, senatore del Regno e una delle massime personalità politiche di quella fase della storia italiana, aveva lasciato la direzione del Corriere della sera. Nel suo diario Luigi Albertini raccontò nei dettagli il colloquio. Finzi espose apertamente un piano di colpo di Stato per imporre «magari coi revolver lo scioglimento della Camera e differire poi per un anno o due le nuove elezioni, governando per mezzo di un direttorio alla testa del quale dovrebbe essere D’Annunzio e in cui dovrebbero entrare Mussolini per i fascisti e qualche uomo politico, senatore, uomo di affari, che garantisca il buon successo del governo». Furono nominati, tra gli altri, Nitti, Agnelli e Pirelli. Alle obiezioni del direttore del Corriere «sull’assurdità del programma», il giovane deputato fascista si disse sicuro che sarebbe stato attuato. I fratelli Albertini presero sul serio l’annuncio. Si videro il giorno dopo a Gressoney, in Val d’Aosta, dove Luigi era in vacanza, e decisero di far scrivere a Luigi Einaudi - che nel 1948 sarebbe diventato presidente della Repubblica - «un fermo articolo contro il proposito di violare la costituzione e di stabilire la dittatura». Ma Luigi Albertini non si limitò a questo. Considerò la minaccia reale, il giorno dopo parlò con il prefetto di Milano, Lusignoli, che confermò «le sue apprensioni», con Finzi che ribadì «i suoi propositi, sebbene in forma esagerata» e poi cercò Gabriele D’Annunzio. Il quale, prima accettò di incontrarlo a Milano, ma poi «assediato da molte persone che volevano indurlo a favorire il colpo di Stato», gli disse che non poteva muoversi da Gardone. Ma lo tranquillizzò, dichiarandosi per il rispetto della costituzione e accettando di pubblicare sul Corriere dichiarazioni in tal senso. «Malgrado ciò - aggiunse Albertini nel suo diario - parto per Roma non completamente rassicurato. Finzi mi aveva accennato al pericolo della prima seduta dopo lo sciopero: vi poteva essere cioè un incidente grave di cui non si potevano misurare le conseguenze. Ricordo precisamente che attraversando piazza Colonna per andare ad assistere alla seduta, ho avuto la sensazione che qualche cosa di grave sarebbe accaduto nell’aula». Accadde infatti che quando il deputato comunista Repossi «dice una scempiaggine qualsiasi», Giunta fa quasi cenno di tirar fuori la rivoltella e di sparare, che il presidente della Camera De Nicola fugge «mentre avrebbe dovuto restare al suo posto», che «noi senatori, dall’alto della nostra tribuna, abbiamo la sensazione che da un minuto all’altro possa accadere qualcosa di irreparabile», che «Giunta è matto da legare, Finzi poco meno, la mano va continuamente alla tasca posteriore dei pantaloni per afferrare la rivoltella, Arpinati si porta dietro a Repossi con intenzioni non troppo chiare e viene disarmato». Ed ecco la conclusione: «La Camera non può proseguire così e il giorno dopo si chiude essendo pericoloso farla lavorare».
Finzi riapparve nel diario di Luigi Albertini nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, nelle ore della marcia su Roma. Andò al Corriere, accompagnato da Cesare Rossi (anch’egli poi coinvolto e travolto dal delitto Matteotti), e spiegò che si sarebbero impadroniti del governo, che avrebbero imposto alla stampa «il rispetto della loro volontà» e che i giornali sarebbero stati divisi in tre categorie: i favorevoli, i neutri e i contrari, i quali sarebbero stati vittime delle «più violente sanzioni». Ad Alberto che gli rispose che il Corriere «avrebbe pensato ai casi suoi», Finzi chiese «se non lo prendeva sul serio». Come noto, la reazione del giornale fu tale che, insieme all’Avanti! e alla Giustizia gli fu impedito di uscire il giorno dopo. Luigi Albertini ebbe allora un altro colloquio con Finzi, su sollecitazione del prefetto. Un colloquio «vivacissimo. Egli ha l’aria stupita che noi non gli abbiamo ubbidito. Gli dico il fatto mio, come del resto altra volta gli avevo detto che se suo zio fosse risorto dalla tomba si sarebbe bene adontato di avere un nipote così illiberale». Infine un giudizio sulla persona: «Questo Finzi, non è un cattivo figliolo, ma è un esaltato e la sua influenza su Mussolini mi pare eccessivamente perniciosa». (Per la precisione, lo zio a cui si riferiva Albertini era Giuseppe Finzi, importante figura del Risorgimento, mazziniano, coinvolto nel processo dei Martiri di Belfiore, poi fra gli organizzatori della spedizione dei Mille, infine deputato e senatore).

*****

Secondo frammento di passato. Il 30 maggio del 1924 Finzi, che era stato eletto per la seconda volta deputato del Polesine, fu tra coloro che contestarono più frequentemente Giacomo Matteotti, durante il suo ultimo discorso parlamentare, quello in cui fu chiesta la non convalida del voto del 6 aprile precedente, svoltosi in un clima di indimidazione e di violenza. Era una Camera ormai largamente dominata dai fascisti e dai loro alleati. Grazie al meccanismo maggioritario introdotto con la legge Acerbo le opposizioni erano state quasi svuotate: i democratici-liberali passarono da 210 a 45 seggi, i socialisti divisi tra unitari e massimalisti da 122 a 46, i popolari da 106 a 39, i comunisti salirono da 13 a 19 mentre i repubblicani riebbero 7 seggi e la lista di Amendola ottenne 8 mandati. Ma il risultato era frutto anche delle alleanze che Mussolini aveva saputo tessere. Vecchi liberali e democratici e non pochi cattolici e socialdemocratici, in tutto 135, avevano accettato di presentarsi nelle liste fasciste: i casi più clamorosi furono quelli di Vittorio Emanuele Orlando, capolista per la Sicilia, di Antonio Salandra, capolista per le Puglie, di Enrico De Nicola, capolista per la Campania, anche se ritiratosi all’ultimo momento. Il segretario del Partito socialista unitario sfidò un’aula ostile. Iniziò dicendo: »Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa». Fu subito interrotto e si sentì rispondere dall’on. Lupi: «È passato il tempo in cui si parlava per le tribune». Replicò fermo: «Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo Diciannovesimo». La seduta andò avanti in questo clima e non ci fu una frase pronunciata dal segretario del Partito socialista unitario che non venisse contestata. Quando parlò dell’uso della milizia che «per la legge elettorale avrebbe dovuto astenersi e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero», Farinacci disse: «Erano i balilla». Pronta la risposta: «È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla». Quando cominciò a elencare i singoli episodi, iniziò ricordando che «a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...». Ancora Farinacci: «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto». «Fareste il vostro mestiere», fu la replica.
Poi fu la volta di Finzi. A Matteotti era stato appena rinfacciato un episodio della campagna elettorale del ’19 e allora si rivolse direttamento al sottosegretario all’Interno: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919». Iniziò un aspro duello. Finzi replicò: «Michele Bianchi. Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi». E Matteotti duro, fra altre interruzioni: «Lei dice il falso. Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare». Finzi gridò: «Non è così!». Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano». Finzi: «Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei. L’onorevole Merlin cristianamente deporrà». Matteotti, chiudendo lo scontro: «L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me e nessuno fu impedito e stroncato». Finzi interruppe ancora Matteotti quando parlò del controllo esercitato sui votanti, soprattutto nelle zone rurali, «in moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo». Finzi: «Evidentemente lei non c’era. Questo metodo non fu usato». Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato». Finzi: «Lo provi». E alla sfida di pubblicare le accuse, Matteotti rispose: «Pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure; perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose». C’era a monte un vecchio duello personale diretto tra Finzi e Matteotti. Si erano scontrati nello stesso collegio elettorale e l’attrito era stato frequente. Tra i tanti episodi, il fratello di Aldo, Gino, di due anni più giovane di lui, era stato anche accusato di essere fra i mandanti di un atto di violenza nei confronti del deputato socialista, quando - era il 12 marzo del 1921 - quest’ultimo propose un contraddittorio ai fascisti di Castelguglielmo, che si concluse con il suo sequestro e con una serie di violenze in un luogo isolato, in aperta campagna. Era stato lo stesso Matteotti a indicare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’agguato, tra cui anche «i Finzi di Badia Polesine».

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Terzo frammento di passato. La carriera politica di Finzi finì nel modo peggiore, nei giorni seguenti al sequestro e all’assassinio di Matteotti, nel giugno del 1924. Uno degli uomini più potenti del nascente regime, strettamente legato a Mussolini, di cui veniva spesso pubblicamente definito «il luogotenente», presente da due anni a tutte le decisioni politiche più importanti, attivo nei rapporti con il mondo dell’industria e degli affari, uscì di scena in poche ore senza riuscire a difendersi. Anche se poi risultò che con il delitto non aveva alcun rapporto diretto, troppi erano i fili che portavano a lui, dal ruolo istituzionale che svolgeva, al legame con Cesare Rossi, alle complicità tra Dumini e Filippo Filippelli, il direttore del Corriere italiano, un giornale che aveva fondato, fatto finanziare e direttamente controllato. Poi era da tempo al centro di accuse di affarismo, giuste o ingiuste che fossero, dalla legge sulla riapertura delle case da gioco, al codice della strada che imponeva ai ciclisti il catarifrangente, alle stesse tangenti pagate dalla Sinclair. Anzi, a questo proposito, si scrisse subito sui giornali che Matteotti fosse in possesso di documenti su cui avrebbe parlato alla Camera e che erano prove contro Finzi sugli affari compiuti per i petroli, per le case da gioco e altro. Veniva additato come il capofila di una leva di speculatori al vertice del fascismo, anche se poi la sua vita non fu quella di un uomo che disponeva di grosse fortune. Quando il fratello Gino lesse sui giornali milanesi del pomeriggio la notizia delle sue dimissioni - un licenziamento deciso da Mussolini, e comunicatogli per telefono dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo - salì su un treno della notte per Roma. Arrivando la mattina presto «all’abitazione di Aldo - avrebbe scritto molti anni dopo in un testo un po’ sbiadito dal tempo - notai che almeno tre agenti polizia in abiti borghesi passeggiavano lì attorno. Trovai mio fratello di un umore assai nero e, ancor prima ch’io gli chiedessi qualche precisazione, egli mi porgeva una lettera di tre pagine a me destinata, redatta nel corso della notte. Leggendola, ebbi in breve il quadro della drammatica situazione; essa non era priva di eventuali complicazioni per Aldo, dato che le “autentiche” responsabilità della crisi non potevano essere svelate né alle gerarchie fasciste periferiche, né alla pubblica opinione, se non lasciando tempo al tempo». Era la famosa confessione contro Mussolini, scritta dopo un burrascoso incontro con Cesare Rossi e con Emilio De Bono, in ore in cui alla speranza di salvarsi con un gesto di rottura si alternava la paura per la propria vita. La fecero leggere anche a un amico giunto nel frattempo, Giorgio Schiff Giorgini, che poi ne avrebbe riferito i contenuti, ne parlarono, discussero su come cercare di uscire da una situazione impossibile. E alla fine conclusero che l’unico tentativo da fare era quello di stracciare la lettera e di incontrare proprio Mussolini. Incontro che avvenne qualche sera dopo, nella casa romana del capo del fascismo, in via Rasella, e che durò un quarto d’ora. Gino, che lo accompagnò con la rivoltella in tasca e che aspettò fuori dalla porta dello studio, riferì poi qualche battuta che il fratello gli aveva raccontato. Che Mussolini lo aveva accolto dicendogli: «Comprendo il tuo stato d’animo e le difficoltà che per te si pongono, almeno per il momento, a chiarire la tua situazione; ma che cosa dovrei dire io della mia, allorché alle minacce dell’opposizione si aggiungo ora quelle degli amici?». E alla domanda a cosa si riferisse, la risposta fu: «In prima linea a Cesarino (Rossi): so che vuole uccidermi e scappare all’estero, ma non è il solo». Al suo interlocutore Mussolini chiese solo di aver pazienza, «devi dare tempo al tempo». Era la famosa promessa, mai mantenuta, di ridargli un ruolo politico in cambio del silenzio. Ma di sicuro il colloquio fu ben più aspro. Finzi rimase schiacciato tra un’opposizione politica che vedeva in lui il simbolo di un intreccio politico-affaristico, connivente con il delitto Matteotti, e che gli chiedeva nello stesso tempo un gesto di coraggio, di dire apertamente quel che sapeva e, dall’altra parte, l’opinione diffusa tra i suoi, i fascisti, che temevano il suo possibile j’accuse, il suo memoriale, che si diceva depositato in tre copie in altrettante cassette di sicurezza bancarie, ma in realtà già stracciato, e che comunque vedevano già un tradimento nel suo modo di agire. «Aldo - scrisse ancora Gino, sfumando i fatti - per qualche tempo restò in sospetto ai gerarchi. Ne seguirono tendenze “pro” e “contro” e le reazioni, di cui non era avaro verso i suoi avversari personali, hanno forse concorso, ancora molti anni dopo a rendergli la vita difficile».
Sandro Pertini, in un appunto dell’anno successivo, del ’25, ebbe la capacità di cogliere al meglio il suo atteggiamento: «Dopo le tremende accuse fatte al suo duce, si mantenne sempre in una posizione di ambiguità, asseriva che avrebbe attaccato pubblicamente e a fondo, quando fosse stato sicuro che i suoi colpi avrebbero demolito il bersaglio. In realtà il suo avversario voleva soltanto intimorirlo, per quali fini suoi noi non sapremmo precisare. Non è però dubbio che se la situazione di Mussolini gli fosse apparsa pericolante, allora avrebbe fatto del suo meglio per rovinarla del tutto; e con ciò egli avrebbe sperato di conquistarsi l’indulgenza dei successori. Ma siccome Mussolini dispone ancora di tutto il comando, Finzi disarma. Pare che già all’Alta Corte egli avesse introdotto due testimoni per dare notizia del “vero” testo della sua famosa lettera-testamento al fratello Gino. Il “vero” testo riferito dal gen. Piccio, dall’on. Grandi e dal sen. Morello sarebbe quello di una seconda e molto attenuata versione della lettera-testamento, versione scritta quando gli mancò il coraggio di sostenere le accuse contenute nella prima».

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Sarebbe bastato il cibo e il tabacco passato ai partigiani russi a far dimenticare questo passato, anche se ormai lontano, vent’anni prima? Gli sarebbe bastato, a liberazione avvenuta, dire pubblicamente quello che era contenuto nella lettera che, con Gino, aveva deciso di stracciare? Difficile rispondere. Così come è difficile ricostruire sia il silenzioso rapporto che continuò ad avere con il fascismo, sia il momento esatto della rottura che effettivamente ci fu. Di sicuro Levi Cavaglione si fidava di lui. Il 17 febbraio del ’44 notò nel suo diario che «Finzi ci ha fatto sapere che i tedeschi hanno identificato la nuova posizione dei russi e stanno preparando un’altra battuta. Effettuiamo lo spostamento in un colle vicino. Propongo ai russi di separarsi in due gruppi: sarà più facile per loro passare inosservati e venir riforniti. Non ne vogliono sapere. Sono stati insieme finora, vogliono restare insieme anche in avvenire». Il giorno dopo tornò nella villa di S. Bartolomeo con due russi e andarono via carichi di viveri. Poi nessun altro riferimento. Del resto, il 28 febbraio, ci fu un’operazione tedesca di rastrellamento a cui fu difficile resistere e Levi Cavaglione decise di abbandonare Palestrina e di ritirarsi a Zagarolo, con tutta la sua formazione. Il 28 febbraio fu anche il giorno dell’arresto di Finzi. Come avvenne? Valentino Tronti apparteneva a una delle dieci famiglie di mezzadri che lavoravano nella grande tenuta di S. Bartolomeo. Nel 1944 non era a Palestrina, era stato fatto prigioniero dagli americani in Sicilia e, passando per Orano, era finito internato prima nella Carolina del Nord e poi a Boston. Quando tornò a casa gli dissero che «l’onorevole - lo si chiamava così - era stato arrestato una mattina dagli stessi tedeschi che avevano il loro comando qui nella villa. A piedi lo fecero scendere fino a S. Bartolomeo, dove lo caricarono su un mezzo per trasferirlo a Roma. Lì accadde che venne ucciso il suo cane, una lupa, che gli stava sempre appresso e che cercò di seguirlo sul veicolo. Raccontavano che lui avesse anche reagito». Le ragioni? «Intanto perché aiutava i partigiani, parlava tedesco e si informava. Però mi dissero soprattutto che si erano accorti che lui dalla torretta - vede, è quella costruzione lassù in cima al colle - faceva di notte delle segnalazioni». Segnalazioni a chi? Valentino Tronti, al ritorno dalla prigionia, aveva raccolto verità e leggende. Quel che risulta è che delle ragioni dell’arresto, evento che avrebbe cambiato la stessa storia dell’azienda agricola e di chi ci lavorava, non c’era una spiegazione sicura. C’era il fatto e basta, con l’epilogo alle Fosse Ardeatine. E qualche ipotesi, con l’esclusione di una: un «no» come risposta alla domanda se non si dovesse pensare anche a una vendetta, a una denuncia contro di lui da parte di qualche fascista di Palestrina o, magari, da Roma. Di questo non si era mai parlato. Non lo avevano fatto i famigliari di Finzi, non lo avevano fatto i suoi contadini. Anche il cibo e il tabacco che aveva passato ai russi era raccontato come una vicenda normale. Del resto, non c’era stata mai una cerimonia, mai un momento pubblico per ricordare a Palestrina «l’onorevole», il cui nome figurava da allora nell’elenco di 335 martiri.

