Con molta probabilità non è un caso che Giovanni Paolo II non fosse mai disposto a far pubblicare i suoi manoscritti inediti, risalenti agli anni in cui come professor Karol Wojtyla insegnava Etica presso l’Università cattolica di Lublino. Ciò che era stato pubblicato prima della sua elezione al Soglio di Pietro era ormai pubblicato. Ma pubblicare durante il pontificato dei testi ancora inediti e risalenti al periodo precedente alla sua elezione, sembrava essere un problema. Un Papa parla a nome della Chiesa di Gesù Cristo; in passato poteva essere stato scienziato, scrittore e poeta, ma ora è successore di Pietro. Se un giorno si dovesse prendere in considerazione la sua beatificazione o perfino santificazione, allora i membri della Commissione Pontificia competente probabilmente vorranno esaminare anche quei testi, ma a quel punto egli sarà già passato a miglior vita, non sarà più a capo della Chiesa, un altro avrà preso quel posto che Gesù Cristo aveva affidato a Pietro. Quanto possano rivelarsi problematiche le analisi poco accurate di testi redatti da un Papa prima della sua nomina a questa carica, lo si è potuto osservare proprio riguardo a Giovanni Paolo II. Appena nominato, a Roma e altrove venivano organizzati convegni sul personalismo fenomenologico, da lui rappresentato sulla scia di Max Scheler. Ed era in questi contesti che spesso veniva trascurato il fatto, che proprio le opere più significative di Karol Wojtyla, risalenti al periodo in cui era stato docente universitario, si basavano sulla metafisica classica (in particolar modo Osoba y czyn del 1981) e andavano dunque molto al di là di una semplice fenomenologia. Ovviamente Giovanni Paolo II non partecipava a questi convegni, - che in parte evocavano quel «culto della persona» di triste memoria - e non si riesce neanche a ricostruire se in qualche modo lo preoccupassero. Ma nonostante tutto, ciò che un Vescovo di Roma ha scritto prima di assumere questa carica, contribuisce non poco alla comprensione del modo in cui affronterà tale carica. Dagli scritti è per così dire possibile dedurre «di qual spirito egli è figlio, e come probabilmente sarà».
I suoi libri saranno riediti e i lettori che altrimenti non avrebbero mai preso in mano un’opera di questo genere, ne sfoglieranno le pagine con curiosità. A questo punto, partendo dall’idea di voler richiamare l’attenzione su ciò che prima della sua elezione Benedetto XVI aveva da dire su «Europa e cristianesimo», è sicuramente ragionevole ricordare il volumetto del Cardinale Ratzinger Werte in Zeiten des Umbruchs - Die Herausforderung der Zukunft bestehen Herder, Freiburg 2005). Questo volume ha fatto la sua apparizione nelle librerie il 13 aprile, due settimane dopo la morte di Giovanni Paolo II ma prima del Conclave, e contiene prevalentemente conferenze e testi presentati o pubblicati nel 2004; alcuni però risalgono al 1992. La casa editrice Herder, che ha pubblicato l’edizione tedesca, le ha raccolte e curate in modo così benfatto, da indurre il lettore alla convinzione che il Cardinale intendesse, fin dall’inizio, scrivere un libro, salvo poi scoprire la realtà nella bibliografia alla fine del volume. Tre sono le cose che immediatamente colpiscono il lettore: la chiarezza ed eleganza del linguaggio, l’erudizione e l’ampiezza di prospettiva. Benedetto XVI non sarà un Papa dal carisma innato di grande attore, ma al pari del suo predecessore non avrà difficoltà a tenere conferenze e fare discorsi e omelie che affascinano il pubblico. Coloro che hanno avuto occasione di seguirlo, ad esempio, nel corso di dibattiti televisivi, avranno notato che egli formula anche le frasi più complesse con assoluta proprietà, come se stesse visualizzando un testo scritto, «con tutti i punti e le virgole» come si suol dire. In tutto questo il Cardinale non ha mai perso di vista il fatto che è comunque anche uno studioso. Rifacendosi a Romano Guardini ha evitato di usare un linguaggio troppo tecnico. Ma perfino in veste di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, trovava il tempo di leggere libri e saggi che spesso avevano ben poco a che vedere con la sua carica di sommo custode della fede. Quando dava alle stampe una delle sue molte conferenze, non tralasciava mai di riportare nelle note a piè di pagina dei rimandi ad altri autori, o di invitare il lettore ad approfondire ulteriormente l’argomento con scritti non di suo pugno. Per quanto riguarda l’ampiezza della prospettiva, si nota immediatamente che il suo pensiero non è solo «tedesco» o magari «europeo», bensì che egli ha ben presente il compito della Chiesa a livello mondiale.
