
«Se la spesa pubblica è destinata a qualcosa di utile, può rivelarsi direttamente sostitutiva di una spesa privata destinata allo stesso scopo. Per poter, quindi, essere certi che la spesa pubblica non si sostituisca alla spesa privata, ma accresca invece la domanda globale, sarebbe opportuno che fosse destinata a qualcosa di assolutamente inutile!». Questa considerazione fulminante sulla natura della spesa pubblica, che mette Keynes a testa in giù con la grazia lieve dello sberleffo, ammicca, tra una citazione di Friedman e un commento all’articolo 81 della Costitu-zione, nelle pagine spumeggianti e serissime di un gran bel saggio. Si tratta dell’ultimo libro di Antonio Martino, Sempli-cemente liberale: un titolo che veste alla perfezione l’autore. Il volume - edito da Liberilibri in una collana, «Le oche del Campidoglio», che ospita classici piccoli e grandi - si snoda lungo sette saggi scritti negli ultimi dieci anni, anni rubati allo studio e messi al servizio di una passione politica sincera, con alterne fortune. Tessera numero due di Forza Italia, Martino non è mai stato economista prestato alla politica, non ha mai esibito il ghigno del tecnocrate, l’alterigia dell’alchimista di equazioni messosi al servizio del Paese. Il liberalismo può essere passione divorante, metro di valutazione dell’oggi, persino «io devo» delle scelte politiche. Semplicemente libe-rale, allora, non è uno di quei mattoni firmati da politici per politici, presentati nel salotto di Bruno Vespa, acclamati dalla stampa, discussi affannosamente dal coro dei benpensanti. È, invece, un libro coraggioso (e, per inciso, leggibilissimo) di teoria liberale. Si discute di un federalismo possibile, di liberalismo e costruttivismo, di Stato sociale, di immigrazione, della struttura d’incentivi alla base della democrazia, di costi del proibizionismo. Per Martino, viviamo in tempi di «paternalismo statalistico». «La legge deve proteggere i singoli dalla violenza degli altri, non da se stessi». Il ministro della Difesa ricorda il caso d’un condannato a morte in Colorado, Lee Davis, al quale lo Stato negò l’ultimo desiderio di una sigaretta perché nel braccio della morte non si può fumare. «Manifestazioni di stupida crudeltà come questa sono indegne persino dei peggiori dittatori: né Stalin né Hitler scesero mai tanto in basso».
La situazione non è di-versa se, anziché di nicotina, si parla di droghe oggi «illegali» (e non semplicemente sulla strada per diventarlo). Un liberale de-ve sapere che «la liberalizzazione della droga, determinando una riduzione del prezzo e l’ingresso di produttori “legali” nel mercato, da un lato scoraggerebbe l’uso intensivo della sostanza e dall’altro probabilmente spingerebbe i produttori a individuarne usi meno nocivi».
Rendendo illegale una forma di commercio, il proibizionismo non la distrugge, ma ne fa lievitare i costi (per la gioia del crimine organizzato) diminuendo al tempo la qualità della merce scambiata (per la disperazione di molti). Sarebbe bello se i suoi colleghi, nel Consiglio dei Ministri, leggessero quanto scrive il ministro della Difesa - e ne assorbissero la saggezza. (Il libro si può richiedere a
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Antonio Martino, Sempli-cemente liberale, Liberilibri, 200 pagine, 14 euro