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Se questa era l’ambiguità della storia, a proposito di ambiguità personali, Gino pur non ricordando la data ha lasciato scritto che Finzi e Mussolini si rividero qualche anno dopo la rottura, prima delle elezioni del 1929, quando scadde il mandato di Aldo. Fra i due - pur molto diversi per origine sociale, per formazione politica, per cultura, per stili di vita - c’era stata non solo stretta collaborazione politica, ma anche amicizia. Certamente rievocarono il passato, forse strinsero anche qualche accordo. Stando alla versione lasciata, fu un incontro cordiale, in cui parlarono prevalentemente dell’aeronautica militare e delle sue potenzialità, durante il quale a un certo punto Mussolini telefonò per ordinare che, da quel momento, venisse messo a disposizione del suo interlocutore un aereo. Dal punto di vista politico, all’ex sottosegretario all’Interno il colloquio servì a dimostrare che non era un isolato e che nel 1924 non aveva consumato un tradimento. O che in ogni modo era stato «amnistiato». Almeno un altro incontro ci fu di sicuro. Valentino Tronti - senza essere sicuro della data, ma probabilmente era il 1940 - vide Finzi a Palazzo Venezia in mezzo ad altri gerarchi. «C’era un premio di mille lire ai contadini che compivano una bonifica e quell’anno venne anche dato alle famiglie che lavoravano nella tenuta di S. Bartolomeo. Andammo tutti inquadrati, tutti vestiti al meglio e nel salone in cui Mussolini mi consegnò una busta rossa con dentro le banconote, c’era anche l’onorevole». «E poi una sera che alla villa c’erano ospiti a cena, cosa che succedeva di frequente, dissero però ai contadini di non salire su e noi pensammo che a tavola fosse seduto Mussolini. Però non ne eravamo sicuri». Anche l’azienda agricola era in qualche modo il segno di un rapporto che non si era interrotto: alla proprietà iniziale della moglie Mimy Clementi, utilizzando la legge sull’Agro romano - di misure per l’Agro Romano si era occupato quando era sottosegretario - aveva aggiunto molti ettari di terreno presi in affitto, in tutto sarebbero stati 130, e li aveva fatti coltivare prevalentemente a tabacco, costruendo poi un essiccatoio nel quale lavoravano da novembre a giugno-luglio trecento ragazze di Cave e Palestrina. Era una produzione che allora si svolgeva sotto il controllo della Guardia di finanza e il raccolto veniva poi venduto allo Stato. (Una breve parentesi sul passato: Mimy Clementi era nipote del cardinal Vincenzo Vannutelli, decano del Sacro collegio e il loro matrimonio, nel 1923, era stato un importante evento politico-mondano: prima ci fu la cerimonia civile in Campidoglio, con Guglielmo Marconi padrino della sposa, e poi il rito religioso nella cappella del Palazzo della Dataria, al quale fu presente Mussolini. A lui il cardinale Vannutelli espresse la gratitudine degli astanti e «in nome degli sposi e dell’eletto stuolo che li circonda, e in unione a quanti sono veramente amanti della Patria, di cuore e di nome italiani» gli porse «l’augurio cordiale e sicuro che, con l’aiuto di Dio, possa condurre a termine il poderoso compito che con senno e coraggio si assume dinnanzi alla storia». Parole che furono interpretate, in una stagione in cui il rapporto Stato-Chiesa non era ancora pacificato, come un’inaspettata apertura di credito al fascismo).

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Ma come era avvenuta la rottura tra Finzi e il fascismo? E chi ruppe? È difficile ricostruire una storia senza testimoni. Stando a Gino - che però nel ’35 era emigrato in Francia - le cause furono l’alleanza con la Germania e l’entrata in guerra. È probabile e, in fondo, corrispondeva con l’atteggiamento di tanti altri che erano approdati al fascismo dal nazionalismo. Ma la resa dei conti avvenne nel 1942, quando di fronte all’andamento negativo della guerra Mussolini decise una stretta, un inasprimento del regime. Fu allora che Aldo venne assegnato al confino per disfattismo, «su proposta del segretario del Pnf» prima a Ischia, poi a Ustica e infine alle Tremiti, fino a quando il provvedimento non venne declassato al «soggiorno obbligato» a Lanciano, in Abruzzo. Un vorticoso giro di località di internamento - puntualmente annotato da Gino - che segnala quanto meno un’altalena di volontà puntiva, tra chi voleva punirlo di più e chi meno. Come leggere questa rottura? La chiave più probabile è che sia stato il fascismo a liberarsi di lui, che considerava, al pari di altri, una delle proprie vecchie figure di cui non si fidava più. Unica pista di quegli anni, una lettera che, proprio da Lanciano - era già il 1943 - Aldo fece avere fortunosamente al fratello in cui descriveva il logoramento del regime e parlava di contatti con antifascisti del posto. Era quel darsi da fare che, senza troppi risultati, sarebbe continuato anche a Palestrina. Restava un isolato. La sua vicenda fu speculare - in quegli anni di guerra - a quella di tanti altri, penso soprattutto a coloro che avevano rotto con il comunismo e per i quali non ci fu più posto nell’Europa divisa in due dalla guerra.

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Nessuno ha posto una lapide a via Panama 26, ai Parioli, ultima casa di Finzi. Secondo Gino, Aldo fu arrestato lì, il 15 marzo del ’44 «perché ebreo». Aveva lasciato Palestrina dopo che l’ufficiale tedesco che si era installato nella sua villa, con il quale aveva stretto amicizia e dal quale sentiva di essere protetto era morto saltando su una mina, una storia opposta a quella di Giovannini. Ma soprattutto una versione completamente diversa da quella che è confortata da testimonianze dirette. Impossibile oggi spiegare questa difformità. Sembra poco probabile che, nella Roma occupata, un accusato di aver collaborato con i partigiani fornendo loro cibo e tabacco e di atti di ostilità verso i tedeschi potesse essere liberato. Non godeva di alcuna protezione, era un cane sciolto. Il suo stesso passato e il sospetto di tradimento - c’era appena stato il processo di Verona - giocavano contro di lui, anche se in quel momento, con gli alleati alle porte di Roma, la crisi del 1924 doveva sembrare davvero molto lontana. Si può pensare a una messinscena, a una liberazione finta e sorvegliata, di poche ore o di pochi giorni, per cercare di scoprire suoi eventuali contatti. Ma si può pensare anche ad altro. Ad esempio alla sopravvivenza, nel racconto successivo di Gino, dell’ambiguità che aveva circondato Aldo. Proporre il Finzi «ebreo» significava in fondo suggerire la storia di un doppio martirio. Già, perché i Finzi erano ebrei, ma completamente assimilati. Il padre, Emanuele, era un liberale, non credente, che si definiva «libero pensatore» e, quando si sposò con una cattolica, accettò tranquillamente la sua decisione di far battezzare i figli. Del resto su Aldo l’ebraismo non ebbe alcun appeal - né egli fu discriminato dopo le leggi razziali - almeno fino a quando, come ha raccontato Renzo De Felice, non cercò contatti con la Comunità ebraica romana, dopo il suo rilascio da Lanciano.
Ma per tornare alla lapide che manca, Roma è una città i cui muri ricordano molti martiri delle Ardeatine, con targhe alle quali ogni 24 marzo viene appesa una corona, che poi via via scolorisce. Invece lì, a via Panama, c’è un vuoto, forse perché sarebbe stato difficile dettare l’epitaffio. Forse più semplicemente perché nessuno ci ha pensato. Del resto, sono stati davvero pochi in sessant’anni a provare un qualche interesse per la fine di Finzi, salvo rapidi cenni - qua e là sui libri di storia - al pendolo che condusse alle Fosse Ardeatine il sottosegretario all’Interno del delitto Matteotti. Ne fu impressionato Giuseppe Bottai che lo annotò nel suo diario. Ne fu in qualche modo attratto Robert Katz, che nel suo Morte a Roma si curò di ricordare che era chiuso in un cella di via Tasso «un uomo che era stato spesso ospite nell’appartamento del duce a Palazzo Tittoni» in via Rasella, quasi il punto dell’attentato. Mentre, più recentemente ha omesso di occuparsene Sandro Portelli nel suo L’ordine è già stato eseguito, in cui ha raccolto ciò che resta della memoria degli ostaggi uccisi, della loro vita, del loro lavoro, del loro ambiente. È stato Giampaolo Pansa, nelle ultime pagine di Le notti dei fuochi, il primo a risolvere in qualche modo il problema di come trattare apertamente l’argomento, avanzando anche il sospetto - precisando però di non averne alcun riscontro - che Finzi fosse stato lasciato morire per chiudere la bocca al più importante testimone del delitto Matteotti. Che Mussolini, informato del suo arresto, avesse potuto rispondere ai tedeschi, che gli chiedevano cosa dovessero farne: «Per me non conta nulla, decidete voi…». Comunque sia andata tra il febbraio e il marzo del ’44, con tante domande senza risposta, resta l’imbarazzo del dopo, la rimozione, il non saper cosa scrivere sulla tomba, il non saper risolvere quella piccola contraddizione della presenza dell’«esaltato» Finzi, per stare alla definizione di Luigi Albertini, tra gli uccisi delle Ardeatine, della trasformazione di un vecchio capo fascista in uno dei simboli dell’asprezza della guerra e dell’oppressione nazi-fascista. Cioè il non saper trattare l’argomento di un martire scomodo, la cui vicenda, nonostante tutte le sue ambiguità, indica in fondo che c’è una storia che, se accettata per quella che è, può diventare comune.

Debbo ringraziare Gino Pennacchi per il prezioso aiuto che mi ha dato.

Il sarcofago n° 124, alla terza fila del mausoleo delle Fosse Ardeatine, raccoglie i resti di «Finzi Aldo, anni 52, tenente colonnello dell’Aeronautica». Era stato pilota della Serenissima e con Gabriele D’Annunzio aveva partecipato all’impresa del volo su Vienna, nel 1918. All’aviazione era molto legato. In quello che era il suo studio, nella villa di San Bartolomeo, tra Palestrina e Cave, alle porte di Roma, è ancora appeso al soffitto un pezzo d’ala (o di timone) segnato da fori di proiettile, una preda, forse i resti di un velivolo austriaco che aveva egli stesso abbattutto. L’aereo era la sua passione. Spesso, anche solo per andare in campagna, preferiva volare. Da casa, ai Parioli, in pochi minuti raggiungeva l’aeroporto dell’Urbe e poi da lì, rapidamente, atterrava su una piccola pista che si era fatto costruire ai margini della sua tenuta. E poi della Regia aeronautica era stato anche il fondatore, nel marzo del 1923, quando era al culmine della sua carriera politica. Già, perché Finzi era stato deputato per due legislature e membro del governo in quanto sottosegretario all’Interno nel primo governo Mussolini. Era stato un uomo di punta del fascismo, sia di quello padano, sia di quello milanese, ed era stato uno degli artefici dei primi passi del regime. Fino alla rovinosa caduta da cui non si era più tirato su, all’indomani del rapimento e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924. Era conosciuto soprattutto per questa drammatica e controversa fase della sua vita. E allora perché quel titolo di «tenente colonnello», fissato su una lastra di marmo? Certo, non deve essere stato facile prendere la decisione. Per Orazio Corsi che era falegname o per il magazziniere Tito Bernardini, le cui tombe affiancano la sua, fu semplice. Erano mestieri comuni di due persone la cui vicenda personale finì nell’imbuto della grande storia patria. Ma per Finzi fu (e resta ancora) un problema. Al punto che a scorrere diverse versioni dell’elenco dei 335 uccisi alle Ardeatine ci si accorge che a volte viene definito «agricoltore» e a volte «giornalista», mai «politico» o «parlamentare». Insomma un martire la cui identità non poteva essere dichiarata, impossibile da cancellare, imbarazzante da ricordare. Un martire scomodo. Come spiegare che tra il sangue versato per fondare l’Italia democratica c’era anche il suo, quello di uno dei personaggi più discussi e odiati del primo fascismo? Era proprio lui il personaggio al centro della foto che ricorda il fallimento dello sciopero generale legalitario del 1° agosto del 1922, l’uomo in camicia nera che guida un tram per le vie di Milano, sulla linea Porta Venezia-Piazzale Loreto, a dimostrare a tutti che l’ultima protesta era stata sconfitta. E che poi, dopo ventidue anni, era finito tra le vittime della rappresaglia tedesca per l’attentato di via Rasella. Come ci finì? Fu per caso o perché davvero, come si trova scritto un po’ frettolosamente qua e là su alcuni libri di storia, partecipò alla Resistenza? E se sì, come vi partecipò e cosa fu la sua conversione? Di fronte a queste domande per almeno mezzo secolo si è fatto finta di niente. Ed è anche successo di peggio, si è negato il problema. Nel piccolo museo allestito accanto al sacrario, il nome di Finzi è stato collocato - non si sa perché, è un arbitrio sul piano storico - nell’elenco dei 67 ufficiali, sottufficiali e soldati del Fronte clandestino militare di resistenza, l’organizzazione che faceva capo al governo Badoglio, uccisi insieme al loro comandante, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, il 24 marzo del ’44.

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Da una rapida inchiesta, risulta che Finzi, subito dopo l’8 settembre del 1943, cercò e trovò un contatto con gli antifascisti di Palestrina. Pietro Giovannini, ex partigiano cattolico, ex sindaco della città, ha prima cercato fra le sue carte e nel suo diario, ma senza trovare nulla, poi ha scavato nella sua memoria e ha ritrovato un’immagine e un dialogo. «Ricordo un incontro, in casa di un mio zio materno, Raffaele Galeassi, che poi all’arrivo degli alleati fu nominato sindaco dal Cln, che aveva la sua sede a Tivoli». Lui, Giovannini, era il capo della Gioventù italiana di Azione cattolica e aveva già organizzato alcune riunioni in cattedrale. Suo zio era un socialista, che durante il ventennio, alle feste comandate, soprattutto il 28 ottobre, riceveva la visita dei carabinieri e passava qualche guaio. «C’erano poi un altro noto antifascista, il fabbro ferraio Giuseppe Ilardi, ed Ernesto Puliti che aveva una macchina da piazza, una rarità in quei tempi da noi. Pensi, Puliti che sapeva suonare abbastanza bene si sedette al pianoforte e intonò l’Internazionale». Sono ricordi lontani. «Si parlò del più e del meno, della possibilità di fare qualcosa, anche se alla fine non concludemmo nulla». Finzi aveva certamente voglia di agire, «ci disse anche che era in possesso di una ricetrasmittente». Ma in quei giorni non ci fu la possibilità di decidere nulla, nonostante altri incontri, anche a Roma, in un collegio dietro Piazza Ungheria: «Alla fine perdemmo i contatti, lui non ci cercò e noi non cercammo lui. Magari riuscì a svolgere delle attività altrove». Forse i contatti cessarono perché non poteva non esserci un fondo di diffidenza. Giovannini nega «anche se poteva sorgere il sospetto che avesse dei rapporti con i tedeschi. Per quel poco che lo vedemmo noi fummo molto aperti». Ma soprattutto ricorda che provò simpatia per una persona che fino a quel momento conosceva solo di fama. «Era difficile non sapere chi fosse. Non solo aveva la sua storia, ma in quegli anni era inusuale avere una pista d’atterraggio in una proprietà e scendervi in aereo». Com’era? «Parlò molto, come si dice, ce l’aveva poche e spicce. Io fino all’armistizio ero caporalmaggiore nell’Unità ferrovieri mobilitati. Gli citai il mio comandante, il generale Umberto Perotti, di cui aprivo normalmente la posta scoprendo che aveva contatti un po’ sorprendenti per me, con gente che stava ovunque, in Russia o in Jugoslavia». Perotti sarebbe diventato il capo militare del Cln piemontese e sarebbe stato fucilato a Torino, al poligono del Martinetto, nel 1944. «Restammo a parlare a lungo di un altro ex gerarca fascista, con cui a un certo punto ho lavorato, che era stato degradato e che era soldato semplice». Un dubbio. Che fosse Leandro Arpinati? Anch’egli era stato sottosegretario all’Interno e la sua vicenda era stata grosso modo parallela a quella di Finzi: era stato a Bologna uno dei nomi di punta dello squadrismo, era stato vicesegretario del Pnf e aveva avuto la carriera spezzata in uno dei conflitti esplosi nel groviglio politica-affari del regime, tra rivalità personali e interessi concreti. Una vicenda parallela al punto che in quelle stesse settimane del ’43 Arpinati - dopo aver rifiutato una sollecitazione di Mussolini a unirsi a Salò - cominciò a cercare contatti con l’antifascismo, per poi finire ucciso da una banda di partigiani all’indomani della liberazione mentre si incontrava con un avvocato socialista, Torquato Nanni. Una stagione di destini incrociati.
Giovannini non rivide più Finzi. «C’erano tre formazioni partigiane nei Castelli Romani - una era Bandiera Rossa, anche un’altra era di sinistra, comandata da Dante Bersini, la terza era cattolica - ma a Palestrina la situazione era difficile. In dicembre il Cln spostò qui, da Monterotondo, un gruppo composto da una ventina di ex prigionieri russi evasi, che riuscivano a compiere delle azioni». Probabilmente furono proprio quei partigiani russi, i cui caduti ogni anno sarebbero stati ricordati con una cerimonia, a imbattersi in Finzi e a segnarne il destino. Comunque nella zona, a differenza di altre nei Castelli, la resistenza fu debole, anche perché nel gennaio del ’44 la città si svuotò. Era diventata una retrovia del fronte. Ci fu lo sbarco ad Anzio che, quando non c’è foschia, si riesce a vedere a occhio nudo e, proprio nella giornata del 22, un doppio bombardamento aereo, la mattina i cacciabombardieri, il pomeriggio le fortezze volanti, devastò Palestrina con il risultato che tutti ripararono in campagna, anche nelle grotte. E tutto si complicò, fra le azioni dei russi e le rappresaglie. Anche Giovannini rischiò di finire fucilato. Dopo che i partigiani uccisero un ufficiale tedesco e un milite italiano, fu rastrellato insieme ad altri, portato a Gallicano e condannato a morte. «Ma accadde che il comandante tedesco, una Ss, uscì a far due passi nei campi e saltò su una mina. Poco dopo, il suo secondo, un austriaco, ci lasciò liberi sulla parola». La casualità. Un analogo episodio, nel destino di Finzi, ebbe invece l’esito opposto.

