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John Fante: l’eroismo della normalità

LIBERAL FONDAZIONE
di Luca Doninelli
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23La pubblicazione del Meridiano Mondadori dedicato a John Fante (Ro-manzi e racconti, pagg. XVLII-1700) ci offre la possibilità non solo di fare la conoscenza completa con un importante, singolarissimo scrittore, ma anche di fare la conoscenza con quella particolare italianità di cui solo la cultura italoamericana ha potuto e saputo farsi voce. Non metà americano e metà italiano, ma totalmente americano e totalmente italiano, John Fante (Denver 1909-Los Angeles 1983) incarna un elemento del carattere italiano che non avrebbe mai potuto evidenziarsi in patria: quello in cui l’assoluta conservazione dei valori d’origine - la fede cristiana e il senso della famiglia - importati in America dal paesino in provincia di Chieti da cui era partito suo padre, si unisce senza soluzione di continuità con la necessità di far fronte all’assoluta modernità della vita americana. Una totale conservazione che diviene, insomma, totale apertura al mondo e rende più trasparente il senso di quei valori. Questo mi pare il motore della scrittura di John Fante. Un altro grande abruzzese, Ennio Flaiano, ha sottolineato in diverse sue opere il carattere arcaico, precristiano di molte credenze, rifluite poi nella devozione cristiana, di cui è intrisa la sua terra. L’emigra-zione, però, purifica quei valori da tutti gli aspetti di superstizione, e al contatto col Nuovo Mondo avviene quella particolare reazione chimica che porterà a scivolare talora nella delinquenza, ma porterà anche a innestare quei valori nel tessuto stesso della società americana, con esempi di eroismo umano senza precedenti. 
Non so se Fante sia stato o no un grande scrittore. Credo però che il tempo lo premierà. La sua leggerezza l’ha fatto apparire, in vita, troppo fragile; ma il tempo ne rivela il peso profondo. C’è nelle sue pagine un pulsare continuo, un moto senza tregua che divora persone, cose, paesaggi urbani, degrado, ma anche cielo, stelle, tutto. Un senso di pienezza totale, di totale assenza di vuoto domina i suoi libri più importanti: Chiedi alla polvere, La confraternita dell’uva o quel capolavoro singolarissimo che è Il mio cane stupido. I distinguo ideologici con lui non hanno senso. È sicuramente cattolico ma anche panteista, difende i valori tradizionali ma merita l’elogio incondizionato del più trasgressivo tra gli scrittori, Charles Bukowsky. Forse Bukowsky, che non teorizzava la trasgressione ma la praticava, sapeva quanta vera pazzia, quanta eroica pazzia ci vuole perché un uomo possa fare lo scrittore, e farlo fino in fondo, mantenendo al tempo stesso una famiglia con quattro figli nella speranza - poi realizzata - di avere al fianco la propria moglie a stringergli la mano nell’istante della morte. Leggete John Fante e imparate, come ho imparato io, quanta falsità c’è nelle distinzioni borghese/ trasgressivo, cattolico/ disperato, rettitudine/espediente. Fante fu una bravissima persona, ma non si presentò mai, nei suoi libri e nella vita, come tale, perché sapeva bene che, santi o delinquenti, suore o prostitute, buoni o cattivi che siamo, ciò che conta è il modo in cui la nostra esistenza piccola e quotidiana intercetta il vento del Destino e lo fa proprio. Per fare questo non esistono ricette: bisogna farlo e basta. Viva John Fante.

John Fante, Romanzi e racconti, I Meridiani, Monda-dori, XVLII-1702 pagine, 49 euro
 

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