Dall’eurocentrismo lo salva la convinzione che la maggior parte degli eventi negativi in tutto il mondo hanno avuto origine in Europa: non solo le ideologie come il positivismo dei fautori della scienza, il nazionalismo e le sue varianti fasciste, o il marxismo, ma anche la conquista, lo sfruttamento e l’umiliazione, in parte perfino l’estinzione di intere aree e popolazioni del continente americano, dell’Asia e dell’Africa. Egli prende anche le distanze dalla semplificazione in base alla quale l’Europa sarebbe il continente cristiano per eccellenza, perpetuatore della tradizione di Atene e Roma. «L’Europa non è un continente dai chiari confini geografici, quanto piuttosto un concetto culturale e storico». Con questo, intende dire semplicemente che l’identità dell’Europa può essere adeguatamente definita solo allorquando ne si racconta la storia: «La sostituzione dell’antico continente mediterraneo con il continente del Sacro Romano Impero, collocato più a Nord, nell’ambito del quale, a partire dall’età carolingia, l’Europa prende forma come mondo occidentale-latino»; … accanto a ciò la continuità dell’antica Roma è Bisanzio con la sua espansione verso il mondo slavo… da un lato lo slittamento verso Nord e verso Est del concetto di regno cristiano, dall’altro lato la spaccatura interna dell’Europa in mondo germanico-protestante e latino-cattolico; a ciò si aggiungono le mire espansive verso l’America… il faro ben visibile della Rivoluzione Francese… l’aspetto realistico-politico del distacco dall’antica idea di regno, la quale ora consisteva definitivamente nel considerare le nazioni quali veri e unici pilastri della storia, (mentre) le grandi nazioni europee si consideravano affidatarie di una missione universale che necessariamente doveva portare al conflitto tra di loro». L’Occidente è forse oggi - o già da tempo - moribondo, come diceva Oswald Spengler poco dopo la prima guerra mondiale? Oppure aveva ragione Arnold Toynbee, quando a metà del Ventesimo secolo disse che con l’aiuto di ciò che «era rimasto del cristianesimo occidentale» (queste le sue parole) tutto il mondo lentamente si sarebbe europeizzato, pur non diventando Europa? Oppure al dunque il nostro futuro è quello dell’America, dove sembra essersi imposta una versione aggiornata del modello di Papa Gelasio: per le cose della vita eterna i regnanti hanno bisogno di pontifices, per le cose della vita terrena la Chiesa si attiene alle disposizioni dei regnanti? Dunque separazione netta tra Stato e Chiesa, ma nonostante tutto educazione del popolo nello spirito del Vangelo? I padrini dell’unificazione europea - Adenauer, Schumann e De Gasperi - ritenevano che l’unica base possibile dell’identità europea fosse la sua eredità cristiana; ma «l’iniziale entusiasmo nei confronti delle grandi costanti dell’eredità cristiana si è ben presto vanificato e l’unificazione europea si è compiuta quasi esclusivamente sulla base di riferimenti all’economia».
Cosa fare dunque? Anche e proprio la comunità economica degli Stati europei necessita di «una base di valori comuni». Ratzinger elenca il carattere inalienabile della dignità umana e dei diritti dell’uomo, matrimonio e famiglia e «il rispetto di Dio, che può essere preteso anche da colui che non è disposto a credere in Dio». Sottolinea poi come proprio questi valori siano oggi in pericolo in Europa: la dignità umana a causa della manipolazione genetica e di nuove forme di schiavitù; matrimonio e famiglia a causa delle pressioni da parte dei lobbisti a favore del matrimonio tra omosessuali che rivendicano un riconoscimento pari a quello dei coniugi eterosessuali; il rispetto di Dio a causa della convinzione che non è corretto deridere le grandi figure dell’ebraismo o del Corano, ma laddove si tratta di Gesù Cristo e di ciò che i cristiani hanno di più sacro, la libertà di opinione diventa bene europeo assoluto. «Qui osserviamo uno strano odio, che possiamo solo definire patologico, e che l’Occidente rivolge contro se stesso; eppure al contempo cerca meritevolmente di essere aperto verso i valori altrui, pur non amando più se stesso». «Per sopravvivere, l’Europa ha bisogno di una nuova accettazione di se stessa, decisamente critica e umile», si legge in un passaggio tratto da una conferenza tenuta presso il Senato della Repubblica italiana nel maggio del 2004. Nulla da obiettare riguardo alla multiculturalità - essa però appare spesso come una rinuncia a ciò che ci appartiene, o piuttosto come una «fuga da ciò che è nostro». Un’Europa multiculturale, come la viviamo oggi non solo a Londra, Parigi e Roma, ma anche a Colonia o Düsseldorf, non può sussistere senza punti di riferimento in ciò che le proprio, e più che altro non può esistere senza rispetto del sacro. È certamente giusto considerare con rispetto ciò che è sacro per l’altro, ma siamo in grado di farlo unicamente se «Dio non è sconosciuto a noi stessi». «L’assoluta laicizzazione venutasi a creare in Occidente» è del tutto estranea alle altre culture. Qui l’Europa ha intrapreso un percorso pericoloso che in realtà equivale alla negazione della propria identità. Toynbee aveva ragione quando sottolineava come il destino di una società continui a dipendere dalle «minoranze creative»; i cristiani credenti dovrebbero considerarsi una tale minoranza creativa. Pur con tutto il rispetto e la stima per l’universalità europea: l’Europa potrà rivelarsi utile all’umanità solo se si renderà conto del fatto che proprio la sua nuova multiculturalità la richiama a se stessa, ed essa deve impegnarsi a ritrovare «il meglio della sua eredità». Questa eredità include cose molto più importanti dei successi della scienza moderna, del progresso tecnologico o del successo economico.