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Se non ci fosse stato il diario pubblicato da Pino Levi Cavaglione, oggi non sapremmo che l’esponente del fascismo accusato di essere coinvolto nel delitto Matteotti partecipò in qualche modo alla Resistenza. Levi Cavaglione, genovese, era stato mandato dal Cln proprio nella zona di Palestrina per cercare di dare impulso alla guerriglia e alle attività di sabotaggio. Dai russi apprese che Finzi li aiutava, fornendo loro cibo e tabacco. Come fossero entrati in contatto, se fosse stato lui a cercare loro o viceversa, non si sa e probabilmente non si saprà mai. Così come dell’aiuto «morale e materiale» che prestò a un altro gruppo armato, si sa solo da una frase contenuta in un rapporto lasciato dal suo comandante, il tenente colonnello Pietro Gaspare, che guidò una formazione collegata al Partito democratico del lavoro. Comunque fosse andata Levi Cavaglione e Finzi si videro il 14 febbraio del 1944. Dalle pagine che ha lasciato era incuriosito dal personaggio. «L’impressione prodottami da quest’uomo alto, distinto, affabile nei modi e suadente nel parlare, è stata buona. Gli ho spiegato le nostre necessità. Ha promesso che intensificherà il rifornimento e che si manterrà in continuo contatto con noi per darci notizie sui movimenti delle truppe tedesche. La sua bella villa è quasi tutta occupata da un comando tedesco». Gli chiese come mai vi restasse. Alzò le spalle e rispose: «Se scappassi sarebbe peggio. Stando qui posso almeno aiutarvi. Non credo che si accorgeranno della mia attività». Poi parlarono della situazione militare. «Non ritiene che gli inglesi riescano ormai a superare lo sbarramento tedesco attorno alla testa di ponte, ma pensa che sia imminente uno sbarco a Nord di Roma». Levi Cavaglione, in quel primo incontro non resistette alla tentazione di chiedergli di parlare del delitto Matteotti («con notevole mancanza di tatto», annotò). Il suo interlocutore scosse la testa: «Dopo la liberazione potrò pubblicare come stanno veramente le cose. Io non ne ho nessuna colpa». E aggiunse che il suo antifascismo datava anzi dal delitto Matteotti perché solamente dopo quell’episodio di ferocia si accorse chi fosse Mussolini. «Parla lentamente con una punta di tristezza nella voce, con un tono staccato come se parlasse con se stesso». Il rappresentante del Cln era stato sconsigliato dall’avvicinarlo «per via del suo passato», ma - scrisse nel diario - «la situazione è però oggi tale da non permettere di guardare tanto per il sottile». Attenzione al verbo «sconsigliato»: era il segno che Finzi, nonostante tutti i suoi tentativi, era ancora un isolato. Un calcolo di prudenza lo aveva indotto a non tornare stabilmente a Roma, una città occupata, piena di pericoli per chi aveva avuto un ruolo di primo piano nel fascismo, e cercava di trovare un ruolo nella Resistenza. Ma anche lì a Palestrina era poco più che in attesa. Quanto al «suo passato», il fantasma era quello di Matteotti. E non solo.

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Primo frammento di passato. Nel pomeriggio del 5 agosto del 1922, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario Aldo Finzi andò a parlare a Milano con Alberto Albertini, a cui l’anno prima il fratello Luigi, senatore del Regno e una delle massime personalità politiche di quella fase della storia italiana, aveva lasciato la direzione del Corriere della sera. Nel suo diario Luigi Albertini raccontò nei dettagli il colloquio. Finzi espose apertamente un piano di colpo di Stato per imporre «magari coi revolver lo scioglimento della Camera e differire poi per un anno o due le nuove elezioni, governando per mezzo di un direttorio alla testa del quale dovrebbe essere D’Annunzio e in cui dovrebbero entrare Mussolini per i fascisti e qualche uomo politico, senatore, uomo di affari, che garantisca il buon successo del governo». Furono nominati, tra gli altri, Nitti, Agnelli e Pirelli. Alle obiezioni del direttore del Corriere «sull’assurdità del programma», il giovane deputato fascista si disse sicuro che sarebbe stato attuato. I fratelli Albertini presero sul serio l’annuncio. Si videro il giorno dopo a Gressoney, in Val d’Aosta, dove Luigi era in vacanza, e decisero di far scrivere a Luigi Einaudi - che nel 1948 sarebbe diventato presidente della Repubblica - «un fermo articolo contro il proposito di violare la costituzione e di stabilire la dittatura». Ma Luigi Albertini non si limitò a questo. Considerò la minaccia reale, il giorno dopo parlò con il prefetto di Milano, Lusignoli, che confermò «le sue apprensioni», con Finzi che ribadì «i suoi propositi, sebbene in forma esagerata» e poi cercò Gabriele D’Annunzio. Il quale, prima accettò di incontrarlo a Milano, ma poi «assediato da molte persone che volevano indurlo a favorire il colpo di Stato», gli disse che non poteva muoversi da Gardone. Ma lo tranquillizzò, dichiarandosi per il rispetto della costituzione e accettando di pubblicare sul Corriere dichiarazioni in tal senso. «Malgrado ciò - aggiunse Albertini nel suo diario - parto per Roma non completamente rassicurato. Finzi mi aveva accennato al pericolo della prima seduta dopo lo sciopero: vi poteva essere cioè un incidente grave di cui non si potevano misurare le conseguenze. Ricordo precisamente che attraversando piazza Colonna per andare ad assistere alla seduta, ho avuto la sensazione che qualche cosa di grave sarebbe accaduto nell’aula». Accadde infatti che quando il deputato comunista Repossi «dice una scempiaggine qualsiasi», Giunta fa quasi cenno di tirar fuori la rivoltella e di sparare, che il presidente della Camera De Nicola fugge «mentre avrebbe dovuto restare al suo posto», che «noi senatori, dall’alto della nostra tribuna, abbiamo la sensazione che da un minuto all’altro possa accadere qualcosa di irreparabile», che «Giunta è matto da legare, Finzi poco meno, la mano va continuamente alla tasca posteriore dei pantaloni per afferrare la rivoltella, Arpinati si porta dietro a Repossi con intenzioni non troppo chiare e viene disarmato». Ed ecco la conclusione: «La Camera non può proseguire così e il giorno dopo si chiude essendo pericoloso farla lavorare».
Finzi riapparve nel diario di Luigi Albertini nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, nelle ore della marcia su Roma. Andò al Corriere, accompagnato da Cesare Rossi (anch’egli poi coinvolto e travolto dal delitto Matteotti), e spiegò che si sarebbero impadroniti del governo, che avrebbero imposto alla stampa «il rispetto della loro volontà» e che i giornali sarebbero stati divisi in tre categorie: i favorevoli, i neutri e i contrari, i quali sarebbero stati vittime delle «più violente sanzioni». Ad Alberto che gli rispose che il Corriere «avrebbe pensato ai casi suoi», Finzi chiese «se non lo prendeva sul serio». Come noto, la reazione del giornale fu tale che, insieme all’Avanti! e alla Giustizia gli fu impedito di uscire il giorno dopo. Luigi Albertini ebbe allora un altro colloquio con Finzi, su sollecitazione del prefetto. Un colloquio «vivacissimo. Egli ha l’aria stupita che noi non gli abbiamo ubbidito. Gli dico il fatto mio, come del resto altra volta gli avevo detto che se suo zio fosse risorto dalla tomba si sarebbe bene adontato di avere un nipote così illiberale». Infine un giudizio sulla persona: «Questo Finzi, non è un cattivo figliolo, ma è un esaltato e la sua influenza su Mussolini mi pare eccessivamente perniciosa». (Per la precisione, lo zio a cui si riferiva Albertini era Giuseppe Finzi, importante figura del Risorgimento, mazziniano, coinvolto nel processo dei Martiri di Belfiore, poi fra gli organizzatori della spedizione dei Mille, infine deputato e senatore).

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Secondo frammento di passato. Il 30 maggio del 1924 Finzi, che era stato eletto per la seconda volta deputato del Polesine, fu tra coloro che contestarono più frequentemente Giacomo Matteotti, durante il suo ultimo discorso parlamentare, quello in cui fu chiesta la non convalida del voto del 6 aprile precedente, svoltosi in un clima di indimidazione e di violenza. Era una Camera ormai largamente dominata dai fascisti e dai loro alleati. Grazie al meccanismo maggioritario introdotto con la legge Acerbo le opposizioni erano state quasi svuotate: i democratici-liberali passarono da 210 a 45 seggi, i socialisti divisi tra unitari e massimalisti da 122 a 46, i popolari da 106 a 39, i comunisti salirono da 13 a 19 mentre i repubblicani riebbero 7 seggi e la lista di Amendola ottenne 8 mandati. Ma il risultato era frutto anche delle alleanze che Mussolini aveva saputo tessere. Vecchi liberali e democratici e non pochi cattolici e socialdemocratici, in tutto 135, avevano accettato di presentarsi nelle liste fasciste: i casi più clamorosi furono quelli di Vittorio Emanuele Orlando, capolista per la Sicilia, di Antonio Salandra, capolista per le Puglie, di Enrico De Nicola, capolista per la Campania, anche se ritiratosi all’ultimo momento. Il segretario del Partito socialista unitario sfidò un’aula ostile. Iniziò dicendo: »Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa». Fu subito interrotto e si sentì rispondere dall’on. Lupi: «È passato il tempo in cui si parlava per le tribune». Replicò fermo: «Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo Diciannovesimo». La seduta andò avanti in questo clima e non ci fu una frase pronunciata dal segretario del Partito socialista unitario che non venisse contestata. Quando parlò dell’uso della milizia che «per la legge elettorale avrebbe dovuto astenersi e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero», Farinacci disse: «Erano i balilla». Pronta la risposta: «È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla». Quando cominciò a elencare i singoli episodi, iniziò ricordando che «a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...». Ancora Farinacci: «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto». «Fareste il vostro mestiere», fu la replica.
Poi fu la volta di Finzi. A Matteotti era stato appena rinfacciato un episodio della campagna elettorale del ’19 e allora si rivolse direttamento al sottosegretario all’Interno: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919». Iniziò un aspro duello. Finzi replicò: «Michele Bianchi. Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi». E Matteotti duro, fra altre interruzioni: «Lei dice il falso. Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare». Finzi gridò: «Non è così!». Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano». Finzi: «Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei. L’onorevole Merlin cristianamente deporrà». Matteotti, chiudendo lo scontro: «L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me e nessuno fu impedito e stroncato». Finzi interruppe ancora Matteotti quando parlò del controllo esercitato sui votanti, soprattutto nelle zone rurali, «in moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo». Finzi: «Evidentemente lei non c’era. Questo metodo non fu usato». Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato». Finzi: «Lo provi». E alla sfida di pubblicare le accuse, Matteotti rispose: «Pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure; perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose». C’era a monte un vecchio duello personale diretto tra Finzi e Matteotti. Si erano scontrati nello stesso collegio elettorale e l’attrito era stato frequente. Tra i tanti episodi, il fratello di Aldo, Gino, di due anni più giovane di lui, era stato anche accusato di essere fra i mandanti di un atto di violenza nei confronti del deputato socialista, quando - era il 12 marzo del 1921 - quest’ultimo propose un contraddittorio ai fascisti di Castelguglielmo, che si concluse con il suo sequestro e con una serie di violenze in un luogo isolato, in aperta campagna. Era stato lo stesso Matteotti a indicare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’agguato, tra cui anche «i Finzi di Badia Polesine».

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Terzo frammento di passato. La carriera politica di Finzi finì nel modo peggiore, nei giorni seguenti al sequestro e all’assassinio di Matteotti, nel giugno del 1924. Uno degli uomini più potenti del nascente regime, strettamente legato a Mussolini, di cui veniva spesso pubblicamente definito «il luogotenente», presente da due anni a tutte le decisioni politiche più importanti, attivo nei rapporti con il mondo dell’industria e degli affari, uscì di scena in poche ore senza riuscire a difendersi. Anche se poi risultò che con il delitto non aveva alcun rapporto diretto, troppi erano i fili che portavano a lui, dal ruolo istituzionale che svolgeva, al legame con Cesare Rossi, alle complicità tra Dumini e Filippo Filippelli, il direttore del Corriere italiano, un giornale che aveva fondato, fatto finanziare e direttamente controllato. Poi era da tempo al centro di accuse di affarismo, giuste o ingiuste che fossero, dalla legge sulla riapertura delle case da gioco, al codice della strada che imponeva ai ciclisti il catarifrangente, alle stesse tangenti pagate dalla Sinclair. Anzi, a questo proposito, si scrisse subito sui giornali che Matteotti fosse in possesso di documenti su cui avrebbe parlato alla Camera e che erano prove contro Finzi sugli affari compiuti per i petroli, per le case da gioco e altro. Veniva additato come il capofila di una leva di speculatori al vertice del fascismo, anche se poi la sua vita non fu quella di un uomo che disponeva di grosse fortune. Quando il fratello Gino lesse sui giornali milanesi del pomeriggio la notizia delle sue dimissioni - un licenziamento deciso da Mussolini, e comunicatogli per telefono dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo - salì su un treno della notte per Roma. Arrivando la mattina presto «all’abitazione di Aldo - avrebbe scritto molti anni dopo in un testo un po’ sbiadito dal tempo - notai che almeno tre agenti polizia in abiti borghesi passeggiavano lì attorno. Trovai mio fratello di un umore assai nero e, ancor prima ch’io gli chiedessi qualche precisazione, egli mi porgeva una lettera di tre pagine a me destinata, redatta nel corso della notte. Leggendola, ebbi in breve il quadro della drammatica situazione; essa non era priva di eventuali complicazioni per Aldo, dato che le “autentiche” responsabilità della crisi non potevano essere svelate né alle gerarchie fasciste periferiche, né alla pubblica opinione, se non lasciando tempo al tempo». Era la famosa confessione contro Mussolini, scritta dopo un burrascoso incontro con Cesare Rossi e con Emilio De Bono, in ore in cui alla speranza di salvarsi con un gesto di rottura si alternava la paura per la propria vita. La fecero leggere anche a un amico giunto nel frattempo, Giorgio Schiff Giorgini, che poi ne avrebbe riferito i contenuti, ne parlarono, discussero su come cercare di uscire da una situazione impossibile. E alla fine conclusero che l’unico tentativo da fare era quello di stracciare la lettera e di incontrare proprio Mussolini. Incontro che avvenne qualche sera dopo, nella casa romana del capo del fascismo, in via Rasella, e che durò un quarto d’ora. Gino, che lo accompagnò con la rivoltella in tasca e che aspettò fuori dalla porta dello studio, riferì poi qualche battuta che il fratello gli aveva raccontato. Che Mussolini lo aveva accolto dicendogli: «Comprendo il tuo stato d’animo e le difficoltà che per te si pongono, almeno per il momento, a chiarire la tua situazione; ma che cosa dovrei dire io della mia, allorché alle minacce dell’opposizione si aggiungo ora quelle degli amici?». E alla domanda a cosa si riferisse, la risposta fu: «In prima linea a Cesarino (Rossi): so che vuole uccidermi e scappare all’estero, ma non è il solo». Al suo interlocutore Mussolini chiese solo di aver pazienza, «devi dare tempo al tempo». Era la famosa promessa, mai mantenuta, di ridargli un ruolo politico in cambio del silenzio. Ma di sicuro il colloquio fu ben più aspro. Finzi rimase schiacciato tra un’opposizione politica che vedeva in lui il simbolo di un intreccio politico-affaristico, connivente con il delitto Matteotti, e che gli chiedeva nello stesso tempo un gesto di coraggio, di dire apertamente quel che sapeva e, dall’altra parte, l’opinione diffusa tra i suoi, i fascisti, che temevano il suo possibile j’accuse, il suo memoriale, che si diceva depositato in tre copie in altrettante cassette di sicurezza bancarie, ma in realtà già stracciato, e che comunque vedevano già un tradimento nel suo modo di agire. «Aldo - scrisse ancora Gino, sfumando i fatti - per qualche tempo restò in sospetto ai gerarchi. Ne seguirono tendenze “pro” e “contro” e le reazioni, di cui non era avaro verso i suoi avversari personali, hanno forse concorso, ancora molti anni dopo a rendergli la vita difficile».
Sandro Pertini, in un appunto dell’anno successivo, del ’25, ebbe la capacità di cogliere al meglio il suo atteggiamento: «Dopo le tremende accuse fatte al suo duce, si mantenne sempre in una posizione di ambiguità, asseriva che avrebbe attaccato pubblicamente e a fondo, quando fosse stato sicuro che i suoi colpi avrebbero demolito il bersaglio. In realtà il suo avversario voleva soltanto intimorirlo, per quali fini suoi noi non sapremmo precisare. Non è però dubbio che se la situazione di Mussolini gli fosse apparsa pericolante, allora avrebbe fatto del suo meglio per rovinarla del tutto; e con ciò egli avrebbe sperato di conquistarsi l’indulgenza dei successori. Ma siccome Mussolini dispone ancora di tutto il comando, Finzi disarma. Pare che già all’Alta Corte egli avesse introdotto due testimoni per dare notizia del “vero” testo della sua famosa lettera-testamento al fratello Gino. Il “vero” testo riferito dal gen. Piccio, dall’on. Grandi e dal sen. Morello sarebbe quello di una seconda e molto attenuata versione della lettera-testamento, versione scritta quando gli mancò il coraggio di sostenere le accuse contenute nella prima».

