
In Italia alcuni fisici e qualche filosofo hanno notato l’affinità tra la «tesi» centrale del mio discorso filosofico - l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato del mondo - e la «tesi» di Einstein che «per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione». Ho messo tra virgolette la parola «tesi», per sottolineare che quando le «logiche» che conducono «alla stessa» tesi son diverse, son diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica della fisica einsteniana è diversa da quella secondo cui si costituisce la tesi filosofica dell’eternità di ogni ente, a cui si rivolgono i miei scritti. Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le due tesi, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di «tempo», che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia dall’«ormai nulla», e dal futuro, ossia dall’«ancor nulla». L’esempio più recente, e tra i più clamorosi di questa crisi del tempo, è il libro del fisico Julian Barbour, La fine del tempo. La rivoluzione prossima ventura, (Einaudi). Che la filosofia abbia da imparare dalla fisica è un luogo comune. E sacrosanto. Perché se la filosofia intende comprendere il senso della scienza e della tecnica, scienza e tecnica deve in qualche modo conoscerle. Ma è vero anche l’inverso. In una fase in cui, ad esempio, un fisico come Steven Hawking prevede (1979) che la fisica debba lasciare il posto a una «Teoria del Tutto», si toccherebbe il fondo della povertà di pensiero se non ci si rivolgesse alla filosofia che, da sempre, è stata la «Teoria del Tutto». Ma poi la filosofia giunge a indicare in concreto - nei miei scritti il linguaggio mira appunto a questa indicazione - in che senso essa non è un sapere ipotetico, esigenziale, metaforico, falsificabile, ecc., ma è il sapere assolutamente incontrovertibile - in un senso essenzialmente diverso da quello che la tradizione filosofica attribuisce all’incontrovertibile e di cui la filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità. Barbour scrive: «Da una quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso, comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso vale per il movimento». Posso invitarlo a tener presente che la riflessione sull’eternità di ogni ente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di grande interesse e avvincente) scrive che «ben pochi pensatori, nelle epoche successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide: io invece sosterrò che l’eterno fluire eracliteo… non è che una radicata illusione». Caro prof. Barbour, qui in Italia da mezzo secolo quelle idee sono state prese molto sul serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover dissentire. E son certo che a Lei non interessa favorire quella sorta di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofia italiana.
Julian Barbour, La fine del tempo, la rivoluzione fisica prossima ventura, Einaudi, 354 pagine, 23 euro