
Fra le tante discussioni che animano il dibattito sul romanzo italiano, non manca mai quella dedicata al perché in Italia scarseggino romanzi aperti alla storia contemporanea, ovvero perché gli scrittori non prendono in esame la realtà presente che pure offrirebbe squarci di verità e forza ed eviterebbe, in taluni casi, l’esangue mostra di realtà tutte interne e intime, che rivelano spesso panorami solo claustrofobici. Una questione di tradizione letteraria difficile da spezzare, se non per improvvisi e rari casi che riescono a tenere insieme le spinte intimiste e le aperture ai fatti del presente. Questa breve premessa per parlare di un romanzo che cerca esattamente questa via, la sintesi tra la storia privata e quella pubblica. Ma che ha uno scatto in più, il coraggio di affrontare un periodo della storia recente che ha influito in maniera pesantissima su una generazione, marchiandola a fuoco. Parliamo dell’ultimo romanzo di Luca Doninelli, considerato tra i più dotati narratori contemporanei, e di cui ricordiamo La revoca pubblicato nel ’92. Tornavamo dal mare è un romanzo, che a dispetto del lirismo evocativo del titolo, tratta materia scabrosa, e lo fa con grazia, si potrebbe dire, se non si incorresse in un ossimoro, con leggerezza. Una scabrosa leggerezza quella che si inscena nello spazio della storia tra una madre e una figlia, dove il rapporto generazionale emerge prima in maniera naturale, poi in maniera drammatica.
Una madre è per prima cosa una madre, anche se nasconde una storia difficile, e una figlia è sempre alla ricerca di una sua identità anche quando è apparentemente emancipata. Irene e Ester (le due protagoniste, figlia e madre) sono due donne che potremmo definire tipiche. La figlia è una giovane nata negli anni Settanta e si rappresenta al meglio come generazione degli anni Ottanta e Novanta, considerati da tutti come gli anni del post riflusso, deliberatamente vuoti e senza ideali. La madre è invece il frutto di una generazione fortemente connotata, che ha attraversato gli anni Sessanta e Settanta, proiettandosi tutta nel mondo e nell’impegno civile. Un impegno che negli anni Settanta si andò corrompendo fino alla deriva terroristica. Ora proprio quelle che furono, e sono, persone normali hanno in parte subito una storia più che agirla, con conseguenze dolorose e difficili da dimenticare. Chi ha pagato veramente, le persone più deboli o quelle più impegnate? Quelle che non si fermarono davanti ai morti o quelli che teorizzarono attraverso la scrittura? Forse un po’ tutti, ma non è questa la ricerca del romanzo, non è questo l’interesse del narratore, che pure apre squarci di indagine e di riflessione sul nostro comune passato. Quello che interessa al narratore è capire quanto una storia fatta non solo di banale quotidianità ma anche di responsabilità, sposti la nostra vita e quella delle future generazioni. Se una madre, una donna, un’insegnante, una persona comune di oggi, ha, in un tempo che sembra non appartenerle più, impugnato una pistola ed è andata a cercare la sua vittima per freddarla (e il caso ha voluto che la vittima fosse il fratello), come vive la propria vita e quella con sua figlia? Se una giovane affascinata dalle idee nuove e dal trascinante movimento degli anni Sessanta, finisce in galera come terrorista e lì concepisce un figlio, come si rappresenta la propria esistenza normale di moglie e madre in anni come quelli odierni? La risposta non c’è se non nel fatto che il mondo assorbe tutto e resta immutabile, potremmo dire sordo. Il passato emerge dalle nostre ferite profonde e spesso non trova rispondenza all’esterno, se non appunto nel disagio personale. E allora? La Storia è importante e va rispettata quanto la nostra e l’altrui vita.
Luca Doninelli, Tornavamo dal mare, Garzanti, 181 pagine, 13.50 euro