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Sarebbe bastato il cibo e il tabacco passato ai partigiani russi a far dimenticare questo passato, anche se ormai lontano, vent’anni prima? Gli sarebbe bastato, a liberazione avvenuta, dire pubblicamente quello che era contenuto nella lettera che, con Gino, aveva deciso di stracciare? Difficile rispondere. Così come è difficile ricostruire sia il silenzioso rapporto che continuò ad avere con il fascismo, sia il momento esatto della rottura che effettivamente ci fu. Di sicuro Levi Cavaglione si fidava di lui. Il 17 febbraio del ’44 notò nel suo diario che «Finzi ci ha fatto sapere che i tedeschi hanno identificato la nuova posizione dei russi e stanno preparando un’altra battuta. Effettuiamo lo spostamento in un colle vicino. Propongo ai russi di separarsi in due gruppi: sarà più facile per loro passare inosservati e venir riforniti. Non ne vogliono sapere. Sono stati insieme finora, vogliono restare insieme anche in avvenire». Il giorno dopo tornò nella villa di S. Bartolomeo con due russi e andarono via carichi di viveri. Poi nessun altro riferimento. Del resto, il 28 febbraio, ci fu un’operazione tedesca di rastrellamento a cui fu difficile resistere e Levi Cavaglione decise di abbandonare Palestrina e di ritirarsi a Zagarolo, con tutta la sua formazione. Il 28 febbraio fu anche il giorno dell’arresto di Finzi. Come avvenne? Valentino Tronti apparteneva a una delle dieci famiglie di mezzadri che lavoravano nella grande tenuta di S. Bartolomeo. Nel 1944 non era a Palestrina, era stato fatto prigioniero dagli americani in Sicilia e, passando per Orano, era finito internato prima nella Carolina del Nord e poi a Boston. Quando tornò a casa gli dissero che «l’onorevole - lo si chiamava così - era stato arrestato una mattina dagli stessi tedeschi che avevano il loro comando qui nella villa. A piedi lo fecero scendere fino a S. Bartolomeo, dove lo caricarono su un mezzo per trasferirlo a Roma. Lì accadde che venne ucciso il suo cane, una lupa, che gli stava sempre appresso e che cercò di seguirlo sul veicolo. Raccontavano che lui avesse anche reagito». Le ragioni? «Intanto perché aiutava i partigiani, parlava tedesco e si informava. Però mi dissero soprattutto che si erano accorti che lui dalla torretta - vede, è quella costruzione lassù in cima al colle - faceva di notte delle segnalazioni». Segnalazioni a chi? Valentino Tronti, al ritorno dalla prigionia, aveva raccolto verità e leggende. Quel che risulta è che delle ragioni dell’arresto, evento che avrebbe cambiato la stessa storia dell’azienda agricola e di chi ci lavorava, non c’era una spiegazione sicura. C’era il fatto e basta, con l’epilogo alle Fosse Ardeatine. E qualche ipotesi, con l’esclusione di una: un «no» come risposta alla domanda se non si dovesse pensare anche a una vendetta, a una denuncia contro di lui da parte di qualche fascista di Palestrina o, magari, da Roma. Di questo non si era mai parlato. Non lo avevano fatto i famigliari di Finzi, non lo avevano fatto i suoi contadini. Anche il cibo e il tabacco che aveva passato ai russi era raccontato come una vicenda normale. Del resto, non c’era stata mai una cerimonia, mai un momento pubblico per ricordare a Palestrina «l’onorevole», il cui nome figurava da allora nell’elenco di 335 martiri.

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Se questa era l’ambiguità della storia, a proposito di ambiguità personali, Gino pur non ricordando la data ha lasciato scritto che Finzi e Mussolini si rividero qualche anno dopo la rottura, prima delle elezioni del 1929, quando scadde il mandato di Aldo. Fra i due - pur molto diversi per origine sociale, per formazione politica, per cultura, per stili di vita - c’era stata non solo stretta collaborazione politica, ma anche amicizia. Certamente rievocarono il passato, forse strinsero anche qualche accordo. Stando alla versione lasciata, fu un incontro cordiale, in cui parlarono prevalentemente dell’aeronautica militare e delle sue potenzialità, durante il quale a un certo punto Mussolini telefonò per ordinare che, da quel momento, venisse messo a disposizione del suo interlocutore un aereo. Dal punto di vista politico, all’ex sottosegretario all’Interno il colloquio servì a dimostrare che non era un isolato e che nel 1924 non aveva consumato un tradimento. O che in ogni modo era stato «amnistiato». Almeno un altro incontro ci fu di sicuro. Valentino Tronti - senza essere sicuro della data, ma probabilmente era il 1940 - vide Finzi a Palazzo Venezia in mezzo ad altri gerarchi. «C’era un premio di mille lire ai contadini che compivano una bonifica e quell’anno venne anche dato alle famiglie che lavoravano nella tenuta di S. Bartolomeo. Andammo tutti inquadrati, tutti vestiti al meglio e nel salone in cui Mussolini mi consegnò una busta rossa con dentro le banconote, c’era anche l’onorevole». «E poi una sera che alla villa c’erano ospiti a cena, cosa che succedeva di frequente, dissero però ai contadini di non salire su e noi pensammo che a tavola fosse seduto Mussolini. Però non ne eravamo sicuri». Anche l’azienda agricola era in qualche modo il segno di un rapporto che non si era interrotto: alla proprietà iniziale della moglie Mimy Clementi, utilizzando la legge sull’Agro romano - di misure per l’Agro Romano si era occupato quando era sottosegretario - aveva aggiunto molti ettari di terreno presi in affitto, in tutto sarebbero stati 130, e li aveva fatti coltivare prevalentemente a tabacco, costruendo poi un essiccatoio nel quale lavoravano da novembre a giugno-luglio trecento ragazze di Cave e Palestrina. Era una produzione che allora si svolgeva sotto il controllo della Guardia di finanza e il raccolto veniva poi venduto allo Stato. (Una breve parentesi sul passato: Mimy Clementi era nipote del cardinal Vincenzo Vannutelli, decano del Sacro collegio e il loro matrimonio, nel 1923, era stato un importante evento politico-mondano: prima ci fu la cerimonia civile in Campidoglio, con Guglielmo Marconi padrino della sposa, e poi il rito religioso nella cappella del Palazzo della Dataria, al quale fu presente Mussolini. A lui il cardinale Vannutelli espresse la gratitudine degli astanti e «in nome degli sposi e dell’eletto stuolo che li circonda, e in unione a quanti sono veramente amanti della Patria, di cuore e di nome italiani» gli porse «l’augurio cordiale e sicuro che, con l’aiuto di Dio, possa condurre a termine il poderoso compito che con senno e coraggio si assume dinnanzi alla storia». Parole che furono interpretate, in una stagione in cui il rapporto Stato-Chiesa non era ancora pacificato, come un’inaspettata apertura di credito al fascismo).

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Ma come era avvenuta la rottura tra Finzi e il fascismo? E chi ruppe? È difficile ricostruire una storia senza testimoni. Stando a Gino - che però nel ’35 era emigrato in Francia - le cause furono l’alleanza con la Germania e l’entrata in guerra. È probabile e, in fondo, corrispondeva con l’atteggiamento di tanti altri che erano approdati al fascismo dal nazionalismo. Ma la resa dei conti avvenne nel 1942, quando di fronte all’andamento negativo della guerra Mussolini decise una stretta, un inasprimento del regime. Fu allora che Aldo venne assegnato al confino per disfattismo, «su proposta del segretario del Pnf» prima a Ischia, poi a Ustica e infine alle Tremiti, fino a quando il provvedimento non venne declassato al «soggiorno obbligato» a Lanciano, in Abruzzo. Un vorticoso giro di località di internamento - puntualmente annotato da Gino - che segnala quanto meno un’altalena di volontà puntiva, tra chi voleva punirlo di più e chi meno. Come leggere questa rottura? La chiave più probabile è che sia stato il fascismo a liberarsi di lui, che considerava, al pari di altri, una delle proprie vecchie figure di cui non si fidava più. Unica pista di quegli anni, una lettera che, proprio da Lanciano - era già il 1943 - Aldo fece avere fortunosamente al fratello in cui descriveva il logoramento del regime e parlava di contatti con antifascisti del posto. Era quel darsi da fare che, senza troppi risultati, sarebbe continuato anche a Palestrina. Restava un isolato. La sua vicenda fu speculare - in quegli anni di guerra - a quella di tanti altri, penso soprattutto a coloro che avevano rotto con il comunismo e per i quali non ci fu più posto nell’Europa divisa in due dalla guerra.

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Nessuno ha posto una lapide a via Panama 26, ai Parioli, ultima casa di Finzi. Secondo Gino, Aldo fu arrestato lì, il 15 marzo del ’44 «perché ebreo». Aveva lasciato Palestrina dopo che l’ufficiale tedesco che si era installato nella sua villa, con il quale aveva stretto amicizia e dal quale sentiva di essere protetto era morto saltando su una mina, una storia opposta a quella di Giovannini. Ma soprattutto una versione completamente diversa da quella che è confortata da testimonianze dirette. Impossibile oggi spiegare questa difformità. Sembra poco probabile che, nella Roma occupata, un accusato di aver collaborato con i partigiani fornendo loro cibo e tabacco e di atti di ostilità verso i tedeschi potesse essere liberato. Non godeva di alcuna protezione, era un cane sciolto. Il suo stesso passato e il sospetto di tradimento - c’era appena stato il processo di Verona - giocavano contro di lui, anche se in quel momento, con gli alleati alle porte di Roma, la crisi del 1924 doveva sembrare davvero molto lontana. Si può pensare a una messinscena, a una liberazione finta e sorvegliata, di poche ore o di pochi giorni, per cercare di scoprire suoi eventuali contatti. Ma si può pensare anche ad altro. Ad esempio alla sopravvivenza, nel racconto successivo di Gino, dell’ambiguità che aveva circondato Aldo. Proporre il Finzi «ebreo» significava in fondo suggerire la storia di un doppio martirio. Già, perché i Finzi erano ebrei, ma completamente assimilati. Il padre, Emanuele, era un liberale, non credente, che si definiva «libero pensatore» e, quando si sposò con una cattolica, accettò tranquillamente la sua decisione di far battezzare i figli. Del resto su Aldo l’ebraismo non ebbe alcun appeal - né egli fu discriminato dopo le leggi razziali - almeno fino a quando, come ha raccontato Renzo De Felice, non cercò contatti con la Comunità ebraica romana, dopo il suo rilascio da Lanciano.
Ma per tornare alla lapide che manca, Roma è una città i cui muri ricordano molti martiri delle Ardeatine, con targhe alle quali ogni 24 marzo viene appesa una corona, che poi via via scolorisce. Invece lì, a via Panama, c’è un vuoto, forse perché sarebbe stato difficile dettare l’epitaffio. Forse più semplicemente perché nessuno ci ha pensato. Del resto, sono stati davvero pochi in sessant’anni a provare un qualche interesse per la fine di Finzi, salvo rapidi cenni - qua e là sui libri di storia - al pendolo che condusse alle Fosse Ardeatine il sottosegretario all’Interno del delitto Matteotti. Ne fu impressionato Giuseppe Bottai che lo annotò nel suo diario. Ne fu in qualche modo attratto Robert Katz, che nel suo Morte a Roma si curò di ricordare che era chiuso in un cella di via Tasso «un uomo che era stato spesso ospite nell’appartamento del duce a Palazzo Tittoni» in via Rasella, quasi il punto dell’attentato. Mentre, più recentemente ha omesso di occuparsene Sandro Portelli nel suo L’ordine è già stato eseguito, in cui ha raccolto ciò che resta della memoria degli ostaggi uccisi, della loro vita, del loro lavoro, del loro ambiente. È stato Giampaolo Pansa, nelle ultime pagine di Le notti dei fuochi, il primo a risolvere in qualche modo il problema di come trattare apertamente l’argomento, avanzando anche il sospetto - precisando però di non averne alcun riscontro - che Finzi fosse stato lasciato morire per chiudere la bocca al più importante testimone del delitto Matteotti. Che Mussolini, informato del suo arresto, avesse potuto rispondere ai tedeschi, che gli chiedevano cosa dovessero farne: «Per me non conta nulla, decidete voi…». Comunque sia andata tra il febbraio e il marzo del ’44, con tante domande senza risposta, resta l’imbarazzo del dopo, la rimozione, il non saper cosa scrivere sulla tomba, il non saper risolvere quella piccola contraddizione della presenza dell’«esaltato» Finzi, per stare alla definizione di Luigi Albertini, tra gli uccisi delle Ardeatine, della trasformazione di un vecchio capo fascista in uno dei simboli dell’asprezza della guerra e dell’oppressione nazi-fascista. Cioè il non saper trattare l’argomento di un martire scomodo, la cui vicenda, nonostante tutte le sue ambiguità, indica in fondo che c’è una storia che, se accettata per quella che è, può diventare comune.

Debbo ringraziare Gino Pennacchi per il prezioso aiuto che mi ha dato.

Il sarcofago n° 124, alla terza fila del mausoleo delle Fosse Ardeatine, raccoglie i resti di «Finzi Aldo, anni 52, tenente colonnello dell’Aeronautica». Era stato pilota della Serenissima e con Gabriele D’Annunzio aveva partecipato all’impresa del volo su Vienna, nel 1918. All’aviazione era molto legato. In quello che era il suo studio, nella villa di San Bartolomeo, tra Palestrina e Cave, alle porte di Roma, è ancora appeso al soffitto un pezzo d’ala (o di timone) segnato da fori di proiettile, una preda, forse i resti di un velivolo austriaco che aveva egli stesso abbattutto. L’aereo era la sua passione. Spesso, anche solo per andare in campagna, preferiva volare. Da casa, ai Parioli, in pochi minuti raggiungeva l’aeroporto dell’Urbe e poi da lì, rapidamente, atterrava su una piccola pista che si era fatto costruire ai margini della sua tenuta. E poi della Regia aeronautica era stato anche il fondatore, nel marzo del 1923, quando era al culmine della sua carriera politica. Già, perché Finzi era stato deputato per due legislature e membro del governo in quanto sottosegretario all’Interno nel primo governo Mussolini. Era stato un uomo di punta del fascismo, sia di quello padano, sia di quello milanese, ed era stato uno degli artefici dei primi passi del regime. Fino alla rovinosa caduta da cui non si era più tirato su, all’indomani del rapimento e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924. Era conosciuto soprattutto per questa drammatica e controversa fase della sua vita. E allora perché quel titolo di «tenente colonnello», fissato su una lastra di marmo? Certo, non deve essere stato facile prendere la decisione. Per Orazio Corsi che era falegname o per il magazziniere Tito Bernardini, le cui tombe affiancano la sua, fu semplice. Erano mestieri comuni di due persone la cui vicenda personale finì nell’imbuto della grande storia patria. Ma per Finzi fu (e resta ancora) un problema. Al punto che a scorrere diverse versioni dell’elenco dei 335 uccisi alle Ardeatine ci si accorge che a volte viene definito «agricoltore» e a volte «giornalista», mai «politico» o «parlamentare». Insomma un martire la cui identità non poteva essere dichiarata, impossibile da cancellare, imbarazzante da ricordare. Un martire scomodo. Come spiegare che tra il sangue versato per fondare l’Italia democratica c’era anche il suo, quello di uno dei personaggi più discussi e odiati del primo fascismo? Era proprio lui il personaggio al centro della foto che ricorda il fallimento dello sciopero generale legalitario del 1° agosto del 1922, l’uomo in camicia nera che guida un tram per le vie di Milano, sulla linea Porta Venezia-Piazzale Loreto, a dimostrare a tutti che l’ultima protesta era stata sconfitta. E che poi, dopo ventidue anni, era finito tra le vittime della rappresaglia tedesca per l’attentato di via Rasella. Come ci finì? Fu per caso o perché davvero, come si trova scritto un po’ frettolosamente qua e là su alcuni libri di storia, partecipò alla Resistenza? E se sì, come vi partecipò e cosa fu la sua conversione? Di fronte a queste domande per almeno mezzo secolo si è fatto finta di niente. Ed è anche successo di peggio, si è negato il problema. Nel piccolo museo allestito accanto al sacrario, il nome di Finzi è stato collocato - non si sa perché, è un arbitrio sul piano storico - nell’elenco dei 67 ufficiali, sottufficiali e soldati del Fronte clandestino militare di resistenza, l’organizzazione che faceva capo al governo Badoglio, uccisi insieme al loro comandante, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, il 24 marzo del ’44.

