
La cultura della società europea, dopo l’ultima guerra mondiale, si è caratterizzata per un marcato, obbligatorio, pacifismo. Che pone diversi problemi oggi quando (come accade, periodicamente, nella storia), gli eventi pongono invece il continente europeo di fronte al conflitto, anche se, per ora, nella forma particolare del terrorismo. Nella lunga notte del pacifismo coatto, infatti, intere categorie della conoscenza, oltre che dell’esperienza psicologica e spirituale, sono state più o meno sottilmente proibite dall’establishment culturale e politico. Tra le più vietate quella di amico-nemico (per Carl Schmitt la categoria fondante del politico), e quella di combattimento. Questa lunga rimozione pone oggi il pensiero, la politica, ma più in generale l’anima europea, in una posizione di arretratezza di fronte agli eventi che la disorientano. In prima linea nell’accantonamento (Freud parlerebbe di «negazione») del conflitto è stato, per molti decenni, proprio il mondo cattolico. Nel quale peraltro il tema del confronto/conflitto, col «mondo» ma soprattutto con se stessi, verso il «male» che ogni uomo origina nel proprio cuore, è aspetto centrale dell’esperienza religiosa. Si è così a lungo confusa la pace propria del Cristo («vi do la mia pace»), conseguente a una lotta profonda, con una generica e complessiva rinuncia all’esperienza del combattimento col Nemico e con gli aspetti psicologici e affettivi del soggetto che ne sono stati conquistati.
L’ultimo periodo del pontificato di Paolo VI, ma soprattutto il lungo regno di Giovanni Paolo II, hanno cercato di rovesciare questa tendenza all’adattamento, richiamando più volte l’esigenza a una più radicale fedeltà al Vangelo. Nella produzione culturale cattolica però, con l’eccezione di aree sempre più importanti, come Comunione e Liberazione, e in modo più direttamente calato nelle cose l’Opus Dei, la riflessione sul «combattimento spirituale» è rimasta vistosamente latitante. Con una conseguenza importante sull’impoverimento della riflessione sul conflitto nella società, che veniva a perdere, così, la propria anima, il suo riferimento archetipico, psicologico e spirituale. A colmare questa pericolosa lacuna viene ora il libro dello studioso barnabita Antonio Gentili. Padre Gentili è uno dei protagonisti, in Italia, del ritorno in auge, anche in ambienti relativamente distanti dal mondo ecclesiale, della pratica dei ritiri spirituali, cui ha dedicato gran parte delle energie degli ultimi decenni, sia nella Casa a essi dedicata dai Barnabiti, nel virgiliano Eupilio, vicino a Como, sia in moltissimi ritiri, in giro per l’Italia. In questo sforzo, coronato da un grande successo di frequenza, e di attenzione, ha ritrovato, e pubblicato, presentandoli alla sensibilità di oggi, gran parte dei testi cattolici di meditazione, fino ad allora sconosciuti alle masse che avevano finito col credere la meditazione una pratica esclusivamente orientale e col praticarla spesso anche in sette assai dubbiose. È proprio all’interno, anche, della ricchissima esperienza della meditazione e preghiera cristiana, che Gentili trova gli straordinari testi sul «combattimento spirituale», che qui presenta e commenta.
Fornendo un contributo prezioso, simbolicamente (e quindi psicologicamente) ricchissimo, a chiunque voglia affrontare e trasformare i propri conflitti, anziché, patologicamente, negarli.
Antonio Gentili, Vengo a portare la spada. La vita cristiana come combattimento spirituale, Ancora, 190 pagine, 11 euro