
È stato ingiusto Gianfran-co Pasquino a stroncare, sul Sole-24 ore il «saggio di filosofia politica per cittadini esigenti» di Paolo Flores d’Arcais, Il sovrano e il dissidente. La democrazia presa sul serio (Garzanti). Cultore di una scienza politica che, «nella sua dimissionaria indigenza apologetica» ormai strologa su tutto e non comprende più niente, Pasquino non si è accorto che nel testo di d’Arcais confluiscono due grandi tradizioni di pensiero politico occidentale, l’una che fa capo a Hannah Arendt e alla Scuola di Francoforte, l’altra che porta a Montenero di Bisacce, ovvero ad Antonio Di Pietro - ma non al Di Pietro moderato e democristiano di tanti anni fa bensì all’intellettuale militante che ha meditato sulle opere di Bertinotti, di Agnoletto, di Pecoraro Scanio. Alla prima fonte si deve lo stile del saggio; alla seconda i contenuti: si enunciano, ovvero si buttano lì, verità autoevidenti, incontrovertibili che solo lo stultus biblico potrebbe negare; ma tali verità attingono poi la loro forza dall’universo dei giustizialisti, dei no global e dei non violenti (sic!).
Eccone uno scampolo: «Stalin e Breznev sono stati la parrucca che consentiva di occultare nelle nostre democrazie qualsiasi epidemia anoplurica (vulgo: pidocchi), qualsiasi cattivo odore»; nella «palude delle democrazie realmente esistenti, cambiano le maggioranze ma quasi mai, o di quasi nulla, le politiche»; «lo Stato terrorista per eccellenza è - lungo tutto il dopoguerra - quello governato da Wall Street, Casa Bianca e Pentagono»; è «il meccanismo del collegio uninominale a un turno ad allontanare il cittadino dal voto». Né mancano le espressioni del nuovo liberalismo, quello «rivoluzionario» dei neogobettiani di MicroMega: «la proprietà non è l’usbergo delle libertà» (da trasmettere a Luciano Pellicani!); «è solo nella dimensione collettiva della politica» che l’uomo «può sperimentarsi individuo» (da trasmettere, per via telespiritica, a Benjamin Constant); «il cittadino è libero solo se si libera delle sue appartenenze», «solo se astratto» (da trasmettere ai liberali anglosassoni affinché si convincano che la riflessione politica non è il loro mestiere).
Contro la partitocrazia - l’antiqualunquista Flores ritiene che ormai la scena politica sia occupata da «un ceto politico unico, legato da comuni e prevalenti interessi corporativi, che fanno premio sulle differenze ideologiche e programmatiche» - il rimedio proposto è il primato del dissidente. Ai movimenti spontanei debbono essere garantiti, gratuitamente, spazi televisivi nelle ore di maggior ascolto, piazze, teatri, luoghi pubblici giacché «un ethos intransigente e plebiscitariamente diffuso, che custodisca i valori democratici della convivenza nell’ossimoro irrinunciabile della “comunità di dissidenti” è l’unico anticorpo (“fondamento”) che si possa elaborare». Naturalmente i movimenti legittimati sono soltanto quelli «a vocazione universalistica, che si sottraggono alla logica minoritario/totalizzante dei raggruppamenti identitari (indigenti di caratura democratica)». In parole povere, se sfilano Di Pietro, Pecoraro Scanio, Agnoletto è la libertà - quella del quadro di Delacroix in copertina - che avanza con loro; se sfilano gli altri, si tratta di un volgare «corteo di casseruole», espressione che ben compendia le originalissime tesi di Flores sul dramma dell’America Latina, sulle origini dei regimi autoritari e sulla destra radicale in genere. È un peccato non potersene occupare per mancanza di spazio. Valga solo questa perla sul totalitarismo: «Ogni conformismo è già annuncio di totalitarismo, cattiva novella, totalitarismo in dosi omeopatiche (niente affatto curative). La linea che va dalla democrazia al totalitarismo è senza soluzione di continuità». La prossima volta, prima di demolire analisi così profonde, l’anoressico Pasquino ci pensi due volte!