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Da una rapida inchiesta, risulta che Finzi, subito dopo l’8 settembre del 1943, cercò e trovò un contatto con gli antifascisti di Palestrina. Pietro Giovannini, ex partigiano cattolico, ex sindaco della città, ha prima cercato fra le sue carte e nel suo diario, ma senza trovare nulla, poi ha scavato nella sua memoria e ha ritrovato un’immagine e un dialogo. «Ricordo un incontro, in casa di un mio zio materno, Raffaele Galeassi, che poi all’arrivo degli alleati fu nominato sindaco dal Cln, che aveva la sua sede a Tivoli». Lui, Giovannini, era il capo della Gioventù italiana di Azione cattolica e aveva già organizzato alcune riunioni in cattedrale. Suo zio era un socialista, che durante il ventennio, alle feste comandate, soprattutto il 28 ottobre, riceveva la visita dei carabinieri e passava qualche guaio. «C’erano poi un altro noto antifascista, il fabbro ferraio Giuseppe Ilardi, ed Ernesto Puliti che aveva una macchina da piazza, una rarità in quei tempi da noi. Pensi, Puliti che sapeva suonare abbastanza bene si sedette al pianoforte e intonò l’Internazionale». Sono ricordi lontani. «Si parlò del più e del meno, della possibilità di fare qualcosa, anche se alla fine non concludemmo nulla». Finzi aveva certamente voglia di agire, «ci disse anche che era in possesso di una ricetrasmittente». Ma in quei giorni non ci fu la possibilità di decidere nulla, nonostante altri incontri, anche a Roma, in un collegio dietro Piazza Ungheria: «Alla fine perdemmo i contatti, lui non ci cercò e noi non cercammo lui. Magari riuscì a svolgere delle attività altrove». Forse i contatti cessarono perché non poteva non esserci un fondo di diffidenza. Giovannini nega «anche se poteva sorgere il sospetto che avesse dei rapporti con i tedeschi. Per quel poco che lo vedemmo noi fummo molto aperti». Ma soprattutto ricorda che provò simpatia per una persona che fino a quel momento conosceva solo di fama. «Era difficile non sapere chi fosse. Non solo aveva la sua storia, ma in quegli anni era inusuale avere una pista d’atterraggio in una proprietà e scendervi in aereo». Com’era? «Parlò molto, come si dice, ce l’aveva poche e spicce. Io fino all’armistizio ero caporalmaggiore nell’Unità ferrovieri mobilitati. Gli citai il mio comandante, il generale Umberto Perotti, di cui aprivo normalmente la posta scoprendo che aveva contatti un po’ sorprendenti per me, con gente che stava ovunque, in Russia o in Jugoslavia». Perotti sarebbe diventato il capo militare del Cln piemontese e sarebbe stato fucilato a Torino, al poligono del Martinetto, nel 1944. «Restammo a parlare a lungo di un altro ex gerarca fascista, con cui a un certo punto ho lavorato, che era stato degradato e che era soldato semplice». Un dubbio. Che fosse Leandro Arpinati? Anch’egli era stato sottosegretario all’Interno e la sua vicenda era stata grosso modo parallela a quella di Finzi: era stato a Bologna uno dei nomi di punta dello squadrismo, era stato vicesegretario del Pnf e aveva avuto la carriera spezzata in uno dei conflitti esplosi nel groviglio politica-affari del regime, tra rivalità personali e interessi concreti. Una vicenda parallela al punto che in quelle stesse settimane del ’43 Arpinati - dopo aver rifiutato una sollecitazione di Mussolini a unirsi a Salò - cominciò a cercare contatti con l’antifascismo, per poi finire ucciso da una banda di partigiani all’indomani della liberazione mentre si incontrava con un avvocato socialista, Torquato Nanni. Una stagione di destini incrociati.
Giovannini non rivide più Finzi. «C’erano tre formazioni partigiane nei Castelli Romani - una era Bandiera Rossa, anche un’altra era di sinistra, comandata da Dante Bersini, la terza era cattolica - ma a Palestrina la situazione era difficile. In dicembre il Cln spostò qui, da Monterotondo, un gruppo composto da una ventina di ex prigionieri russi evasi, che riuscivano a compiere delle azioni». Probabilmente furono proprio quei partigiani russi, i cui caduti ogni anno sarebbero stati ricordati con una cerimonia, a imbattersi in Finzi e a segnarne il destino. Comunque nella zona, a differenza di altre nei Castelli, la resistenza fu debole, anche perché nel gennaio del ’44 la città si svuotò. Era diventata una retrovia del fronte. Ci fu lo sbarco ad Anzio che, quando non c’è foschia, si riesce a vedere a occhio nudo e, proprio nella giornata del 22, un doppio bombardamento aereo, la mattina i cacciabombardieri, il pomeriggio le fortezze volanti, devastò Palestrina con il risultato che tutti ripararono in campagna, anche nelle grotte. E tutto si complicò, fra le azioni dei russi e le rappresaglie. Anche Giovannini rischiò di finire fucilato. Dopo che i partigiani uccisero un ufficiale tedesco e un milite italiano, fu rastrellato insieme ad altri, portato a Gallicano e condannato a morte. «Ma accadde che il comandante tedesco, una Ss, uscì a far due passi nei campi e saltò su una mina. Poco dopo, il suo secondo, un austriaco, ci lasciò liberi sulla parola». La casualità. Un analogo episodio, nel destino di Finzi, ebbe invece l’esito opposto.

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Se non ci fosse stato il diario pubblicato da Pino Levi Cavaglione, oggi non sapremmo che l’esponente del fascismo accusato di essere coinvolto nel delitto Matteotti partecipò in qualche modo alla Resistenza. Levi Cavaglione, genovese, era stato mandato dal Cln proprio nella zona di Palestrina per cercare di dare impulso alla guerriglia e alle attività di sabotaggio. Dai russi apprese che Finzi li aiutava, fornendo loro cibo e tabacco. Come fossero entrati in contatto, se fosse stato lui a cercare loro o viceversa, non si sa e probabilmente non si saprà mai. Così come dell’aiuto «morale e materiale» che prestò a un altro gruppo armato, si sa solo da una frase contenuta in un rapporto lasciato dal suo comandante, il tenente colonnello Pietro Gaspare, che guidò una formazione collegata al Partito democratico del lavoro. Comunque fosse andata Levi Cavaglione e Finzi si videro il 14 febbraio del 1944. Dalle pagine che ha lasciato era incuriosito dal personaggio. «L’impressione prodottami da quest’uomo alto, distinto, affabile nei modi e suadente nel parlare, è stata buona. Gli ho spiegato le nostre necessità. Ha promesso che intensificherà il rifornimento e che si manterrà in continuo contatto con noi per darci notizie sui movimenti delle truppe tedesche. La sua bella villa è quasi tutta occupata da un comando tedesco». Gli chiese come mai vi restasse. Alzò le spalle e rispose: «Se scappassi sarebbe peggio. Stando qui posso almeno aiutarvi. Non credo che si accorgeranno della mia attività». Poi parlarono della situazione militare. «Non ritiene che gli inglesi riescano ormai a superare lo sbarramento tedesco attorno alla testa di ponte, ma pensa che sia imminente uno sbarco a Nord di Roma». Levi Cavaglione, in quel primo incontro non resistette alla tentazione di chiedergli di parlare del delitto Matteotti («con notevole mancanza di tatto», annotò). Il suo interlocutore scosse la testa: «Dopo la liberazione potrò pubblicare come stanno veramente le cose. Io non ne ho nessuna colpa». E aggiunse che il suo antifascismo datava anzi dal delitto Matteotti perché solamente dopo quell’episodio di ferocia si accorse chi fosse Mussolini. «Parla lentamente con una punta di tristezza nella voce, con un tono staccato come se parlasse con se stesso». Il rappresentante del Cln era stato sconsigliato dall’avvicinarlo «per via del suo passato», ma - scrisse nel diario - «la situazione è però oggi tale da non permettere di guardare tanto per il sottile». Attenzione al verbo «sconsigliato»: era il segno che Finzi, nonostante tutti i suoi tentativi, era ancora un isolato. Un calcolo di prudenza lo aveva indotto a non tornare stabilmente a Roma, una città occupata, piena di pericoli per chi aveva avuto un ruolo di primo piano nel fascismo, e cercava di trovare un ruolo nella Resistenza. Ma anche lì a Palestrina era poco più che in attesa. Quanto al «suo passato», il fantasma era quello di Matteotti. E non solo.

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Primo frammento di passato. Nel pomeriggio del 5 agosto del 1922, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario Aldo Finzi andò a parlare a Milano con Alberto Albertini, a cui l’anno prima il fratello Luigi, senatore del Regno e una delle massime personalità politiche di quella fase della storia italiana, aveva lasciato la direzione del Corriere della sera. Nel suo diario Luigi Albertini raccontò nei dettagli il colloquio. Finzi espose apertamente un piano di colpo di Stato per imporre «magari coi revolver lo scioglimento della Camera e differire poi per un anno o due le nuove elezioni, governando per mezzo di un direttorio alla testa del quale dovrebbe essere D’Annunzio e in cui dovrebbero entrare Mussolini per i fascisti e qualche uomo politico, senatore, uomo di affari, che garantisca il buon successo del governo». Furono nominati, tra gli altri, Nitti, Agnelli e Pirelli. Alle obiezioni del direttore del Corriere «sull’assurdità del programma», il giovane deputato fascista si disse sicuro che sarebbe stato attuato. I fratelli Albertini presero sul serio l’annuncio. Si videro il giorno dopo a Gressoney, in Val d’Aosta, dove Luigi era in vacanza, e decisero di far scrivere a Luigi Einaudi - che nel 1948 sarebbe diventato presidente della Repubblica - «un fermo articolo contro il proposito di violare la costituzione e di stabilire la dittatura». Ma Luigi Albertini non si limitò a questo. Considerò la minaccia reale, il giorno dopo parlò con il prefetto di Milano, Lusignoli, che confermò «le sue apprensioni», con Finzi che ribadì «i suoi propositi, sebbene in forma esagerata» e poi cercò Gabriele D’Annunzio. Il quale, prima accettò di incontrarlo a Milano, ma poi «assediato da molte persone che volevano indurlo a favorire il colpo di Stato», gli disse che non poteva muoversi da Gardone. Ma lo tranquillizzò, dichiarandosi per il rispetto della costituzione e accettando di pubblicare sul Corriere dichiarazioni in tal senso. «Malgrado ciò - aggiunse Albertini nel suo diario - parto per Roma non completamente rassicurato. Finzi mi aveva accennato al pericolo della prima seduta dopo lo sciopero: vi poteva essere cioè un incidente grave di cui non si potevano misurare le conseguenze. Ricordo precisamente che attraversando piazza Colonna per andare ad assistere alla seduta, ho avuto la sensazione che qualche cosa di grave sarebbe accaduto nell’aula». Accadde infatti che quando il deputato comunista Repossi «dice una scempiaggine qualsiasi», Giunta fa quasi cenno di tirar fuori la rivoltella e di sparare, che il presidente della Camera De Nicola fugge «mentre avrebbe dovuto restare al suo posto», che «noi senatori, dall’alto della nostra tribuna, abbiamo la sensazione che da un minuto all’altro possa accadere qualcosa di irreparabile», che «Giunta è matto da legare, Finzi poco meno, la mano va continuamente alla tasca posteriore dei pantaloni per afferrare la rivoltella, Arpinati si porta dietro a Repossi con intenzioni non troppo chiare e viene disarmato». Ed ecco la conclusione: «La Camera non può proseguire così e il giorno dopo si chiude essendo pericoloso farla lavorare».
Finzi riapparve nel diario di Luigi Albertini nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, nelle ore della marcia su Roma. Andò al Corriere, accompagnato da Cesare Rossi (anch’egli poi coinvolto e travolto dal delitto Matteotti), e spiegò che si sarebbero impadroniti del governo, che avrebbero imposto alla stampa «il rispetto della loro volontà» e che i giornali sarebbero stati divisi in tre categorie: i favorevoli, i neutri e i contrari, i quali sarebbero stati vittime delle «più violente sanzioni». Ad Alberto che gli rispose che il Corriere «avrebbe pensato ai casi suoi», Finzi chiese «se non lo prendeva sul serio». Come noto, la reazione del giornale fu tale che, insieme all’Avanti! e alla Giustizia gli fu impedito di uscire il giorno dopo. Luigi Albertini ebbe allora un altro colloquio con Finzi, su sollecitazione del prefetto. Un colloquio «vivacissimo. Egli ha l’aria stupita che noi non gli abbiamo ubbidito. Gli dico il fatto mio, come del resto altra volta gli avevo detto che se suo zio fosse risorto dalla tomba si sarebbe bene adontato di avere un nipote così illiberale». Infine un giudizio sulla persona: «Questo Finzi, non è un cattivo figliolo, ma è un esaltato e la sua influenza su Mussolini mi pare eccessivamente perniciosa». (Per la precisione, lo zio a cui si riferiva Albertini era Giuseppe Finzi, importante figura del Risorgimento, mazziniano, coinvolto nel processo dei Martiri di Belfiore, poi fra gli organizzatori della spedizione dei Mille, infine deputato e senatore).

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Secondo frammento di passato. Il 30 maggio del 1924 Finzi, che era stato eletto per la seconda volta deputato del Polesine, fu tra coloro che contestarono più frequentemente Giacomo Matteotti, durante il suo ultimo discorso parlamentare, quello in cui fu chiesta la non convalida del voto del 6 aprile precedente, svoltosi in un clima di indimidazione e di violenza. Era una Camera ormai largamente dominata dai fascisti e dai loro alleati. Grazie al meccanismo maggioritario introdotto con la legge Acerbo le opposizioni erano state quasi svuotate: i democratici-liberali passarono da 210 a 45 seggi, i socialisti divisi tra unitari e massimalisti da 122 a 46, i popolari da 106 a 39, i comunisti salirono da 13 a 19 mentre i repubblicani riebbero 7 seggi e la lista di Amendola ottenne 8 mandati. Ma il risultato era frutto anche delle alleanze che Mussolini aveva saputo tessere. Vecchi liberali e democratici e non pochi cattolici e socialdemocratici, in tutto 135, avevano accettato di presentarsi nelle liste fasciste: i casi più clamorosi furono quelli di Vittorio Emanuele Orlando, capolista per la Sicilia, di Antonio Salandra, capolista per le Puglie, di Enrico De Nicola, capolista per la Campania, anche se ritiratosi all’ultimo momento. Il segretario del Partito socialista unitario sfidò un’aula ostile. Iniziò dicendo: »Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa». Fu subito interrotto e si sentì rispondere dall’on. Lupi: «È passato il tempo in cui si parlava per le tribune». Replicò fermo: «Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo Diciannovesimo». La seduta andò avanti in questo clima e non ci fu una frase pronunciata dal segretario del Partito socialista unitario che non venisse contestata. Quando parlò dell’uso della milizia che «per la legge elettorale avrebbe dovuto astenersi e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero», Farinacci disse: «Erano i balilla». Pronta la risposta: «È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla». Quando cominciò a elencare i singoli episodi, iniziò ricordando che «a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...». Ancora Farinacci: «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto». «Fareste il vostro mestiere», fu la replica.
Poi fu la volta di Finzi. A Matteotti era stato appena rinfacciato un episodio della campagna elettorale del ’19 e allora si rivolse direttamento al sottosegretario all’Interno: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919». Iniziò un aspro duello. Finzi replicò: «Michele Bianchi. Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi». E Matteotti duro, fra altre interruzioni: «Lei dice il falso. Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare». Finzi gridò: «Non è così!». Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano». Finzi: «Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei. L’onorevole Merlin cristianamente deporrà». Matteotti, chiudendo lo scontro: «L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me e nessuno fu impedito e stroncato». Finzi interruppe ancora Matteotti quando parlò del controllo esercitato sui votanti, soprattutto nelle zone rurali, «in moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo». Finzi: «Evidentemente lei non c’era. Questo metodo non fu usato». Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato». Finzi: «Lo provi». E alla sfida di pubblicare le accuse, Matteotti rispose: «Pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure; perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose». C’era a monte un vecchio duello personale diretto tra Finzi e Matteotti. Si erano scontrati nello stesso collegio elettorale e l’attrito era stato frequente. Tra i tanti episodi, il fratello di Aldo, Gino, di due anni più giovane di lui, era stato anche accusato di essere fra i mandanti di un atto di violenza nei confronti del deputato socialista, quando - era il 12 marzo del 1921 - quest’ultimo propose un contraddittorio ai fascisti di Castelguglielmo, che si concluse con il suo sequestro e con una serie di violenze in un luogo isolato, in aperta campagna. Era stato lo stesso Matteotti a indicare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’agguato, tra cui anche «i Finzi di Badia Polesine».

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Terzo frammento di passato. La carriera politica di Finzi finì nel modo peggiore, nei giorni seguenti al sequestro e all’assassinio di Matteotti, nel giugno del 1924. Uno degli uomini più potenti del nascente regime, strettamente legato a Mussolini, di cui veniva spesso pubblicamente definito «il luogotenente», presente da due anni a tutte le decisioni politiche più importanti, attivo nei rapporti con il mondo dell’industria e degli affari, uscì di scena in poche ore senza riuscire a difendersi. Anche se poi risultò che con il delitto non aveva alcun rapporto diretto, troppi erano i fili che portavano a lui, dal ruolo istituzionale che svolgeva, al legame con Cesare Rossi, alle complicità tra Dumini e Filippo Filippelli, il direttore del Corriere italiano, un giornale che aveva fondato, fatto finanziare e direttamente controllato. Poi era da tempo al centro di accuse di affarismo, giuste o ingiuste che fossero, dalla legge sulla riapertura delle case da gioco, al codice della strada che imponeva ai ciclisti il catarifrangente, alle stesse tangenti pagate dalla Sinclair. Anzi, a questo proposito, si scrisse subito sui giornali che Matteotti fosse in possesso di documenti su cui avrebbe parlato alla Camera e che erano prove contro Finzi sugli affari compiuti per i petroli, per le case da gioco e altro. Veniva additato come il capofila di una leva di speculatori al vertice del fascismo, anche se poi la sua vita non fu quella di un uomo che disponeva di grosse fortune. Quando il fratello Gino lesse sui giornali milanesi del pomeriggio la notizia delle sue dimissioni - un licenziamento deciso da Mussolini, e comunicatogli per telefono dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo - salì su un treno della notte per Roma. Arrivando la mattina presto «all’abitazione di Aldo - avrebbe scritto molti anni dopo in un testo un po’ sbiadito dal tempo - notai che almeno tre agenti polizia in abiti borghesi passeggiavano lì attorno. Trovai mio fratello di un umore assai nero e, ancor prima ch’io gli chiedessi qualche precisazione, egli mi porgeva una lettera di tre pagine a me destinata, redatta nel corso della notte. Leggendola, ebbi in breve il quadro della drammatica situazione; essa non era priva di eventuali complicazioni per Aldo, dato che le “autentiche” responsabilità della crisi non potevano essere svelate né alle gerarchie fasciste periferiche, né alla pubblica opinione, se non lasciando tempo al tempo». Era la famosa confessione contro Mussolini, scritta dopo un burrascoso incontro con Cesare Rossi e con Emilio De Bono, in ore in cui alla speranza di salvarsi con un gesto di rottura si alternava la paura per la propria vita. La fecero leggere anche a un amico giunto nel frattempo, Giorgio Schiff Giorgini, che poi ne avrebbe riferito i contenuti, ne parlarono, discussero su come cercare di uscire da una situazione impossibile. E alla fine conclusero che l’unico tentativo da fare era quello di stracciare la lettera e di incontrare proprio Mussolini. Incontro che avvenne qualche sera dopo, nella casa romana del capo del fascismo, in via Rasella, e che durò un quarto d’ora. Gino, che lo accompagnò con la rivoltella in tasca e che aspettò fuori dalla porta dello studio, riferì poi qualche battuta che il fratello gli aveva raccontato. Che Mussolini lo aveva accolto dicendogli: «Comprendo il tuo stato d’animo e le difficoltà che per te si pongono, almeno per il momento, a chiarire la tua situazione; ma che cosa dovrei dire io della mia, allorché alle minacce dell’opposizione si aggiungo ora quelle degli amici?». E alla domanda a cosa si riferisse, la risposta fu: «In prima linea a Cesarino (Rossi): so che vuole uccidermi e scappare all’estero, ma non è il solo». Al suo interlocutore Mussolini chiese solo di aver pazienza, «devi dare tempo al tempo». Era la famosa promessa, mai mantenuta, di ridargli un ruolo politico in cambio del silenzio. Ma di sicuro il colloquio fu ben più aspro. Finzi rimase schiacciato tra un’opposizione politica che vedeva in lui il simbolo di un intreccio politico-affaristico, connivente con il delitto Matteotti, e che gli chiedeva nello stesso tempo un gesto di coraggio, di dire apertamente quel che sapeva e, dall’altra parte, l’opinione diffusa tra i suoi, i fascisti, che temevano il suo possibile j’accuse, il suo memoriale, che si diceva depositato in tre copie in altrettante cassette di sicurezza bancarie, ma in realtà già stracciato, e che comunque vedevano già un tradimento nel suo modo di agire. «Aldo - scrisse ancora Gino, sfumando i fatti - per qualche tempo restò in sospetto ai gerarchi. Ne seguirono tendenze “pro” e “contro” e le reazioni, di cui non era avaro verso i suoi avversari personali, hanno forse concorso, ancora molti anni dopo a rendergli la vita difficile».
Sandro Pertini, in un appunto dell’anno successivo, del ’25, ebbe la capacità di cogliere al meglio il suo atteggiamento: «Dopo le tremende accuse fatte al suo duce, si mantenne sempre in una posizione di ambiguità, asseriva che avrebbe attaccato pubblicamente e a fondo, quando fosse stato sicuro che i suoi colpi avrebbero demolito il bersaglio. In realtà il suo avversario voleva soltanto intimorirlo, per quali fini suoi noi non sapremmo precisare. Non è però dubbio che se la situazione di Mussolini gli fosse apparsa pericolante, allora avrebbe fatto del suo meglio per rovinarla del tutto; e con ciò egli avrebbe sperato di conquistarsi l’indulgenza dei successori. Ma siccome Mussolini dispone ancora di tutto il comando, Finzi disarma. Pare che già all’Alta Corte egli avesse introdotto due testimoni per dare notizia del “vero” testo della sua famosa lettera-testamento al fratello Gino. Il “vero” testo riferito dal gen. Piccio, dall’on. Grandi e dal sen. Morello sarebbe quello di una seconda e molto attenuata versione della lettera-testamento, versione scritta quando gli mancò il coraggio di sostenere le accuse contenute nella prima».

