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L’Italia non è solo vita di palazzo

LIBERAL FONDAZIONE
di Giancarlo Galli
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23In queste settimane ho letto due «buoni libri»: La democrazia in Italia, ideologia e storia del trasformismo di Fabio Vander (funzionario del Senato) e Democristiani di Antonio Ghirelli (ottimo giornalista e, ai tempi, portavoce di Sandro Pertini e Bettino Craxi). Ricavandone alla fine un desolante convincimento: l’indisponibilità di due pur attenti e intelligenti osservatori, a cogliere quelli che sono i «veri problemi» della società italiana. Di un Paese in perdita di velocità poiché incapace di prendere atto dello stretto legame che intercorre fra politica ed economia. Non è mia intenzione stroncare questi libri. Ho detto che sono buoni e lo confermo. Però il giudizio positivo si blocca innanzi a una constatazione, che del resto appartiene al nostro ceto intellettuale: il pervicacemente ritenere che il passato, il presente e il futuro dell’Italia abbiano quali primari, assoluti protagonisti, i Signori dei Palazzi di Roma-capitale. Dimenticando che se un Paese cresce, se siamo divenuti la settima o l’ottava potenza planetaria, lo si deve piuttosto a coloro che hanno tirato il carretto. A questa analisi, forse, lo ammetto, non è estranea l’attenzione al trattamento che troppi politici di professione riservano, persino nell’ambito della maggioranza, a Silvio Berlusconi, sino a scandalizzarsi (o peggio) che il Cavaliere di Arcore abbia voluto scendere in campo. Non poteva restare dietro le quinte, e dopo avere creato del nulla un Impero mediatico (unica conquista imprenditoriale degli ultimi decenni), godersene i frutti, come avevano fatto «trasformisticamente» gli Agnelli e i Pirelli nell’arco di un secolo: da Giolitti al fascismo alla ritrovata democrazia?
Mi rendo conto che recensire in questa maniera due opere scritte in perfetto stile politichese può apparire un affronto agli autori. Non se ne abbiano a male: ho da ringraziarli, per gli spunti di riflessione che mi hanno offerto. Intorno al declino dell’analisi storica. Come può Vender dedicare appena una citazione ad Alberto Beneduce (pag. 161) l’uomo che fu il regista del corporativismo fascista, e a Enrico Mattei (pag. 218, di striscio) che fu il nostro vero ministro degli Esteri con Gronchi e Fanfani? Di un Enrico Cuccia, di un Giordano Dell’Amore, nemmeno la più labile traccia. Vaghi accenni a Raffaele Mattioli. Ma chi, se non loro, hanno ritmato la ricostruzione? Non c’è spazio nemmeno per Guido Carli, indimenticabile governatore della Banca d’Italia. Da Vender a Ghirelli. Anche per te (concedimi il tono confidenzial-amicale che viene dall’antica, e immutata, stima), Enrico Cuccia non è esistito? E gli scontri ciclopici fra lo gnomo di Mediobanca e Giulio Andreotti, Emilio Colombo? Mattei è ben presente nella tua ricostruzione, ma come hai potuto dimenticare la figura di Beniamino Andreatta? Scordando di conseguenza quel Giovanni «Nanni» Bazoli presidente del Gruppo Intesa, che del disegno post-democristiano del Beniamino è stato l’artefice vittorioso? Decriptando a vantaggio dei non addetti ai lavori: sin dal 1982 Andreatta, senatore scudocrociato di Trento e amico fraterno di Romano Prodi, preso atto del crollo dell’egemonia democristiana fondata sull’intesa (in economia) con gli esponenti del mondo liberal-azionista, lavorò per la costruzione di un’«alternativa di potere» fondata su un solido retroterra bancario. Affidando la mission a Bazoli. 
Temo che non raccontando queste cose, si finisca col costruire una storia d’Italia, sì dall’eterno «trasformismo» (qui Vander coglie nel segno), ma tutta incentrata sui contorsionistici balletti dei Palazzi romani che hanno perso di vista la realtà del Paese. E i «democristiani»? Sono ancora fra noi, eccome! Ma tu, Antonio che raccoglievi le confidenze del Bettino, lo sapevi bene. Immarcescibili, esemplificando con Clemente Mastella; però trascuri Romano Prodi che è stato il vero tessitore di quell’alleanza «trasformistica» fra politica e poteri forti, che ha propiziato il successo dell’Ulivo nel 1996, preannunciato dal ribaltone voluto più che da Umberto Bossi dall’eccellentissimo gattopardo a nome Lamberto Dini. (Perfetto «democristiano di complemento» che nemmeno citi). Conclusione. Se il «trasformismo» è caratteristica nazionale (a me piace sempre ricordare il verbo To Badogliate coniato a Washington dopo le capriole del capo militare Pietro Badoglio, buono per il Re, per il Duce, per la democrazia); se forse siamo destinati a «morire democristiani» per l’ineguagliabile capacità di tener famiglia restando attaccati al potere indipendentemente dal suo colore, ebbene: che gli storici lo dicano. Poiché, nel frattempo, il «primato» è passato dalla politica all’economia, non ci si sottragga quantomeno a indicare le connessioni. Altrimenti, che storia d’Italia è mai? Quanto ai «democristiani», caro Ghirelli, non ti diceva il Bettino che il loro amore per le banche tutto sovrastava? Confido allora che questi due libri siano un’anticipazione di quanto ci vorrete, avendone i mezzi, offrire in futuro.

Antonio Ghirelli, Democri-stiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda repubblica, Monda-dori, 280 pagine, 17 euro
Fabio Vander, La democrazia in Italia. Ideologia e storia del trasformismo, Marietti 1820, 432 pagine, 26 euro
 

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