In passaggi come quello appena citato, si manifesta chiaramente un elemento molto caro a Benedetto XVI, la cui definizione egli deve, più che ad altri, al suo predecessore e di cui certamente sentiremo ancora parlare. Nessun altro Papa prima di Giovanni Paolo II ha insistito quanto lui sul fatto che la cosa più importante al mondo è l’essere umano (e tutto ciò che lo riguarda da un punto di vista esistenziale), indipendentemente da quale fede egli segua e anche da quanto buono o cattivo egli sia («quanto estraneo e antipatico egli possa apparire», queste le parole del Cardinale in occasione di un’allocuzione per le celebrazioni del 60° anniversario dello sbarco degli alleati in Francia). Non si trattava certo di umanesimo spicciolo, perché la motivazione addotta dal Papa sottolineava che Dio si è fatto uomo. Come si legge già in Redemptoris hominis, l’enciclica d’esordio di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1979, tutte le strade della Chiesa portano all’uomo. E lo fanno anche solo per il fatto che incarnandosi, il Figlio di Dio si è per così dire «unito a ogni uomo». Le riflessioni del Cardinale sul tema «Europa e cristianesimo» sono solo parte di un tema più ampio, che definisce l’impostazione di tutto il libro: «Quali sono realmente le fondamenta della nostra vita?». Si tratta del rapporto tra politica e morale, delle basi pre-politiche di uno Stato liberale (argomento di discussione con Jürgen Habermas nel gennaio del 2004), del significato della verità nella società pluralistica, delle responsabilità dei cristiani nei confronti della pace, della grazia della riconciliazione. Come si legge nell’introduzione, «… molto è solo tratteggiato, è più domanda che risposta». Solo l’ultimo capitolo è un’omelia, tutto il resto ruota intorno alla domanda: «Come possono le nostre società trovare i loro riferimenti morali e poi anche le forze motivanti all’agire morale, senza le quali uno Stato non può esistere?». Come già detto, nulla è più estraneo a Ratzinger dell’eurocentrismo. Eppure «l’Europa è tornata a essere uno dei grandi temi del nostro presente e del nostro futuro». Perché «quella forma di razionalità nata in Europa, caratterizza oggi la vita di tutti i continenti». Laddove questa razionalità si distacca dalle sue origini ed erge la capacità del «saper fare» a unico metro di valutazione, diventa distruttiva, e alla fine rischia anche di auto-distruggersi. «La fede nel Dio creatore è la miglior garanzia della dignità dell’uomo». Se in Europa dovesse scomparire questo credo, sarebbe solo una questione di tempo, e la crisi dell’Europa diventerebbe crisi mondiale.
Prima del Conclave, da Roma giungevano voci che i cardinali avrebbero probabilmente scelto un candidato europeo. La motivazione: l’Europa è oggi un «terreno accidentato» non solo per la Chiesa ma anche per tutto il mondo, a causa della progressiva laicizzazione, del muto dissolversi dell’eredità cristiana. Il primo Papa tedesco da quasi un millennio (e non da 473 anni come comunemente detto, perché Adriano VI, in veste di Cancelliere dell’Università di Leuven sarà anche da considerare membro della natio Germanica ma da un punto di vista odierno è indiscutibilmente olandese) rivolgerà di frequente il suo pensiero e le sue attenzioni all’Europa, fosse anche solo a causa dei molti dubbi che l’Europa nutre verso se stessa (o come diceva il cardinale, «dell’odio verso se stessa») che rischia di trasmettere anche ad altre culture, attraverso scienza, tecnologia ed economia; comunque egli non sopravaluterà il significato dell’Europa. Proprio negli ultimi decenni, in Asia e in Africa la Chiesa cattolica è rinata, in molti luoghi è vitale come in Europa raramente lo è stata da ormai quasi un secolo a questa parte. Egli cercherà di ricordare al «vecchio mondo» che avrà bloccata la strada verso il futuro, se in futuro mirerà soltanto al «saper fare» e finirà per considerare come obiettivo solo la vita nell’abbondanza. Ogni tanto si troverà a dover ricordare ai tedeschi che non sono l’ombelico del mondo, e che proprio a loro - in considerazione della storia del Ventesimo secolo - questo rinascente atteggiamento di grande disinvoltura si addice ben poco. L’Europa però è soltanto una parte delle sue competenze e forse neanche la più importante. Il suo interesse maggiore sarà rivolto a contribuire almeno in parte affinché non solo l’Europa ma tutto il globo (come il Papa aveva detto nel corso di una delle sue prime omelie) «si trasformi da valle di lacrime in giardino del Creatore», con «l’anima degli uomini aperta alla gioia del Signore».
(Traduzione di Christel Galatzer)