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Sarebbe bastato il cibo e il tabacco passato ai partigiani russi a far dimenticare questo passato, anche se ormai lontano, vent’anni prima? Gli sarebbe bastato, a liberazione avvenuta, dire pubblicamente quello che era contenuto nella lettera che, con Gino, aveva deciso di stracciare? Difficile rispondere. Così come è difficile ricostruire sia il silenzioso rapporto che continuò ad avere con il fascismo, sia il momento esatto della rottura che effettivamente ci fu. Di sicuro Levi Cavaglione si fidava di lui. Il 17 febbraio del ’44 notò nel suo diario che «Finzi ci ha fatto sapere che i tedeschi hanno identificato la nuova posizione dei russi e stanno preparando un’altra battuta. Effettuiamo lo spostamento in un colle vicino. Propongo ai russi di separarsi in due gruppi: sarà più facile per loro passare inosservati e venir riforniti. Non ne vogliono sapere. Sono stati insieme finora, vogliono restare insieme anche in avvenire». Il giorno dopo tornò nella villa di S. Bartolomeo con due russi e andarono via carichi di viveri. Poi nessun altro riferimento. Del resto, il 28 febbraio, ci fu un’operazione tedesca di rastrellamento a cui fu difficile resistere e Levi Cavaglione decise di abbandonare Palestrina e di ritirarsi a Zagarolo, con tutta la sua formazione. Il 28 febbraio fu anche il giorno dell’arresto di Finzi. Come avvenne? Valentino Tronti apparteneva a una delle dieci famiglie di mezzadri che lavoravano nella grande tenuta di S. Bartolomeo. Nel 1944 non era a Palestrina, era stato fatto prigioniero dagli americani in Sicilia e, passando per Orano, era finito internato prima nella Carolina del Nord e poi a Boston. Quando tornò a casa gli dissero che «l’onorevole - lo si chiamava così - era stato arrestato una mattina dagli stessi tedeschi che avevano il loro comando qui nella villa. A piedi lo fecero scendere fino a S. Bartolomeo, dove lo caricarono su un mezzo per trasferirlo a Roma. Lì accadde che venne ucciso il suo cane, una lupa, che gli stava sempre appresso e che cercò di seguirlo sul veicolo. Raccontavano che lui avesse anche reagito». Le ragioni? «Intanto perché aiutava i partigiani, parlava tedesco e si informava. Però mi dissero soprattutto che si erano accorti che lui dalla torretta - vede, è quella costruzione lassù in cima al colle - faceva di notte delle segnalazioni». Segnalazioni a chi? Valentino Tronti, al ritorno dalla prigionia, aveva raccolto verità e leggende. Quel che risulta è che delle ragioni dell’arresto, evento che avrebbe cambiato la stessa storia dell’azienda agricola e di chi ci lavorava, non c’era una spiegazione sicura. C’era il fatto e basta, con l’epilogo alle Fosse Ardeatine. E qualche ipotesi, con l’esclusione di una: un «no» come risposta alla domanda se non si dovesse pensare anche a una vendetta, a una denuncia contro di lui da parte di qualche fascista di Palestrina o, magari, da Roma. Di questo non si era mai parlato. Non lo avevano fatto i famigliari di Finzi, non lo avevano fatto i suoi contadini. Anche il cibo e il tabacco che aveva passato ai russi era raccontato come una vicenda normale. Del resto, non c’era stata mai una cerimonia, mai un momento pubblico per ricordare a Palestrina «l’onorevole», il cui nome figurava da allora nell’elenco di 335 martiri.

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Se questa era l’ambiguità della storia, a proposito di ambiguità personali, Gino pur non ricordando la data ha lasciato scritto che Finzi e Mussolini si rividero qualche anno dopo la rottura, prima delle elezioni del 1929, quando scadde il mandato di Aldo. Fra i due - pur molto diversi per origine sociale, per formazione politica, per cultura, per stili di vita - c’era stata non solo stretta collaborazione politica, ma anche amicizia. Certamente rievocarono il passato, forse strinsero anche qualche accordo. Stando alla versione lasciata, fu un incontro cordiale, in cui parlarono prevalentemente dell’aeronautica militare e delle sue potenzialità, durante il quale a un certo punto Mussolini telefonò per ordinare che, da quel momento, venisse messo a disposizione del suo interlocutore un aereo. Dal punto di vista politico, all’ex sottosegretario all’Interno il colloquio servì a dimostrare che non era un isolato e che nel 1924 non aveva consumato un tradimento. O che in ogni modo era stato «amnistiato». Almeno un altro incontro ci fu di sicuro. Valentino Tronti - senza essere sicuro della data, ma probabilmente era il 1940 - vide Finzi a Palazzo Venezia in mezzo ad altri gerarchi. «C’era un premio di mille lire ai contadini che compivano una bonifica e quell’anno venne anche dato alle famiglie che lavoravano nella tenuta di S. Bartolomeo. Andammo tutti inquadrati, tutti vestiti al meglio e nel salone in cui Mussolini mi consegnò una busta rossa con dentro le banconote, c’era anche l’onorevole». «E poi una sera che alla villa c’erano ospiti a cena, cosa che succedeva di frequente, dissero però ai contadini di non salire su e noi pensammo che a tavola fosse seduto Mussolini. Però non ne eravamo sicuri». Anche l’azienda agricola era in qualche modo il segno di un rapporto che non si era interrotto: alla proprietà iniziale della moglie Mimy Clementi, utilizzando la legge sull’Agro romano - di misure per l’Agro Romano si era occupato quando era sottosegretario - aveva aggiunto molti ettari di terreno presi in affitto, in tutto sarebbero stati 130, e li aveva fatti coltivare prevalentemente a tabacco, costruendo poi un essiccatoio nel quale lavoravano da novembre a giugno-luglio trecento ragazze di Cave e Palestrina. Era una produzione che allora si svolgeva sotto il controllo della Guardia di finanza e il raccolto veniva poi venduto allo Stato. (Una breve parentesi sul passato: Mimy Clementi era nipote del cardinal Vincenzo Vannutelli, decano del Sacro collegio e il loro matrimonio, nel 1923, era stato un importante evento politico-mondano: prima ci fu la cerimonia civile in Campidoglio, con Guglielmo Marconi padrino della sposa, e poi il rito religioso nella cappella del Palazzo della Dataria, al quale fu presente Mussolini. A lui il cardinale Vannutelli espresse la gratitudine degli astanti e «in nome degli sposi e dell’eletto stuolo che li circonda, e in unione a quanti sono veramente amanti della Patria, di cuore e di nome italiani» gli porse «l’augurio cordiale e sicuro che, con l’aiuto di Dio, possa condurre a termine il poderoso compito che con senno e coraggio si assume dinnanzi alla storia». Parole che furono interpretate, in una stagione in cui il rapporto Stato-Chiesa non era ancora pacificato, come un’inaspettata apertura di credito al fascismo).

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Ma come era avvenuta la rottura tra Finzi e il fascismo? E chi ruppe? È difficile ricostruire una storia senza testimoni. Stando a Gino - che però nel ’35 era emigrato in Francia - le cause furono l’alleanza con la Germania e l’entrata in guerra. È probabile e, in fondo, corrispondeva con l’atteggiamento di tanti altri che erano approdati al fascismo dal nazionalismo. Ma la resa dei conti avvenne nel 1942, quando di fronte all’andamento negativo della guerra Mussolini decise una stretta, un inasprimento del regime. Fu allora che Aldo venne assegnato al confino per disfattismo, «su proposta del segretario del Pnf» prima a Ischia, poi a Ustica e infine alle Tremiti, fino a quando il provvedimento non venne declassato al «soggiorno obbligato» a Lanciano, in Abruzzo. Un vorticoso giro di località di internamento - puntualmente annotato da Gino - che segnala quanto meno un’altalena di volontà puntiva, tra chi voleva punirlo di più e chi meno. Come leggere questa rottura? La chiave più probabile è che sia stato il fascismo a liberarsi di lui, che considerava, al pari di altri, una delle proprie vecchie figure di cui non si fidava più. Unica pista di quegli anni, una lettera che, proprio da Lanciano - era già il 1943 - Aldo fece avere fortunosamente al fratello in cui descriveva il logoramento del regime e parlava di contatti con antifascisti del posto. Era quel darsi da fare che, senza troppi risultati, sarebbe continuato anche a Palestrina. Restava un isolato. La sua vicenda fu speculare - in quegli anni di guerra - a quella di tanti altri, penso soprattutto a coloro che avevano rotto con il comunismo e per i quali non ci fu più posto nell’Europa divisa in due dalla guerra.

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Nessuno ha posto una lapide a via Panama 26, ai Parioli, ultima casa di Finzi. Secondo Gino, Aldo fu arrestato lì, il 15 marzo del ’44 «perché ebreo». Aveva lasciato Palestrina dopo che l’ufficiale tedesco che si era installato nella sua villa, con il quale aveva stretto amicizia e dal quale sentiva di essere protetto era morto saltando su una mina, una storia opposta a quella di Giovannini. Ma soprattutto una versione completamente diversa da quella che è confortata da testimonianze dirette. Impossibile oggi spiegare questa difformità. Sembra poco probabile che, nella Roma occupata, un accusato di aver collaborato con i partigiani fornendo loro cibo e tabacco e di atti di ostilità verso i tedeschi potesse essere liberato. Non godeva di alcuna protezione, era un cane sciolto. Il suo stesso passato e il sospetto di tradimento - c’era appena stato il processo di Verona - giocavano contro di lui, anche se in quel momento, con gli alleati alle porte di Roma, la crisi del 1924 doveva sembrare davvero molto lontana. Si può pensare a una messinscena, a una liberazione finta e sorvegliata, di poche ore o di pochi giorni, per cercare di scoprire suoi eventuali contatti. Ma si può pensare anche ad altro. Ad esempio alla sopravvivenza, nel racconto successivo di Gino, dell’ambiguità che aveva circondato Aldo. Proporre il Finzi «ebreo» significava in fondo suggerire la storia di un doppio martirio. Già, perché i Finzi erano ebrei, ma completamente assimilati. Il padre, Emanuele, era un liberale, non credente, che si definiva «libero pensatore» e, quando si sposò con una cattolica, accettò tranquillamente la sua decisione di far battezzare i figli. Del resto su Aldo l’ebraismo non ebbe alcun appeal - né egli fu discriminato dopo le leggi razziali - almeno fino a quando, come ha raccontato Renzo De Felice, non cercò contatti con la Comunità ebraica romana, dopo il suo rilascio da Lanciano.
Ma per tornare alla lapide che manca, Roma è una città i cui muri ricordano molti martiri delle Ardeatine, con targhe alle quali ogni 24 marzo viene appesa una corona, che poi via via scolorisce. Invece lì, a via Panama, c’è un vuoto, forse perché sarebbe stato difficile dettare l’epitaffio. Forse più semplicemente perché nessuno ci ha pensato. Del resto, sono stati davvero pochi in sessant’anni a provare un qualche interesse per la fine di Finzi, salvo rapidi cenni - qua e là sui libri di storia - al pendolo che condusse alle Fosse Ardeatine il sottosegretario all’Interno del delitto Matteotti. Ne fu impressionato Giuseppe Bottai che lo annotò nel suo diario. Ne fu in qualche modo attratto Robert Katz, che nel suo Morte a Roma si curò di ricordare che era chiuso in un cella di via Tasso «un uomo che era stato spesso ospite nell’appartamento del duce a Palazzo Tittoni» in via Rasella, quasi il punto dell’attentato. Mentre, più recentemente ha omesso di occuparsene Sandro Portelli nel suo L’ordine è già stato eseguito, in cui ha raccolto ciò che resta della memoria degli ostaggi uccisi, della loro vita, del loro lavoro, del loro ambiente. È stato Giampaolo Pansa, nelle ultime pagine di Le notti dei fuochi, il primo a risolvere in qualche modo il problema di come trattare apertamente l’argomento, avanzando anche il sospetto - precisando però di non averne alcun riscontro - che Finzi fosse stato lasciato morire per chiudere la bocca al più importante testimone del delitto Matteotti. Che Mussolini, informato del suo arresto, avesse potuto rispondere ai tedeschi, che gli chiedevano cosa dovessero farne: «Per me non conta nulla, decidete voi…». Comunque sia andata tra il febbraio e il marzo del ’44, con tante domande senza risposta, resta l’imbarazzo del dopo, la rimozione, il non saper cosa scrivere sulla tomba, il non saper risolvere quella piccola contraddizione della presenza dell’«esaltato» Finzi, per stare alla definizione di Luigi Albertini, tra gli uccisi delle Ardeatine, della trasformazione di un vecchio capo fascista in uno dei simboli dell’asprezza della guerra e dell’oppressione nazi-fascista. Cioè il non saper trattare l’argomento di un martire scomodo, la cui vicenda, nonostante tutte le sue ambiguità, indica in fondo che c’è una storia che, se accettata per quella che è, può diventare comune.

Debbo ringraziare Gino Pennacchi per il prezioso aiuto che mi ha dato.

Il sarcofago n° 124, alla terza fila del mausoleo delle Fosse Ardeatine, raccoglie i resti di «Finzi Aldo, anni 52, tenente colonnello dell’Aeronautica». Era stato pilota della Serenissima e con Gabriele D’Annunzio aveva partecipato all’impresa del volo su Vienna, nel 1918. All’aviazione era molto legato. In quello che era il suo studio, nella villa di San Bartolomeo, tra Palestrina e Cave, alle porte di Roma, è ancora appeso al soffitto un pezzo d’ala (o di timone) segnato da fori di proiettile, una preda, forse i resti di un velivolo austriaco che aveva egli stesso abbattutto. L’aereo era la sua passione. Spesso, anche solo per andare in campagna, preferiva volare. Da casa, ai Parioli, in pochi minuti raggiungeva l’aeroporto dell’Urbe e poi da lì, rapidamente, atterrava su una piccola pista che si era fatto costruire ai margini della sua tenuta. E poi della Regia aeronautica era stato anche il fondatore, nel marzo del 1923, quando era al culmine della sua carriera politica. Già, perché Finzi era stato deputato per due legislature e membro del governo in quanto sottosegretario all’Interno nel primo governo Mussolini. Era stato un uomo di punta del fascismo, sia di quello padano, sia di quello milanese, ed era stato uno degli artefici dei primi passi del regime. Fino alla rovinosa caduta da cui non si era più tirato su, all’indomani del rapimento e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924. Era conosciuto soprattutto per questa drammatica e controversa fase della sua vita. E allora perché quel titolo di «tenente colonnello», fissato su una lastra di marmo? Certo, non deve essere stato facile prendere la decisione. Per Orazio Corsi che era falegname o per il magazziniere Tito Bernardini, le cui tombe affiancano la sua, fu semplice. Erano mestieri comuni di due persone la cui vicenda personale finì nell’imbuto della grande storia patria. Ma per Finzi fu (e resta ancora) un problema. Al punto che a scorrere diverse versioni dell’elenco dei 335 uccisi alle Ardeatine ci si accorge che a volte viene definito «agricoltore» e a volte «giornalista», mai «politico» o «parlamentare». Insomma un martire la cui identità non poteva essere dichiarata, impossibile da cancellare, imbarazzante da ricordare. Un martire scomodo. Come spiegare che tra il sangue versato per fondare l’Italia democratica c’era anche il suo, quello di uno dei personaggi più discussi e odiati del primo fascismo? Era proprio lui il personaggio al centro della foto che ricorda il fallimento dello sciopero generale legalitario del 1° agosto del 1922, l’uomo in camicia nera che guida un tram per le vie di Milano, sulla linea Porta Venezia-Piazzale Loreto, a dimostrare a tutti che l’ultima protesta era stata sconfitta. E che poi, dopo ventidue anni, era finito tra le vittime della rappresaglia tedesca per l’attentato di via Rasella. Come ci finì? Fu per caso o perché davvero, come si trova scritto un po’ frettolosamente qua e là su alcuni libri di storia, partecipò alla Resistenza? E se sì, come vi partecipò e cosa fu la sua conversione? Di fronte a queste domande per almeno mezzo secolo si è fatto finta di niente. Ed è anche successo di peggio, si è negato il problema. Nel piccolo museo allestito accanto al sacrario, il nome di Finzi è stato collocato - non si sa perché, è un arbitrio sul piano storico - nell’elenco dei 67 ufficiali, sottufficiali e soldati del Fronte clandestino militare di resistenza, l’organizzazione che faceva capo al governo Badoglio, uccisi insieme al loro comandante, il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, il 24 marzo del ’44.

