
G. John Ikenberry, uno dei maggiori esperti di politica internazionale, esamina le caratteristiche peculiari dell’egemonia americana, da un punto di vista integrato politico, economico e strategico. In un anno di elezioni presidenziali il libro rappresenta il punto di vista democratico, in opposizione a quello repubblicano, delineato qualche anno fa da Robert Kagan, secondo cui è ora di smettere di credere che europei e americani condividano una comune visione del mondo. Secondo Kagan l’Europa si sta «rinchiudendo» in preoccupazioni legalistiche fondate sulle negoziazioni e la cooperazione, cercando rifugio in un paradiso post-storico di pace perpetua. Viceversa gli Stati Uniti rimangono saldamente ancorati nella storia, esercitando il potere in un mondo «hobbesiano», dove le regole del diritto internazionale sono incerte e inaffidabili, e dove la vera sicurezza può essere raggiunta solo dal possesso e dall’uso della forza militare. Per questa ragione si può dire che europei e americani non vengono più dallo stesso pianeta: gli uni vengono da Venere e gli altri da Marte. Tale presa di posizione, fra «marziani» e «venusiani», condivisa dall’attuale amministrazione, impone seriamente di riconsiderare quanto il progetto europeo possa essere in tendenziale conflitto con quello della globalizzazione americana, e anche come, proprio per ciò, possa andare incontro a un insuccesso.
Dal punto di vista della competizione internazionale le strategie politiche aperte agli europei sono sostanzialmente due: costruire un’Europa alternativa all’America, oppure costruire un’Europa comunque in sintonia con gli Stati Uniti. Il punto centrale di entrambe le strategie è tuttavia quello di rimettere la questione dell’Europa nelle mani dell’America. È infatti evidente che, in entrambi i casi, la politica europea finisce per dipendere dalle scelte strategiche americane. Inoltre, dal punto di vista americano, è anche evidente l’inutilità dell’Europa. Un’Europa alternativa è naturalmente fastidiosa, ma un’Europa collaborativa lo è altrettanto. È infatti chiaro come il partner forte di un’alleanza preferisca avere vari partner piccoli, piuttosto che un solo partner, il quale, per quanto collaborativo, ha di per sé maggior voce in capitolo. Questa semplice constatazione geopolitica impone di riconsiderare alcune evidenti difficoltà interne dell’Europa dal punto di vista strategico internazionale, quali il fallimento attuale della sua stessa Costituzione. Basti ricordare come esso sia in definitiva avvenuto per l’opposizione della Polonia e della Spagna, Paesi che, pur potendo mostrare ottime ragioni di salvaguardia del proprio ruolo, si sono posti fino a oggi, sul continente, come i più fattivi alleati degli Stati Uniti.
Il libro di Ikenberry cerca di superare questa logica della competizione, in quanto l’apertura e la permeabilità del sistema globale americanizzato, la sua congruenza con le forze più profonde della modernizzazione, la rete multilaterale di istituzioni economiche e politiche nella quale è inserito, giocano sì a favore dell’egemonia americana, ma al tempo stesso la condizionano: in sintesi gli interessi e le convenienze reciproche fra gli Usa e i loro alleati sono più forti delle frizioni che pure esistono. Per Ikenberry l’azione americana continua ad avere bisogno della «legittimazione» europea. Vi è però da chiedersi quanto ciò non sia semplicemente una più soffice (venusiana) ideologia democratica, rispetto ai fondamentali della politica americana, che rimarrebbero però altrettanto «marziani».
G. John Ikenberry, America senza rivali?, Il Mulino, 127 pagine, 10,5 euro