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Da una rapida inchiesta, risulta che Finzi, subito dopo l’8 settembre del 1943, cercò e trovò un contatto con gli antifascisti di Palestrina. Pietro Giovannini, ex partigiano cattolico, ex sindaco della città, ha prima cercato fra le sue carte e nel suo diario, ma senza trovare nulla, poi ha scavato nella sua memoria e ha ritrovato un’immagine e un dialogo. «Ricordo un incontro, in casa di un mio zio materno, Raffaele Galeassi, che poi all’arrivo degli alleati fu nominato sindaco dal Cln, che aveva la sua sede a Tivoli». Lui, Giovannini, era il capo della Gioventù italiana di Azione cattolica e aveva già organizzato alcune riunioni in cattedrale. Suo zio era un socialista, che durante il ventennio, alle feste comandate, soprattutto il 28 ottobre, riceveva la visita dei carabinieri e passava qualche guaio. «C’erano poi un altro noto antifascista, il fabbro ferraio Giuseppe Ilardi, ed Ernesto Puliti che aveva una macchina da piazza, una rarità in quei tempi da noi. Pensi, Puliti che sapeva suonare abbastanza bene si sedette al pianoforte e intonò l’Internazionale». Sono ricordi lontani. «Si parlò del più e del meno, della possibilità di fare qualcosa, anche se alla fine non concludemmo nulla». Finzi aveva certamente voglia di agire, «ci disse anche che era in possesso di una ricetrasmittente». Ma in quei giorni non ci fu la possibilità di decidere nulla, nonostante altri incontri, anche a Roma, in un collegio dietro Piazza Ungheria: «Alla fine perdemmo i contatti, lui non ci cercò e noi non cercammo lui. Magari riuscì a svolgere delle attività altrove». Forse i contatti cessarono perché non poteva non esserci un fondo di diffidenza. Giovannini nega «anche se poteva sorgere il sospetto che avesse dei rapporti con i tedeschi. Per quel poco che lo vedemmo noi fummo molto aperti». Ma soprattutto ricorda che provò simpatia per una persona che fino a quel momento conosceva solo di fama. «Era difficile non sapere chi fosse. Non solo aveva la sua storia, ma in quegli anni era inusuale avere una pista d’atterraggio in una proprietà e scendervi in aereo». Com’era? «Parlò molto, come si dice, ce l’aveva poche e spicce. Io fino all’armistizio ero caporalmaggiore nell’Unità ferrovieri mobilitati. Gli citai il mio comandante, il generale Umberto Perotti, di cui aprivo normalmente la posta scoprendo che aveva contatti un po’ sorprendenti per me, con gente che stava ovunque, in Russia o in Jugoslavia». Perotti sarebbe diventato il capo militare del Cln piemontese e sarebbe stato fucilato a Torino, al poligono del Martinetto, nel 1944. «Restammo a parlare a lungo di un altro ex gerarca fascista, con cui a un certo punto ho lavorato, che era stato degradato e che era soldato semplice». Un dubbio. Che fosse Leandro Arpinati? Anch’egli era stato sottosegretario all’Interno e la sua vicenda era stata grosso modo parallela a quella di Finzi: era stato a Bologna uno dei nomi di punta dello squadrismo, era stato vicesegretario del Pnf e aveva avuto la carriera spezzata in uno dei conflitti esplosi nel groviglio politica-affari del regime, tra rivalità personali e interessi concreti. Una vicenda parallela al punto che in quelle stesse settimane del ’43 Arpinati - dopo aver rifiutato una sollecitazione di Mussolini a unirsi a Salò - cominciò a cercare contatti con l’antifascismo, per poi finire ucciso da una banda di partigiani all’indomani della liberazione mentre si incontrava con un avvocato socialista, Torquato Nanni. Una stagione di destini incrociati.
Giovannini non rivide più Finzi. «C’erano tre formazioni partigiane nei Castelli Romani - una era Bandiera Rossa, anche un’altra era di sinistra, comandata da Dante Bersini, la terza era cattolica - ma a Palestrina la situazione era difficile. In dicembre il Cln spostò qui, da Monterotondo, un gruppo composto da una ventina di ex prigionieri russi evasi, che riuscivano a compiere delle azioni». Probabilmente furono proprio quei partigiani russi, i cui caduti ogni anno sarebbero stati ricordati con una cerimonia, a imbattersi in Finzi e a segnarne il destino. Comunque nella zona, a differenza di altre nei Castelli, la resistenza fu debole, anche perché nel gennaio del ’44 la città si svuotò. Era diventata una retrovia del fronte. Ci fu lo sbarco ad Anzio che, quando non c’è foschia, si riesce a vedere a occhio nudo e, proprio nella giornata del 22, un doppio bombardamento aereo, la mattina i cacciabombardieri, il pomeriggio le fortezze volanti, devastò Palestrina con il risultato che tutti ripararono in campagna, anche nelle grotte. E tutto si complicò, fra le azioni dei russi e le rappresaglie. Anche Giovannini rischiò di finire fucilato. Dopo che i partigiani uccisero un ufficiale tedesco e un milite italiano, fu rastrellato insieme ad altri, portato a Gallicano e condannato a morte. «Ma accadde che il comandante tedesco, una Ss, uscì a far due passi nei campi e saltò su una mina. Poco dopo, il suo secondo, un austriaco, ci lasciò liberi sulla parola». La casualità. Un analogo episodio, nel destino di Finzi, ebbe invece l’esito opposto.

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Se non ci fosse stato il diario pubblicato da Pino Levi Cavaglione, oggi non sapremmo che l’esponente del fascismo accusato di essere coinvolto nel delitto Matteotti partecipò in qualche modo alla Resistenza. Levi Cavaglione, genovese, era stato mandato dal Cln proprio nella zona di Palestrina per cercare di dare impulso alla guerriglia e alle attività di sabotaggio. Dai russi apprese che Finzi li aiutava, fornendo loro cibo e tabacco. Come fossero entrati in contatto, se fosse stato lui a cercare loro o viceversa, non si sa e probabilmente non si saprà mai. Così come dell’aiuto «morale e materiale» che prestò a un altro gruppo armato, si sa solo da una frase contenuta in un rapporto lasciato dal suo comandante, il tenente colonnello Pietro Gaspare, che guidò una formazione collegata al Partito democratico del lavoro. Comunque fosse andata Levi Cavaglione e Finzi si videro il 14 febbraio del 1944. Dalle pagine che ha lasciato era incuriosito dal personaggio. «L’impressione prodottami da quest’uomo alto, distinto, affabile nei modi e suadente nel parlare, è stata buona. Gli ho spiegato le nostre necessità. Ha promesso che intensificherà il rifornimento e che si manterrà in continuo contatto con noi per darci notizie sui movimenti delle truppe tedesche. La sua bella villa è quasi tutta occupata da un comando tedesco». Gli chiese come mai vi restasse. Alzò le spalle e rispose: «Se scappassi sarebbe peggio. Stando qui posso almeno aiutarvi. Non credo che si accorgeranno della mia attività». Poi parlarono della situazione militare. «Non ritiene che gli inglesi riescano ormai a superare lo sbarramento tedesco attorno alla testa di ponte, ma pensa che sia imminente uno sbarco a Nord di Roma». Levi Cavaglione, in quel primo incontro non resistette alla tentazione di chiedergli di parlare del delitto Matteotti («con notevole mancanza di tatto», annotò). Il suo interlocutore scosse la testa: «Dopo la liberazione potrò pubblicare come stanno veramente le cose. Io non ne ho nessuna colpa». E aggiunse che il suo antifascismo datava anzi dal delitto Matteotti perché solamente dopo quell’episodio di ferocia si accorse chi fosse Mussolini. «Parla lentamente con una punta di tristezza nella voce, con un tono staccato come se parlasse con se stesso». Il rappresentante del Cln era stato sconsigliato dall’avvicinarlo «per via del suo passato», ma - scrisse nel diario - «la situazione è però oggi tale da non permettere di guardare tanto per il sottile». Attenzione al verbo «sconsigliato»: era il segno che Finzi, nonostante tutti i suoi tentativi, era ancora un isolato. Un calcolo di prudenza lo aveva indotto a non tornare stabilmente a Roma, una città occupata, piena di pericoli per chi aveva avuto un ruolo di primo piano nel fascismo, e cercava di trovare un ruolo nella Resistenza. Ma anche lì a Palestrina era poco più che in attesa. Quanto al «suo passato», il fantasma era quello di Matteotti. E non solo.

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Primo frammento di passato. Nel pomeriggio del 5 agosto del 1922, dopo il fallimento dello sciopero generale legalitario Aldo Finzi andò a parlare a Milano con Alberto Albertini, a cui l’anno prima il fratello Luigi, senatore del Regno e una delle massime personalità politiche di quella fase della storia italiana, aveva lasciato la direzione del Corriere della sera. Nel suo diario Luigi Albertini raccontò nei dettagli il colloquio. Finzi espose apertamente un piano di colpo di Stato per imporre «magari coi revolver lo scioglimento della Camera e differire poi per un anno o due le nuove elezioni, governando per mezzo di un direttorio alla testa del quale dovrebbe essere D’Annunzio e in cui dovrebbero entrare Mussolini per i fascisti e qualche uomo politico, senatore, uomo di affari, che garantisca il buon successo del governo». Furono nominati, tra gli altri, Nitti, Agnelli e Pirelli. Alle obiezioni del direttore del Corriere «sull’assurdità del programma», il giovane deputato fascista si disse sicuro che sarebbe stato attuato. I fratelli Albertini presero sul serio l’annuncio. Si videro il giorno dopo a Gressoney, in Val d’Aosta, dove Luigi era in vacanza, e decisero di far scrivere a Luigi Einaudi - che nel 1948 sarebbe diventato presidente della Repubblica - «un fermo articolo contro il proposito di violare la costituzione e di stabilire la dittatura». Ma Luigi Albertini non si limitò a questo. Considerò la minaccia reale, il giorno dopo parlò con il prefetto di Milano, Lusignoli, che confermò «le sue apprensioni», con Finzi che ribadì «i suoi propositi, sebbene in forma esagerata» e poi cercò Gabriele D’Annunzio. Il quale, prima accettò di incontrarlo a Milano, ma poi «assediato da molte persone che volevano indurlo a favorire il colpo di Stato», gli disse che non poteva muoversi da Gardone. Ma lo tranquillizzò, dichiarandosi per il rispetto della costituzione e accettando di pubblicare sul Corriere dichiarazioni in tal senso. «Malgrado ciò - aggiunse Albertini nel suo diario - parto per Roma non completamente rassicurato. Finzi mi aveva accennato al pericolo della prima seduta dopo lo sciopero: vi poteva essere cioè un incidente grave di cui non si potevano misurare le conseguenze. Ricordo precisamente che attraversando piazza Colonna per andare ad assistere alla seduta, ho avuto la sensazione che qualche cosa di grave sarebbe accaduto nell’aula». Accadde infatti che quando il deputato comunista Repossi «dice una scempiaggine qualsiasi», Giunta fa quasi cenno di tirar fuori la rivoltella e di sparare, che il presidente della Camera De Nicola fugge «mentre avrebbe dovuto restare al suo posto», che «noi senatori, dall’alto della nostra tribuna, abbiamo la sensazione che da un minuto all’altro possa accadere qualcosa di irreparabile», che «Giunta è matto da legare, Finzi poco meno, la mano va continuamente alla tasca posteriore dei pantaloni per afferrare la rivoltella, Arpinati si porta dietro a Repossi con intenzioni non troppo chiare e viene disarmato». Ed ecco la conclusione: «La Camera non può proseguire così e il giorno dopo si chiude essendo pericoloso farla lavorare».
Finzi riapparve nel diario di Luigi Albertini nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, nelle ore della marcia su Roma. Andò al Corriere, accompagnato da Cesare Rossi (anch’egli poi coinvolto e travolto dal delitto Matteotti), e spiegò che si sarebbero impadroniti del governo, che avrebbero imposto alla stampa «il rispetto della loro volontà» e che i giornali sarebbero stati divisi in tre categorie: i favorevoli, i neutri e i contrari, i quali sarebbero stati vittime delle «più violente sanzioni». Ad Alberto che gli rispose che il Corriere «avrebbe pensato ai casi suoi», Finzi chiese «se non lo prendeva sul serio». Come noto, la reazione del giornale fu tale che, insieme all’Avanti! e alla Giustizia gli fu impedito di uscire il giorno dopo. Luigi Albertini ebbe allora un altro colloquio con Finzi, su sollecitazione del prefetto. Un colloquio «vivacissimo. Egli ha l’aria stupita che noi non gli abbiamo ubbidito. Gli dico il fatto mio, come del resto altra volta gli avevo detto che se suo zio fosse risorto dalla tomba si sarebbe bene adontato di avere un nipote così illiberale». Infine un giudizio sulla persona: «Questo Finzi, non è un cattivo figliolo, ma è un esaltato e la sua influenza su Mussolini mi pare eccessivamente perniciosa». (Per la precisione, lo zio a cui si riferiva Albertini era Giuseppe Finzi, importante figura del Risorgimento, mazziniano, coinvolto nel processo dei Martiri di Belfiore, poi fra gli organizzatori della spedizione dei Mille, infine deputato e senatore).

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Secondo frammento di passato. Il 30 maggio del 1924 Finzi, che era stato eletto per la seconda volta deputato del Polesine, fu tra coloro che contestarono più frequentemente Giacomo Matteotti, durante il suo ultimo discorso parlamentare, quello in cui fu chiesta la non convalida del voto del 6 aprile precedente, svoltosi in un clima di indimidazione e di violenza. Era una Camera ormai largamente dominata dai fascisti e dai loro alleati. Grazie al meccanismo maggioritario introdotto con la legge Acerbo le opposizioni erano state quasi svuotate: i democratici-liberali passarono da 210 a 45 seggi, i socialisti divisi tra unitari e massimalisti da 122 a 46, i popolari da 106 a 39, i comunisti salirono da 13 a 19 mentre i repubblicani riebbero 7 seggi e la lista di Amendola ottenne 8 mandati. Ma il risultato era frutto anche delle alleanze che Mussolini aveva saputo tessere. Vecchi liberali e democratici e non pochi cattolici e socialdemocratici, in tutto 135, avevano accettato di presentarsi nelle liste fasciste: i casi più clamorosi furono quelli di Vittorio Emanuele Orlando, capolista per la Sicilia, di Antonio Salandra, capolista per le Puglie, di Enrico De Nicola, capolista per la Campania, anche se ritiratosi all’ultimo momento. Il segretario del Partito socialista unitario sfidò un’aula ostile. Iniziò dicendo: »Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa». Fu subito interrotto e si sentì rispondere dall’on. Lupi: «È passato il tempo in cui si parlava per le tribune». Replicò fermo: «Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo Diciannovesimo». La seduta andò avanti in questo clima e non ci fu una frase pronunciata dal segretario del Partito socialista unitario che non venisse contestata. Quando parlò dell’uso della milizia che «per la legge elettorale avrebbe dovuto astenersi e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero», Farinacci disse: «Erano i balilla». Pronta la risposta: «È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla». Quando cominciò a elencare i singoli episodi, iniziò ricordando che «a Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...». Ancora Farinacci: «Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto». «Fareste il vostro mestiere», fu la replica.
Poi fu la volta di Finzi. A Matteotti era stato appena rinfacciato un episodio della campagna elettorale del ’19 e allora si rivolse direttamento al sottosegretario all’Interno: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919». Iniziò un aspro duello. Finzi replicò: «Michele Bianchi. Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi». E Matteotti duro, fra altre interruzioni: «Lei dice il falso. Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare». Finzi gridò: «Non è così!». Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano». Finzi: «Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei. L’onorevole Merlin cristianamente deporrà». Matteotti, chiudendo lo scontro: «L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me e nessuno fu impedito e stroncato». Finzi interruppe ancora Matteotti quando parlò del controllo esercitato sui votanti, soprattutto nelle zone rurali, «in moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo». Finzi: «Evidentemente lei non c’era. Questo metodo non fu usato». Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato». Finzi: «Lo provi». E alla sfida di pubblicare le accuse, Matteotti rispose: «Pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure; perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose». C’era a monte un vecchio duello personale diretto tra Finzi e Matteotti. Si erano scontrati nello stesso collegio elettorale e l’attrito era stato frequente. Tra i tanti episodi, il fratello di Aldo, Gino, di due anni più giovane di lui, era stato anche accusato di essere fra i mandanti di un atto di violenza nei confronti del deputato socialista, quando - era il 12 marzo del 1921 - quest’ultimo propose un contraddittorio ai fascisti di Castelguglielmo, che si concluse con il suo sequestro e con una serie di violenze in un luogo isolato, in aperta campagna. Era stato lo stesso Matteotti a indicare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’agguato, tra cui anche «i Finzi di Badia Polesine».

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Terzo frammento di passato. La carriera politica di Finzi finì nel modo peggiore, nei giorni seguenti al sequestro e all’assassinio di Matteotti, nel giugno del 1924. Uno degli uomini più potenti del nascente regime, strettamente legato a Mussolini, di cui veniva spesso pubblicamente definito «il luogotenente», presente da due anni a tutte le decisioni politiche più importanti, attivo nei rapporti con il mondo dell’industria e degli affari, uscì di scena in poche ore senza riuscire a difendersi. Anche se poi risultò che con il delitto non aveva alcun rapporto diretto, troppi erano i fili che portavano a lui, dal ruolo istituzionale che svolgeva, al legame con Cesare Rossi, alle complicità tra Dumini e Filippo Filippelli, il direttore del Corriere italiano, un giornale che aveva fondato, fatto finanziare e direttamente controllato. Poi era da tempo al centro di accuse di affarismo, giuste o ingiuste che fossero, dalla legge sulla riapertura delle case da gioco, al codice della strada che imponeva ai ciclisti il catarifrangente, alle stesse tangenti pagate dalla Sinclair. Anzi, a questo proposito, si scrisse subito sui giornali che Matteotti fosse in possesso di documenti su cui avrebbe parlato alla Camera e che erano prove contro Finzi sugli affari compiuti per i petroli, per le case da gioco e altro. Veniva additato come il capofila di una leva di speculatori al vertice del fascismo, anche se poi la sua vita non fu quella di un uomo che disponeva di grosse fortune. Quando il fratello Gino lesse sui giornali milanesi del pomeriggio la notizia delle sue dimissioni - un licenziamento deciso da Mussolini, e comunicatogli per telefono dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo - salì su un treno della notte per Roma. Arrivando la mattina presto «all’abitazione di Aldo - avrebbe scritto molti anni dopo in un testo un po’ sbiadito dal tempo - notai che almeno tre agenti polizia in abiti borghesi passeggiavano lì attorno. Trovai mio fratello di un umore assai nero e, ancor prima ch’io gli chiedessi qualche precisazione, egli mi porgeva una lettera di tre pagine a me destinata, redatta nel corso della notte. Leggendola, ebbi in breve il quadro della drammatica situazione; essa non era priva di eventuali complicazioni per Aldo, dato che le “autentiche” responsabilità della crisi non potevano essere svelate né alle gerarchie fasciste periferiche, né alla pubblica opinione, se non lasciando tempo al tempo». Era la famosa confessione contro Mussolini, scritta dopo un burrascoso incontro con Cesare Rossi e con Emilio De Bono, in ore in cui alla speranza di salvarsi con un gesto di rottura si alternava la paura per la propria vita. La fecero leggere anche a un amico giunto nel frattempo, Giorgio Schiff Giorgini, che poi ne avrebbe riferito i contenuti, ne parlarono, discussero su come cercare di uscire da una situazione impossibile. E alla fine conclusero che l’unico tentativo da fare era quello di stracciare la lettera e di incontrare proprio Mussolini. Incontro che avvenne qualche sera dopo, nella casa romana del capo del fascismo, in via Rasella, e che durò un quarto d’ora. Gino, che lo accompagnò con la rivoltella in tasca e che aspettò fuori dalla porta dello studio, riferì poi qualche battuta che il fratello gli aveva raccontato. Che Mussolini lo aveva accolto dicendogli: «Comprendo il tuo stato d’animo e le difficoltà che per te si pongono, almeno per il momento, a chiarire la tua situazione; ma che cosa dovrei dire io della mia, allorché alle minacce dell’opposizione si aggiungo ora quelle degli amici?». E alla domanda a cosa si riferisse, la risposta fu: «In prima linea a Cesarino (Rossi): so che vuole uccidermi e scappare all’estero, ma non è il solo». Al suo interlocutore Mussolini chiese solo di aver pazienza, «devi dare tempo al tempo». Era la famosa promessa, mai mantenuta, di ridargli un ruolo politico in cambio del silenzio. Ma di sicuro il colloquio fu ben più aspro. Finzi rimase schiacciato tra un’opposizione politica che vedeva in lui il simbolo di un intreccio politico-affaristico, connivente con il delitto Matteotti, e che gli chiedeva nello stesso tempo un gesto di coraggio, di dire apertamente quel che sapeva e, dall’altra parte, l’opinione diffusa tra i suoi, i fascisti, che temevano il suo possibile j’accuse, il suo memoriale, che si diceva depositato in tre copie in altrettante cassette di sicurezza bancarie, ma in realtà già stracciato, e che comunque vedevano già un tradimento nel suo modo di agire. «Aldo - scrisse ancora Gino, sfumando i fatti - per qualche tempo restò in sospetto ai gerarchi. Ne seguirono tendenze “pro” e “contro” e le reazioni, di cui non era avaro verso i suoi avversari personali, hanno forse concorso, ancora molti anni dopo a rendergli la vita difficile».
Sandro Pertini, in un appunto dell’anno successivo, del ’25, ebbe la capacità di cogliere al meglio il suo atteggiamento: «Dopo le tremende accuse fatte al suo duce, si mantenne sempre in una posizione di ambiguità, asseriva che avrebbe attaccato pubblicamente e a fondo, quando fosse stato sicuro che i suoi colpi avrebbero demolito il bersaglio. In realtà il suo avversario voleva soltanto intimorirlo, per quali fini suoi noi non sapremmo precisare. Non è però dubbio che se la situazione di Mussolini gli fosse apparsa pericolante, allora avrebbe fatto del suo meglio per rovinarla del tutto; e con ciò egli avrebbe sperato di conquistarsi l’indulgenza dei successori. Ma siccome Mussolini dispone ancora di tutto il comando, Finzi disarma. Pare che già all’Alta Corte egli avesse introdotto due testimoni per dare notizia del “vero” testo della sua famosa lettera-testamento al fratello Gino. Il “vero” testo riferito dal gen. Piccio, dall’on. Grandi e dal sen. Morello sarebbe quello di una seconda e molto attenuata versione della lettera-testamento, versione scritta quando gli mancò il coraggio di sostenere le accuse contenute nella prima».

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Sarebbe bastato il cibo e il tabacco passato ai partigiani russi a far dimenticare questo passato, anche se ormai lontano, vent’anni prima? Gli sarebbe bastato, a liberazione avvenuta, dire pubblicamente quello che era contenuto nella lettera che, con Gino, aveva deciso di stracciare? Difficile rispondere. Così come è difficile ricostruire sia il silenzioso rapporto che continuò ad avere con il fascismo, sia il momento esatto della rottura che effettivamente ci fu. Di sicuro Levi Cavaglione si fidava di lui. Il 17 febbraio del ’44 notò nel suo diario che «Finzi ci ha fatto sapere che i tedeschi hanno identificato la nuova posizione dei russi e stanno preparando un’altra battuta. Effettuiamo lo spostamento in un colle vicino. Propongo ai russi di separarsi in due gruppi: sarà più facile per loro passare inosservati e venir riforniti. Non ne vogliono sapere. Sono stati insieme finora, vogliono restare insieme anche in avvenire». Il giorno dopo tornò nella villa di S. Bartolomeo con due russi e andarono via carichi di viveri. Poi nessun altro riferimento. Del resto, il 28 febbraio, ci fu un’operazione tedesca di rastrellamento a cui fu difficile resistere e Levi Cavaglione decise di abbandonare Palestrina e di ritirarsi a Zagarolo, con tutta la sua formazione. Il 28 febbraio fu anche il giorno dell’arresto di Finzi. Come avvenne? Valentino Tronti apparteneva a una delle dieci famiglie di mezzadri che lavoravano nella grande tenuta di S. Bartolomeo. Nel 1944 non era a Palestrina, era stato fatto prigioniero dagli americani in Sicilia e, passando per Orano, era finito internato prima nella Carolina del Nord e poi a Boston. Quando tornò a casa gli dissero che «l’onorevole - lo si chiamava così - era stato arrestato una mattina dagli stessi tedeschi che avevano il loro comando qui nella villa. A piedi lo fecero scendere fino a S. Bartolomeo, dove lo caricarono su un mezzo per trasferirlo a Roma. Lì accadde che venne ucciso il suo cane, una lupa, che gli stava sempre appresso e che cercò di seguirlo sul veicolo. Raccontavano che lui avesse anche reagito». Le ragioni? «Intanto perché aiutava i partigiani, parlava tedesco e si informava. Però mi dissero soprattutto che si erano accorti che lui dalla torretta - vede, è quella costruzione lassù in cima al colle - faceva di notte delle segnalazioni». Segnalazioni a chi? Valentino Tronti, al ritorno dalla prigionia, aveva raccolto verità e leggende. Quel che risulta è che delle ragioni dell’arresto, evento che avrebbe cambiato la stessa storia dell’azienda agricola e di chi ci lavorava, non c’era una spiegazione sicura. C’era il fatto e basta, con l’epilogo alle Fosse Ardeatine. E qualche ipotesi, con l’esclusione di una: un «no» come risposta alla domanda se non si dovesse pensare anche a una vendetta, a una denuncia contro di lui da parte di qualche fascista di Palestrina o, magari, da Roma. Di questo non si era mai parlato. Non lo avevano fatto i famigliari di Finzi, non lo avevano fatto i suoi contadini. Anche il cibo e il tabacco che aveva passato ai russi era raccontato come una vicenda normale. Del resto, non c’era stata mai una cerimonia, mai un momento pubblico per ricordare a Palestrina «l’onorevole», il cui nome figurava da allora nell’elenco di 335 martiri.

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Se questa era l’ambiguità della storia, a proposito di ambiguità personali, Gino pur non ricordando la data ha lasciato scritto che Finzi e Mussolini si rividero qualche anno dopo la rottura, prima delle elezioni del 1929, quando scadde il mandato di Aldo. Fra i due - pur molto diversi per origine sociale, per formazione politica, per cultura, per stili di vita - c’era stata non solo stretta collaborazione politica, ma anche amicizia. Certamente rievocarono il passato, forse strinsero anche qualche accordo. Stando alla versione lasciata, fu un incontro cordiale, in cui parlarono prevalentemente dell’aeronautica militare e delle sue potenzialità, durante il quale a un certo punto Mussolini telefonò per ordinare che, da quel momento, venisse messo a disposizione del suo interlocutore un aereo. Dal punto di vista politico, all’ex sottosegretario all’Interno il colloquio servì a dimostrare che non era un isolato e che nel 1924 non aveva consumato un tradimento. O che in ogni modo era stato «amnistiato». Almeno un altro incontro ci fu di sicuro. Valentino Tronti - senza essere sicuro della data, ma probabilmente era il 1940 - vide Finzi a Palazzo Venezia in mezzo ad altri gerarchi. «C’era un premio di mille lire ai contadini che compivano una bonifica e quell’anno venne anche dato alle famiglie che lavoravano nella tenuta di S. Bartolomeo. Andammo tutti inquadrati, tutti vestiti al meglio e nel salone in cui Mussolini mi consegnò una busta rossa con dentro le banconote, c’era anche l’onorevole». «E poi una sera che alla villa c’erano ospiti a cena, cosa che succedeva di frequente, dissero però ai contadini di non salire su e noi pensammo che a tavola fosse seduto Mussolini. Però non ne eravamo sicuri». Anche l’azienda agricola era in qualche modo il segno di un rapporto che non si era interrotto: alla proprietà iniziale della moglie Mimy Clementi, utilizzando la legge sull’Agro romano - di misure per l’Agro Romano si era occupato quando era sottosegretario - aveva aggiunto molti ettari di terreno presi in affitto, in tutto sarebbero stati 130, e li aveva fatti coltivare prevalentemente a tabacco, costruendo poi un essiccatoio nel quale lavoravano da novembre a giugno-luglio trecento ragazze di Cave e Palestrina. Era una produzione che allora si svolgeva sotto il controllo della Guardia di finanza e il raccolto veniva poi venduto allo Stato. (Una breve parentesi sul passato: Mimy Clementi era nipote del cardinal Vincenzo Vannutelli, decano del Sacro collegio e il loro matrimonio, nel 1923, era stato un importante evento politico-mondano: prima ci fu la cerimonia civile in Campidoglio, con Guglielmo Marconi padrino della sposa, e poi il rito religioso nella cappella del Palazzo della Dataria, al quale fu presente Mussolini. A lui il cardinale Vannutelli espresse la gratitudine degli astanti e «in nome degli sposi e dell’eletto stuolo che li circonda, e in unione a quanti sono veramente amanti della Patria, di cuore e di nome italiani» gli porse «l’augurio cordiale e sicuro che, con l’aiuto di Dio, possa condurre a termine il poderoso compito che con senno e coraggio si assume dinnanzi alla storia». Parole che furono interpretate, in una stagione in cui il rapporto Stato-Chiesa non era ancora pacificato, come un’inaspettata apertura di credito al fascismo).

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Ma come era avvenuta la rottura tra Finzi e il fascismo? E chi ruppe? È difficile ricostruire una storia senza testimoni. Stando a Gino - che però nel ’35 era emigrato in Francia - le cause furono l’alleanza con la Germania e l’entrata in guerra. È probabile e, in fondo, corrispondeva con l’atteggiamento di tanti altri che erano approdati al fascismo dal nazionalismo. Ma la resa dei conti avvenne nel 1942, quando di fronte all’andamento negativo della guerra Mussolini decise una stretta, un inasprimento del regime. Fu allora che Aldo venne assegnato al confino per disfattismo, «su proposta del segretario del Pnf» prima a Ischia, poi a Ustica e infine alle Tremiti, fino a quando il provvedimento non venne declassato al «soggiorno obbligato» a Lanciano, in Abruzzo. Un vorticoso giro di località di internamento - puntualmente annotato da Gino - che segnala quanto meno un’altalena di volontà puntiva, tra chi voleva punirlo di più e chi meno. Come leggere questa rottura? La chiave più probabile è che sia stato il fascismo a liberarsi di lui, che considerava, al pari di altri, una delle proprie vecchie figure di cui non si fidava più. Unica pista di quegli anni, una lettera che, proprio da Lanciano - era già il 1943 - Aldo fece avere fortunosamente al fratello in cui descriveva il logoramento del regime e parlava di contatti con antifascisti del posto. Era quel darsi da fare che, senza troppi risultati, sarebbe continuato anche a Palestrina. Restava un isolato. La sua vicenda fu speculare - in quegli anni di guerra - a quella di tanti altri, penso soprattutto a coloro che avevano rotto con il comunismo e per i quali non ci fu più posto nell’Europa divisa in due dalla guerra.

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Nessuno ha posto una lapide a via Panama 26, ai Parioli, ultima casa di Finzi. Secondo Gino, Aldo fu arrestato lì, il 15 marzo del ’44 «perché ebreo». Aveva lasciato Palestrina dopo che l’ufficiale tedesco che si era installato nella sua villa, con il quale aveva stretto amicizia e dal quale sentiva di essere protetto era morto saltando su una mina, una storia opposta a quella di Giovannini. Ma soprattutto una versione completamente diversa da quella che è confortata da testimonianze dirette. Impossibile oggi spiegare questa difformità. Sembra poco probabile che, nella Roma occupata, un accusato di aver collaborato con i partigiani fornendo loro cibo e tabacco e di atti di ostilità verso i tedeschi potesse essere liberato. Non godeva di alcuna protezione, era un cane sciolto. Il suo stesso passato e il sospetto di tradimento - c’era appena stato il processo di Verona - giocavano contro di lui, anche se in quel momento, con gli alleati alle porte di Roma, la crisi del 1924 doveva sembrare davvero molto lontana. Si può pensare a una messinscena, a una liberazione finta e sorvegliata, di poche ore o di pochi giorni, per cercare di scoprire suoi eventuali contatti. Ma si può pensare anche ad altro. Ad esempio alla sopravvivenza, nel racconto successivo di Gino, dell’ambiguità che aveva circondato Aldo. Proporre il Finzi «ebreo» significava in fondo suggerire la storia di un doppio martirio. Già, perché i Finzi erano ebrei, ma completamente assimilati. Il padre, Emanuele, era un liberale, non credente, che si definiva «libero pensatore» e, quando si sposò con una cattolica, accettò tranquillamente la sua decisione di far battezzare i figli. Del resto su Aldo l’ebraismo non ebbe alcun appeal - né egli fu discriminato dopo le leggi razziali - almeno fino a quando, come ha raccontato Renzo De Felice, non cercò contatti con la Comunità ebraica romana, dopo il suo rilascio da Lanciano.
Ma per tornare alla lapide che manca, Roma è una città i cui muri ricordano molti martiri delle Ardeatine, con targhe alle quali ogni 24 marzo viene appesa una corona, che poi via via scolorisce. Invece lì, a via Panama, c’è un vuoto, forse perché sarebbe stato difficile dettare l’epitaffio. Forse più semplicemente perché nessuno ci ha pensato. Del resto, sono stati davvero pochi in sessant’anni a provare un qualche interesse per la fine di Finzi, salvo rapidi cenni - qua e là sui libri di storia - al pendolo che condusse alle Fosse Ardeatine il sottosegretario all’Interno del delitto Matteotti. Ne fu impressionato Giuseppe Bottai che lo annotò nel suo diario. Ne fu in qualche modo attratto Robert Katz, che nel suo Morte a Roma si curò di ricordare che era chiuso in un cella di via Tasso «un uomo che era stato spesso ospite nell’appartamento del duce a Palazzo Tittoni» in via Rasella, quasi il punto dell’attentato. Mentre, più recentemente ha omesso di occuparsene Sandro Portelli nel suo L’ordine è già stato eseguito, in cui ha raccolto ciò che resta della memoria degli ostaggi uccisi, della loro vita, del loro lavoro, del loro ambiente. È stato Giampaolo Pansa, nelle ultime pagine di Le notti dei fuochi, il primo a risolvere in qualche modo il problema di come trattare apertamente l’argomento, avanzando anche il sospetto - precisando però di non averne alcun riscontro - che Finzi fosse stato lasciato morire per chiudere la bocca al più importante testimone del delitto Matteotti. Che Mussolini, informato del suo arresto, avesse potuto rispondere ai tedeschi, che gli chiedevano cosa dovessero farne: «Per me non conta nulla, decidete voi…». Comunque sia andata tra il febbraio e il marzo del ’44, con tante domande senza risposta, resta l’imbarazzo del dopo, la rimozione, il non saper cosa scrivere sulla tomba, il non saper risolvere quella piccola contraddizione della presenza dell’«esaltato» Finzi, per stare alla definizione di Luigi Albertini, tra gli uccisi delle Ardeatine, della trasformazione di un vecchio capo fascista in uno dei simboli dell’asprezza della guerra e dell’oppressione nazi-fascista. Cioè il non saper trattare l’argomento di un martire scomodo, la cui vicenda, nonostante tutte le sue ambiguità, indica in fondo che c’è una storia che, se accettata per quella che è, può diventare comune.

Debbo ringraziare Gino Pennacchi per il prezioso aiuto che mi ha dato.

 

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